LA BELLA CONFUSIONE

Oscar Iarussi

Giornalista e scrittore

La vita agra di Riccardo, l’altro Fellini

«Amor di fratelli, amor di coltelli», recita l’adagio. Le cose però sono spesso più complicate. Metti il caso dei due germani nati dall’unione di Urbano Fellini e Ida Barbiani. Lui, commerciante di generi alimentari di Gambettola nei pressi del Rubicone (il paese romagnolo anche di Luciano Lama), conobbe la giovane Ida durante un viaggio di lavoro a Roma e la sposò contro il parere dei genitori di lei. Si stabilirono a Rimini, una buona «piazza» grazie al nascente turismo, all’epoca di élite. I fratelli Fellini sono quasi coetanei (1920 e 1922), entrambi interessati al cinematografo e il maggiore – Federico – diventerà il regista italiano più famoso nel mondo, vincitore di quattro Oscar e di un quinto premio alla carriera. Ebbene, quale vita pensate abbia vissuto il fratello minore, Riccardo, l’«altro Fellini»?

Per dirne solo una, nel 1963-64 Federico fa su e giù tra l’Italia e l’America, la Russia e vattelappesca, scendendo dalle scalette degli aeroplani con il sorriso del quarantenne di genio seppur in crisi esistenziale e in mano l’ennesima statuetta ottenuta grazie a 8 ½, che s’aggiudicò pure l’Oscar ai costumi di Piero Gherardi. Mentre Riccardo nel medesimo 1963 si presenta a Venezia col suo esordio da regista, Storie sulla sabbia. L’accoglienza non è proprio delle migliori. Ecco per esempio la recensione di Francesco Dorigo su «Cineforum»: «Essenzialmente gracile, il film s’imposta su tre racconti. Di gusto felliniano, Riccardo riesce a prenderne qua e là qualche spunto felice, qualche intuizione intelligente». Per certi versi, è peggio di una stroncatura feroce, soprattutto per quel riferimento al «gusto felliniano» che ascrive un’estetica nascente, le fatiche poetiche e il destino di un autore a una dimensione familiare, punto. Storie sulla sabbia è appena un’eco di Federico e Riccardo ne è un epigono. Terribile, nevvero? D’altronde Riccardo, fino a quel momento attore, aveva ottenuto il primo ruolo importante grazie a Federico, interpretando praticamente se stesso in I vitelloni del 1953. Era reduce da una gavetta decennale di particine in pellicole magari di successo, come I tre aquilotti e I bambini ci guardano. E per un altro ruolo di rilievo avrebbe dovuto attendere ancora un decennio: è il 1963 quando recita in L’ape regina di Marco Ferreri, da un’idea di Goffredo Parise.

L’altro Fellini si intitola un bel documentario dei riminesi Stefano Bisulli e Roberto Naccari, che viene presentato oggi in anteprima mondiale al Festival di Roma. Il film mostra Federico e Riccardo bambini e adolescenti nella Rimini degli anni ‘20-‘30 del secolo scorso (la sorella Maddalena nascerà nel 1929), poi giovanotti inurbati nella capitale alla vigilia della seconda guerra mondiale, aspiranti artisti a Cinecittà e dintorni (Riccardo frequenta addirittura il Centro Sperimentale). All’indomani della Liberazione, Federico – che si è fatto un nome quale autore radiofonico e vignettista del «Marc’Aurelio» – prende a collaborare con Rossellini: è l’inizio di una carriera straordinaria. Intanto ha sposato Giulietta Masina e la coppia perde un neonato affetto da una grave malattia. Riccardo invece si arrabatta con scarsa fortuna sui set. È andato a nozze anche lui, ma il matrimonio fallisce per incompatibilità caratteriali, come racconta la figlia nel documentario di Bisulli e Naccari.

Dopo il fiasco di Storie sulla sabbia, Federico chiede a Riccardo di rinunciare a usare il cognome Fellini per firmare eventuali altri film. La richiesta è in verità assurda e provoca una lacerazione tra i fratelli che sarà sanata soltanto negli ultimi anni di vita di entrambi. Riccardo nei decenni successivi realizzerà alcuni documentari televisivi dedicati al mondo degli animali, una sua grande passione (il circo e i clown furono sempre nel cuore anche di Federico). Riccardo muore nel marzo 1991, rasserenato dal connubio con una giovane compagna, sognando di dirigere finalmente l’opera seconda, una favola zoofila dal titolo Stella cavalla da circo. Federico, che nelle settimane finali lo aveva assistito con amore, due anni e mezzo dopo – è il 31 ottobre 1993 – spira nella stessa stanza del policlinico romano «Umberto I» in cui è deceduto il fratello (oltretutto, il giorno dopo l’anniversario delle nozze d’oro con Giulietta).

Una coincidenza? Chissà. Mica tanto, si direbbe, alla luce del documentario, quanto mai accurato nella filologia degli affetti. Gli autori evocano la figura chiave dello psicoanalista junghiano Ernst Bernhard che fu il terapeuta di Federico e, simbolicamente, il suo «vero padre». Così viene definito nel Libro dei sogni del grande regista. In quelle pagine istoriate dei disegni onirici lungo un trentennio e fitte di appunti del dormiveglia, Federico rappresenta il giovane Riccardo come lo vedeva il papà e quale in effetti fu: bello, atletico, elegante, sensuale, accattivante. In quel disegno Federico – da ragazzo detto «Gandhi» per la magrezza e il pallore – si relega in un angolo, molto più basso di quanto non fosse, e si ritrae nero di rabbia al cospetto dell’erede al trono, del fratello prediletto da Urbano, di Riccardo cuor di leone.

La vita fa e disfa: come è andata lo sappiamo. Federico raccontava di essere stato in collegio con la divisa da soldatino che vediamo indossata dal piccolo Guido in 8 ½ e costretto dai preti a inginocchiarsi sui ceci. Tutto falso! Quei ricordi appartenevano a Riccardo, alla sua infanzia. Per carità, nel cinema felliniano solo la finzione esprime una paradossale verità: nell’ombra fraterna, Federico avrà sognato splendori che finiranno per oscurare l’«altro Fellini», autentico alter ego. «Sii felice», amava ripetere Federico agli amici, pensando forse alla propria infelicità rispetto al fratello (e viceversa). Da vecchi, si somigliavano moltissimo: guardare per credere.

Articolo pubblicato sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, 10 novembre 2013

  1. Ieri sera al Nuovo Cinema Aquila di Roma in una sala semivuota ho assistito alla proiezione del film documentario L’Altro Fratello da lei qui recensito inserito nel 4° Filmfestival della salute mentale. E’ stata una grande emozione per me perchè per ragioni professionali mio padre ha conosciuto entrambi i fratelli Fellini, e in particolar modo Federico, durante le riprese di Amarcord era incaricato dalla produzione di fargli da autista a Cinecittà per gli spostamenti e le riprese in esterno, contemporaneamente era incaricato di prendere e riportare a casa gli attori minorenni che interpretavano i ragazzi della scuola tra i quali il giovane Zanin preso dalla strada per interpretare Titta, il protagonista del film al suo debutto come attore. E quando veniva a casa la sera papà ci raccontava a noi della famiglia come Federico Fellini commentasse con il direttore della produzione o con i suoi assistenti mentre li conduceva al ristorante fuori da Cinecittà durante la pausa, oppure sul set degli esterni, senza badare a lui che naturalmente ascoltava, della straordinaria bravura del protagonista preso all’ultimo momento che non gli faceva perdere tempo e non sprecava pellicola e di come non bisognava fargli sapere che stava recitando da protagonista nel film ma che era lì a fare il semplice figurante come tanti altri, che la paga doveva rimanere quella che gli davano altrimenti questo qui si montava la testa, Dall’altra parte sentiva i commenti del Zanin mentre lo portava a casa di come s’ era infatuato di Fellini anche se a volte lo trattavao male e lo chiamava tutti i giorni sul set pur che non doveva fare nulla e lo pagavano lo stesso tutti i giorni. E quando poi il discorso cadeva sul fratello Riccardo, Federico usasse termini denigranti e offensivi, E papà diceva; davanti al mondo sembra un genio e sicuramente lo è, ma nel privato è una persona cattiva, falsa e furba per fare i suoi interessi. Ho studiato cinema come tecnico perchè era quella l’aria che si respirava a casa nostra e ora stando dentro come professionista in quell’ambiente posso confermare quanto papà diceva, ci sono tanti casi come Federico e Riccardo, posso assicurare, tanti attori e registi famosi hanno in famiglia un fratello o figlio che tengono in ombra o lo discriminano perchè cerca o tenta di seguirne le orme loro, non faccio nomi. E’ un ambiente cinico e malvagio come uno non si immagina proprio. Un saluto Luciano

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