IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La chiameremo “l’età di Renzi”

Un futuro storico scriverà probabilmente così di un nostro noto leader politico e delle sue iniziative: “Si trattò in generale di iniziative che, fin quando furono coronate da successo, procurarono, ma solo ai singoli, prestigio e sostanze: ma fallirono anche e fu ogni volta per lo stato un tracollo incalcolabile. Il motivo consiste nel fatto che, molto autorevole per la considerazione che lo circondava e per l’acume politico e per la condotta limpidamente pura dal minimo dubbio di corruttela venale, dirigeva il popolo nel rispetto della sua libera volontà. Dominava senza lasciarsi dominare: poiché le trasparenti e oneste basi su cui poggiava il suo prestigio gli consentivano di astenersi dagli artifici, tribuni di una eloquenza volta a carpire, con le lusinghe il favore della moltitudine. La contrastava anzi, talvolta con durezza, tanta era la sua autorità morale. Se per esempio avvertiva in loro un agitarsi, un impulso inopportuno all’osare, con il rigore dei suoi discorsi li riconduceva nei confini di una giudiziosa prudenza, ovvero restituiva loro la fiducia in se stessi, avvilita da un moto di irrazionale scoramento. Nominalmente vigeva la democrazia, ma nella realtà della pratica politica, il governo era saldo nel pugno del primo cittadino”.

Facile identificare il leader. E’ Matteo Renzi: eloquente, accentratore, suasivo, dominatore, ricco di autorità morale e gravido di autorevolezza. Lo storico del futuro parlerà a ragione di una democrazia nominale nelle mani di una sola persona senza mai fare riferimento a forme mascherate di tirannide ma lasciandole nella sostanza intendere. Tirannide è il termine appropriato, dal momento che il testo è di Tucidide. Il quale non parlerà un domani prossimo ma ha già scritto in un ieri remoto: e non ovviamente di Renzi ma di Pericle. La cui età sembra attagliarsi a quella di Renzi nello spirito di innovazione e di condizionamento personale esperito sulla società. Pericle fu il populista che seppe affermarsi grazie alla parola e che della democrazia traballante del suo tempo fece una tirannide dal volto umano. Oggi, quanto alla politica di Renzi, parliamo non di tirannide ma di monocratismo e di accentramento personalistico dei poteri esecutivi, dicendo in sostanza cosa analoga e richiamando meglio l’esperienza moderna più vicina, quel gollismo che intese porsi come terza forza tra i blocchi contrapposti, proponendosi in una grandeur più imposta che riconosciuta, più ventilata che fondata (che è la posizione di Renzi in Europa e nel mondo dove presenta l’Italia come una grande potenza), quel gollismo che provò a conciliare lavoro e capitale (il tentativo di questi giorni del premier) e che in De Gaulle ebbe il suo massimo e unico artefice, ciò che Renzi è rispetto ai suoi ministri e nel quadro della sua politica di governo.

Ma è Pericle più che De Gaulle a rivivere oggi in Renzi come in qualunque statista che si serva della parola rivolta al popolo, quindi della demagogia, per esercitare il potere in funzione sempre di un programma e mai in sede di un risultato ottenuto. Il populismo, di per sé, non può ritrovarsi in chi coniughi i verbi al passato ma si realizza se guarda costantemente al futuro. Il suo verbo è la promessa, l’impegno, il progetto. Questo atteggiamento portava Socrate, o meglio Platone, a dire nel Menone che gli uomini politici sono virtuosi perché divini, perché tenuti in relazione con un tipo di sapere casuale (chiamato “opinione corretta” da Platone) di cui non si è in grado di rendere ragione: che i politici ateniesi siano riusciti a guidare la città ottenendo risultati positivi sulla base di un sapere così incerto e instabile induce a pensare, più che a un intervento divino, a un vero e proprio miracolo. In parole diverse, Socrate disse che “è grazie all’opinione corretta che i politici reggono le città. Quanto a capire, si trovano nella stessa condizione di profeti e indovini i quali nella loro ispirazione dicono spesso cose vere ma senza sapere quello che dicono”. In sostanza i governanti ateniesi, Pericle per primo, ottenevano risultati alla maniera degli indovini e dei profeti: “Con il loro dire realizzano con successo molte e grandi cose senza sapere di ciò che parlano”. I Greci chiamavano questa “capacità” soprannaturale endossia, una specie di intuito che permette di compiere un’azione apprezzabile non avendo idea di cosa si stia facendo.

Per la confusione che regola l’iniziativa di Renzi, la sensazione è che sia – come Pericle, il suo avo diretto – preda di una forma di endossia che lo porta, come i giocatori professionisti, a vincere grosse somme rischiando sempre di perdere tutto per l’innato spirito ad alzare sempre la posta. Come tutti gli osservatori fanno capire, non c’è nessuna regola certa nella politica renziana intesa a costituire maggioranze quali che siano, a immaginare rocamboleschi programmi e tentare operazioni vertiginose come quella di mettere insieme capitalisti e lavoratori. E non essendoci alcuna regola certa, certe sue promesse o sogni che siano, come ama chiamare il premier i suoi annunci, a volte si possono avverare. Ma come si realizzino non si sa. Non lo sapeva nemmeno Socrate.

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