Un aquilone di libertà per l’Egitto.
L’ultima idea per Patrick Zaky

Non si spengono i riflettori italiani sulla vicenda del ricercatore e attivista egiziano Patrick George Zaky, studente del master in Studi di genere dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna arrestato all’aeroporto del Cairo lo scorso 8 febbraio, di rientro dall’Italia, e finora in custodia cautelare in carcere con l’accusa di aver diffuso notizie false e comunicati tesi a “turbare la pace sociale”, incitando a manifestazioni non-autorizzate.

Il procedimento vero e proprio a suo carico non ha ancora avuto inizio. Lo scorso 8 settembre l’ambasciata d’Egitto a Roma ha rifiutato di ricevere le oltre 150mila firme raccolte da Amnesty International per chiedere la liberazione di Patrick. Il ramo italiano dell’ong ha pertanto deciso di rispondere al gesto organizzando un evento di sensibilizzazione, intitolato “Un aquilone per Patrick Zaky” e ideato insieme a Festival dei diritti umani e Articolo 21. Il Comune di Bologna e la Federazione nazionale della stampa italiana si aggiungono ai patrocini concessi all’iniziativa, cui hanno dato la propria adesione anche la casa editrice People, Libera – Emilia-Romagna, il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli, Pressenza Italia, il Festival del giornalismo civile Imbavagliati e l’Università di Bologna.

Il progetto nasce a seguito del divieto, imposto dal governo egiziano a fine luglio, di costruire e far volare gli aquiloni per motivi di sicurezza: l’ennesima libertà negata in uno Stato in cui, dal 2017, è tornato in vigore lo stato di emergenza, mentre il quadro delle violazioni dei diritti umani è andato via via deteriorandosi sempre più. Si stima che in Egitto i prigionieri politici e di coscienza siano complessivamente 60mila. Sotto la dittatura di Hosni Mubarak, erano calcolati in 40mila unità.

Nel dettaglio, per far volare metaforicamente Patrick fuori dalla sua prigione, l’Associazione Cervia Volante ha costruito un aquilone, con la collaborazione artistica di Gianluca Costantini, autore del ritratto del giovane egiziano, e del Comune di Cervia, che ha appoggiato il progetto.

L’aquilone con l’immagine di Patrick George Zaky volerà nel pomeriggio di domani, sabato 12 settembre, alle 14.30, nel corso dell’iniziativa Sprint Kite, a Tagliata di Cervia. Prima del volo dell’aquilone per Patrick si terrà un incontro sulla situazione dei diritti umani in Egitto, alle 10.30, sempre a Tagliata di Cervia. Incontreranno il pubblico e la stampa Bianca Maria Manzi (assessore al Welfare, Volontariato, Politiche giovanili del Comune di Cervia), Giulia Groppi (Amnesty international Italia), Danilo De Biasio (Festival dei diritti umani), Donato Ungaro (Articolo 21), Gianluca Costantini (artista attivista), Roberto Guidori (Cervia Volante). Emma Petitti, presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, invierà un saluto via videomessaggio.
E sempre in videomessaggio sarà possibile ascoltare le parole di Bahey el-Din Hassan, fondatore del Cairo Institute for Human Rights Studies, recentemente condannato a 15 anni di prigione da un tribunale egiziano, come accaduto negli ultimi mesi a numerosi attivisti per la difesa dei diritti umani, all’ombra di nuove leggi anti-terrorismo approvate durante la pandemia da Covid-19.

 

Soli e perduti

La presidenza di Abdel Fattah al-Sisi ha più volte preannunciato provvedimenti di grazia nei confronti dei detenuti per reati minori e di quelli affetti da patologie, finalizzati a scongiurare focolai epidemici nelle sovraffollate carceri del Paese. Per ora agli annunci non sono seguiti fatti. La speranza dei sostenitori di Zaky è che, qualora un’amnistia per motivi sanitari venga concessa, anche il ragazzo, asmatico, ne possa godere.
Nel frattempo, la scorsa settimana, a Zaky è stato concesso di ricevere una visita della propria famiglia in carcere, la prigione di Tora, a Sud della capitale egiziana.
Non succedeva da mesi.

Un barlume di speranza dopo settimane di buio completo: il 27 luglio, infatti, una corte d’assise egiziana ha rinnovato al 29enne originario di Mansoura, nel Delta del Nilo, la detenzione preventiva per 45 giorni. Eppure, l’ammissione del giovane in aula, di fronte ai giudici insieme ai propri legali, aveva fatto sperare nel suo rilascio, a seguito delle pressioni politiche internazionali esercitate sulla presidenza al-Sisi. Prima di allora, Patrick era comparso in tribunale una sola volta, in marzo. Per la legge egiziana, la detenzione preventiva può essere rinnovata dalla Procura per dieci volte ogni quindici giorni. Successivamente, la responsabilità passa di competenza a un giudice, mentre ciascun rinnovo si allunga a un mese e mezzo. In tutte le occasioni in cui ai famigliari, ai legali o ai conoscenti è stato possibile vedere Patrick o interagire con lui anche per pochi minuti, è parso che il ricercatore fosse in buone condizioni di salute. Tuttavia, è un fatto che solo una minima parte della posta inviatagli sia stata recapitata, così come i messaggi da lui scritti per amici e parenti risultano brevi e formali.

Il carcere in cui è detenuto, Tora appunto, è tristemente famoso in Egitto per il suo sovraffollamento e le condizioni precarie in cui sono costretti a vivere i detenuti. Una sezione, in particolare, è tristemente celebre: quella battezzata Skorpion, in cui sono rinchiusi molti prigionieri politici. A causa della pandemia, nelle prigioni egiziane sono state interrotte le visite dei familiari, e chi ha protestato contro le nuove misure restrittive è stato perseguito.

Nonostante intimidazioni e minacce al suo staff, l’Iniziativa egiziana per i diritti delle persone (Eipr), l’ong con cui l’attivista egiziano ha collaborato in passato su svariati dossier fra cui i diritti delle donne e della minoranza Lgbt in Egitto, continua a seguire da vicino il suo caso.

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