Il vicolo cieco del Libano: «Qui una cupola ostacola ogni cambiamento»

Intervista all'intellettuale e giornalista Antoine Courban

A oltre due mesi dall’esplosione che ha devastato il porto di Beirut, provocando la morte di quasi 200 persone, la paralisi politica ed economica del Libano si aggrava di giorno in giorno. Dopo le dimissioni del premier Mustapha Adib, incapace di dare vita a un governo di intenti, i negoziati fra fazioni politiche non sono ancora ripartiti in modo costruttivo. Il Paese è a un bivio: un drastico cambiamento di paradigma istituzionale sembra l’unica alternativa all’implosione. Reset ne ha parlato con Antoine Courban, intellettuale libanese, accademico dell’università Saint Joseph di Beirut e caporedattore della rivista Travaux et Jours.

Professore, chi può salvare il Libano?

I libanesi possono farlo, ma devono accettare di sbarazzarsi di questo sistema confessionale. Abbiamo una costituzione – non ce n’è bisogno di una nuova – che gestisce identità individuale e identità comunitaria e deriva dagli accordi di Ta’if (località saudita in cui, il 22 ottobre 1989, vennero siglati gli accordi inter-libanesi che misero fine al conflitto civile, con ratifica del Parlamento il 5 novembre dello stesso anno, ndr). Quella carta costituzionale prevede l’istituzione di un Senato in cui le famiglie confessionali siano rappresentate e una Camera dei rappresentanti del popolo in cui invece questo meccanismo non abbia voce in capitolo. Quindi abbiamo dei meccanismi in tal senso. Per esempio, è previsto che tutte le formazioni armate riconsegnino le armi all’esercito. Ma questi accordi non sono mai stati rispettati: già nel 1990 tutte le milizie avevano rimesso le armi, ad eccezione degli Hezbollah e di Amal. E da allora tutto è bloccato.

Quali sono i nemici di Ta’if?

L’asse iraniano ha interesse a cambiare gli accordi e la costituzione scaturiti da Ta’if. Hezbollah non può più accettare che in Parlamento siedano per metà cristiani e per metà musulmani: quello che auspica è una tripartizione tra sciiti, sunniti e cristiani, come se i primi due fossero mondi diversi. E soprattutto come se i cristiani, per giunta, fossero un’entità unica, quando invece anche fra di essi ci sono svariate distinzioni. Perché i cristiani devono accettare che le loro specificità non vengano riconosciute? Questo sistema è terribilmente complicato, rischia di avvelenare la vita. La cosa più semplice sarebbe smantellarlo in toto.

Che cosa implicherebbe la secolarizzazione di Stato e istituzioni?

Uno sforzo imponente perché implicherebbe l’abbandono della nostra eredità ottomana, praticamente impossibile. Durante il periodo delle riforme ottomane, le Tanzimat (termine con cui si suole indicare un periodo, compreso fra il 1839 e il 1876, durante il quale l’impero ottomano venne modernizzato in termini amministrativi, fiscali, giuridici) avevano accordato a tutti quanti i sudditi del sultano la cittadinanza, sopprimendo la consuetudine della Dhimma (sotto l’impero ottomano rientravano nella Gente della Dhimma tutti i non musulmani residenti in un territorio governato dalla Shari’a islamica) e l’imposta obbligatoria per i non musulmani. Ecco, queste norme erano state cancellate, non senza resistenza da parte degli ambiti più conservatori della società, pure cristiani, che preferivano non integrarsi del tutto. Così, nel 1856 un nuovo editto imperiale (le Islahat, sempre concesse dal sultano Abdülmecid), avente per oggetto solo i non musulmani, riscrive le regole, riconoscendo a ciascuna entità la personalità morale di diritto pubblico. Vuol dire che il sultano riconosce a ciascuna giurisdizione legittimità nell’ambito dello statuto personale. Alla fine della Prima guerra mondiale, quando l’impero ottomano viene smembrato, queste leggi non vengono abolite. La Francia, potenza mandataria su Libano e Siria, non ha abrogato queste disposizioni ottomane: eppure era la Francia della Terza Repubblica, ferocemente laica. Insomma, il potere centrale ha ritenuto fosse più semplice gestire una società, per così dire, sezionata.

Antoine Courban, giornalista e docente all’Università Saint Joseph di Beirut

Chi accetterebbe oggi di vedere, al contrario, riunificata la società?

Le autorità religiose certamente no, soprattutto quelle musulmane perché lo statuto personale nell’Islam è definito dalla parola divina. Il problema è come fare convivere nello stesso spazio pubblico svariati regimi giuridici.

Quali sono le forze interessate a portare lo Stato libanese fino all’implosione?

Quelle che vogliono raggiungere l’egemonia. Quindi quelle rivoluzionarie violente collegate alla Repubblica islamica iraniana oppure quelle della galassia sunnita, dentro cui ci sono correnti anche contraddittorie fra di loro: vi sono i Fratelli musulmani, vicini a Turchia e Qatar; vi sono quelle estremamente radicali legate ad al-Qaeda e Daesh, molto vicine al radicalismo iraniano. E poi, c’è la corrente considerata intermedia, moderata, rappresentata da Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto. Questa è ritenuta alleata dell’Occidente. La mia domanda è: questi hanno interesse a far saltare gli equilibri nello Stato libanese? Io non credo. Mentre direi che Israele sì.

Non sono forse in corso trattative serrate fra Libano e Israele per una normalizzazione?

No, non si tratta di normalizzazione, ma di negoziati, tramite l’Onu, per la delimitazione dei confini marittimi in vista dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. Nonostante tutte le sue contraddizioni, il Libano rimane, nel suo modello, l’antitesi dell’ideologia sionista. Si può dire che Israele avrebbe tutto l’interesse a vedere il Medio Oriente ridotto a una serie di entità politiche settarie, un concetto che ricorda il famoso “cujus regio ejus religio” del sistema europeo delle guerre di religione. Così avremmo un’enclave sunnita, una maronita, una drusa, una sciita, una ortodossa e via dicendo. Per i radicali dell’islam politico jihadista, la formula consensuale della convivenza che caratterizza il Libano è inaccettabile. Questo vale per i jihadisti sunniti, ma anche per gli sciiti seguaci dell’ideologia della rivoluzione islamica iraniana, quindi di Hezbollah. Gli influenti oppositori della costituzione dell’accordo di Ta’if sono forze asservite all’Iran come il tandem sciita Hezbollah-Amal. Tuttavia, non si dovrebbe trascurare anche il ruolo anti-Ta’if svolto dai loro alleati cristiani radicali dei simpatizzanti del generale Michel Aoun. Attenzione, però: hanno obiettivi diversi. Questi ultimi vorrebbero tornare alla situazione antecedente la guerra civile, cioè all’egemonia cristiano-maronita, mentre i primi vorrebbero fare del Libano una provincia della nuova Persia.

Che cosa è cambiato dopo il 4 agosto?

Molte cose. Beirut non ha più un porto. È la prima volta dall’epoca dei fenici che Beirut non ha un porto capace. Scavato e allestito sotto l’impero ottomano durante la sua piena modernizzazione, il porto è stato il fulcro del suo cosmopolitismo, del suo pluralismo culturale, il simbolo della sua apertura e del suo sviluppo economico nella cornice mediterranea.

Beirut e il Libano sono ancora aperti al mondo?

Credo che oggi non lo siano più, che si siano ripiegati su se stessi. E questo non mi piace, perché io non sono stato cresciuto in questo genere di Libano. Proprio per questo abbiamo accolto l’iniziativa politica francese con un relativo ottimismo: certo, la Francia cerca di difendere i propri interessi culturali, difendendo quel genere di società libanese che ha contribuito a creare. Quanto agli interessi politici, essi dovrebbero essere gli stessi per tutta l’Europa, se esiste ancora una Europa unica: il Levante è la frontiera con l’Oriente, la serratura di accesso. Dopo gli americani, anche gli europei si ritireranno, lasciando all’Iran la possibilità di fare del Libano una sua provincia marittima?

L’esplosione del 4 agosto ha aumentato la consapevolezza della gravità della situazione nella società libanese nel suo insieme, al di là dell’appartenenza identitaria?

Sì, enormemente. Adesso tutti hanno piena coscienza e timore per la propria sorte nel breve termine. Io non nutro grandi speranze per una soluzione politica da qui alla fine dell’anno, anzi sono molto pessimista. Credo che il campo politico che ha fatto deragliare l’iniziativa francese a favore di un processo per tappe – non si trattava di una soluzione, ma quanto meno avrebbe permesso di riprendere fiato – non voglia proprio che le cose cambino. Non possiamo nemmeno parlare di classe politica o dirigenziale, sarebbe troppo. Si tratta di una casta formata da criminali, assassini, mafiosi: lo dimostra l’assenza di una vera indagine indipendente sull’esplosione, il fatto che non se ne parli nemmeno più e che quel fatto sia ora citato come un incidente.

In presenza di una paralisi come quella attuale, possiamo attenderci una ripresa delle proteste e delle manifestazioni anti-governative?

Sì, ma non credo che possano sortire ulteriori effetti. Hanno già prodotto dei risultati, cioè l’emergere di un sentimento di appartenenza, di comunanza nazionale. D’altronde come potrebbero evolversi? O in un colpo di mano violento, con il rovesciamento del sistema attuale, oppure comunque con una forzatura per vie costituzionali. Ma comunque, finché il Libano rimane una carta nelle mani dell’Iran non vedo vie d’uscita.

Eppure inizialmente anche il campo sciita libanese pareva aver accettato il piano presentato da Emmanuel Macron. Che cosa è successo poi?

Una decina di giorni dopo, gli americani hanno reso note delle sanzioni nei confronti di due personalità di quel campo: uno sciita e un maronita. E così il sì si è trasformato in no. Insomma, la casta libanese è come una Loya Jirga (Assemblea del popolo afghano, ndr), formata da capi tribù. O, peggio ancora, una cupola mafiosa.

 

Foto: Anwar Amro / AFP

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