L’illusione dell’equivalenza tra nazismo e comunismo

Se accanto al nazismo si colloca il comunismo si finisce per relativizzare il “male assoluto” della Shoah? Oppure, si sottrae il presunto monopolio della rappresentanza del bene a una parte che partecipò attivamente alla costruzione del “male” del Novecento europeo e occidentale? Sono solo alcune delle domande e problemi concettuali che pone la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 dedicata alla “importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”.

Ce lo ricorda Roberto Righetto nella prefazione al volume Novecento addio – La risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito appena uscito per le Edizioni Medusa (pp. 118, € 14,50). «La sentenza che in un certo senso ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo – commenta Righetto – ha diviso gli storici e i politici ma, seppure carente in vari passaggi, ha avuto il merito di rilanciare la questione di una memoria storica condivisa a livello europeo rispetto ai totalitarismi del Novecento»Il brano che segue è un estratto dal capitolo firmato dal prof. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intitolato “Condividere non la memoria ma il futuro”.

 

La risoluzione del Parlamento europeo sui totalitarismi è tanto complessa quanto controvertibile. Meriterebbe di essere analizzata, in maniera qui impossibile, tenendo conto dei dibattiti che l’hanno preceduta e delle dichiarazioni di voto degli europarlamentari. Mi limito a dire che quella risoluzione è segno dei tempi, e che in Europa i tempi non sono buoni. Però, sono di gran lunga migliori, anche grazie all’Unione Europea, dei primi cinquant’anni del XX secolo.

No, i parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise. I parlamenti, compreso quello, importante, europeo, sono luoghi, anzitutto, di rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e di interessi. La rappresentanza politica complessiva, che, dunque, tiene conto anche degli ideali e dei valori, emergerà inevitabilmente dalla discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra con un compromesso. Comprensibilmente, non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e preferenze, sono acutamente consapevoli che la storiografia è costante ricerca e revisione, anche profonda, che nessuna valutazione degli storici può essere messa ai voti e che, in materia, non vincono (e non convincono) le eventuali maggioranze. Inoltre, sono convinto che, a prescindere da come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti, più o meno sintetizzati ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.

Dopo questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché si debba rinunciare quasi a priori a individuare e a tracciare indispensabili distinzioni fra i regimi totalitari evitando con grande accuratezza di parlare di superiorità morale dell’uno o dell’altro totalitarismo e di coloro che quel potere totalitario avevano conquistato, detenevano e utilizzarono. Nella sostanza, sostengo, facendomi forte di una notevole quantità di studi storici, che è semplicemente profondamente sbagliato
mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), meglio stalinista (poiché, non metterei tutti indistintamente i regimi comunisti dell’Europa centro-orientale nello stesso contenitore totalitario). Fermo restando che nazismo e stalinismo sono entrambi sicuramente condannabili, non è possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali che intercorrono fra loro.

Senza sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (persino quello stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici, nell’ideologia. Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi, omosessuali, disabili, malati di mente, portatori di malattie ereditarie e di tutti gli Untermenschen, fra i quali indistintamente gli slavi. Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista, almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione.

L’ideologia di dominio attraverso l’annichilimento è connaturata al pensiero nazista. È di Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le uccisioni, i Gulag non sono conseguenza né del marxismo come ideologia e progetto né del comunismo come tentativo di realizzazione, ma dello stalinismo e, più precisamente, delle ambizioni e delle azioni di Stalin stesso. Non ammontano a un progetto di sterminio quanto, piuttosto, sono la conseguenza sicuramente criminale di drammatici errori. Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche. Non credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia di sopraffazione e di morte e che non esistette mai una strategia di annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori. Il deplorevole, assolutamente condannabile, trattamento dei dissidenti in Unione Sovietica e negli altri regimi comunisti va valutato per quello che è stato: una drammatica conseguenza della lotta politica, non un inevitabile esito di un progetto precostituito da realizzare a ogni costo.

Poi, nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma anche da precisare. Senza la strenua resistenza sovietica all’invasione nazista, è probabile che la Seconda guerra mondiale sarebbe terminata con l’estensione vittoriosa del nazismo su tutta l’Europa (e forse altre parti del mondo). Non sono il solo, anzi, a sostenere che il merito della sconfitta di Hitler non sia attribuibile unicamente all’antinazismo di Stalin piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi. Questo elemento in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti. Innegabile è anche che nei paesi satelliti moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che abbiano costituito la maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto, certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo considerati totalitari (ma duramente autoritari sì). Intravedo che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando tutto al totalitarismo comunista sovietico. Non è così. Magari qualche riflessione riguardo al vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, alla sostanziale indifferenza di molti di quei cittadini nei confronti del genocidio degli ebrei sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza (la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.

Titolo: Novecento addio. La Risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito

Autore: A cura di R. Righetto

Editore: Edizioni Medusa

Pagine: 118

Prezzo: 14,50 €

Anno di pubblicazione: 2020



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