Senti chi parla (alle urne). La goleada del Pd nel buco nero dell’astensione

Un elettore su due è rimasto a casa. La sfida per il "nuovo" Letta parte da qui

Sembra passata un’era geologica da quando Enrico Letta lasciò Parigi per rituffarsi – folle o visionario – nella bagarre politica italiana. Illusioni spazio-temporali. Non sono passati neppure sette mesi. Era l’11 marzo quando mezzo centrosinistra italiano lo richiamò in patria con un mix inintelligibile di convinzione e disperazione a rimettere insieme i cocci di un partito – il Pd – che la furia delle correnti aveva portato a un passo dal collasso. Un semestre dopo, per la sorpresa di molti e in primis di se stesso, il segretario è il man of the match del primo grande appuntamento elettorale post-pandemico. Può festeggiare a buon titolo la goleada in tre grandi città del Paese – Milano, Napoli e Bologna – riprese o confermate in un giorno e mezzo su avversari praticamente inesistenti, e sperare perfino di riconquistare, tra dodici giorni, due ex bastioni come Roma e Torino crollati cinque anni fa. E vinta la scommessa di Siena, si appresta a rientrare in Parlamento – lasciato a testa bassa sei anni fa – da leader in grado di dare le carte in vista della prossima partita politica, quella del Quirinale.

Ma è davvero merito di Letta la rivincita del Pd? Sì e no. Sì, nella misura in cui ha saputo prendere il timone del partito e di una “comunità”, come ama dire, con piglio gentile ma deciso. Tenere la barra dritta come forza di governo senza rinunciare a battaglie, più o meno simboliche, su temi “coinvolgenti” per il suo elettorato come la legge sull’omotransfobia o il salario minimo. No, al contempo, nella misura in cui nessuno dei candidati presentati nelle grandi città è stato davvero scelto da Letta: non Sala a Milano, che vive di forza propria; non Lepore e Lo Russo a Bologna e Torino, quadri locali di partito incoronati da primarie locali; non Manfredi a Napoli, la cui candidatura era già stata “apparecchiata” da Zingaretti, Conte e Fico. E neppure a ben vedere Gualtieri a Roma, che come anche i muri del Nazareno sanno non era – e gli stenti del primo turno spiegano perché – la prima scelta del segretario.

L’affermazione è dunque piuttosto collettiva e di profilo. Nel senso che ad emergere dal voto locale del dopo (si spera) pandemia pare essere soprattutto la rinnovata ricerca di serietà, competenza e conoscenza del territorio. In una parola, affidabilità. Non a caso, per converso, ad essere punita nel modo più brutale è la forza che non tanto del populismo – termine abusato a tal punto da renderlo irriconoscibile – quanto del qualunquismo ha fatto in questi anni la sua cifra: il Movimento 5 Stelle. Qualunquismo nel senso originario, del rivendicato invio nelle stanze del potere di perfetti sconosciuti senz’alcuna competenza – ideale archiviato ufficialmente dallo stesso tribuno che lo aveva spacciato in quantità da overdose (citofonare Grillo). Ma qualunquismo, come inevitabile conseguenza, anche in senso “esterno”, come disponibilità infine ad allearsi con chiunque e su qualsiasi piattaforma politica, pur di restare a galla. Gli elettori saranno “fluidi” e distratti, ma questo, se non altro, hanno dimostrato di non perdonare: l’arroccamento nel Palazzo e il tradimento di ogni promessa.

Il messaggio suona però forte e chiaro per tutti, mentre entra ufficialmente nella sua parte conclusiva una legislatura che ha visto accadere, francamente, di tutto. Un governo, il primo, nato dopo mesi di estenuanti trattative tra Lega e M5S. Un secondo fabbricato a freddo dai nemici di Salvini, con giravolta plastica dello stesso premier. Uno stato d’emergenza per governare d’imperio un cataclisma sanitario tuttora in vigore dopo venti mesi (lo stato d’emergenza, il cataclisma non è chiaro). Un terzo esecutivo, di profilo e gradimento sì altissimi, ma nato per imposizione sostanziale di un presidente della Repubblica su un arco parlamentare allo sbando. Una transumanza di deputati e senatori, infine e per l’appunto, imbarazzante e senza eguali tra i mari mossi della legislatura: 267 cambi di gruppo parlamentare all’11 settembre, da far perdere la testa persino ai mirabili contabili di OpenPolis. Con un pizzico d’impegno nell’ultima fase, non s’esclude s’arrivi a fine quinquennio con almeno un parlamentare su tre con una casacca diversa da quella iniziale.

C’è tutto questo, e negarlo e nasconderlo sarebbe un tragico errore, dentro quel vero e proprio “buco nero” che le urne d’inizio autunno hanno scoperchiato. Quello della partecipazione al voto non è un passo indietro: è sul tempo lungo un vero e proprio collasso. Vent’anni fa, come ricorda Walter Veltroni, l’affluenza alle urne a Torino e Milano superava l’80%, a Roma lo sfiorava, a Napoli appena meno. Oggi in tutte le grandi città la maggioranza degli elettori semplicemente non ha aperto la porta di casa per andare a votare. È un campanello d’allarme democratico che sarebbe suicida ignorare, inebriati dalle illusioni di “funerale del populismo”. In quel buco nero sta invece, con ogni evidenza, tutta la sofferenza non detta del Paese: la paura e la fragilità, il disagio sociale e quello individuale, l’assenza di lavoro o il terrore di perderlo, l’emarginazione. Sta alla politica – e al Pd di Letta in primis se davvero vuole tornare al governo sulla spinta di un chiaro mandato popolare – uscire di casa e guardare dentro quel buco nero, se non vuole che diventi terreno di coltura per il prossimo tribuno qualunquista, o peggio. Così come sta ai media e al mondo della cultura, per la loro parte. Significa guardare ed ascoltare, capire e spiegare, proporre e intercettare. Significa stare certo con la testa in Europa e nel mondo, dove si decidono i destini politici ed economici di tutti, ma col corpo nelle strade e nei quartieri – possibilmente non solo nelle tre settimane prima del voto.

Al momento di contare le schede infilate nell’urna da metà degli elettori, per un meraviglioso scherzo della Storia, sono andate in tilt tre quarti delle piattaforme social su cui si basa la comunicazione immediata poiché mediata. Vale come suggerimento del destino per riportare al voto entro il 2023 l’altra metà del Paese?

 

Foto: Un seggio semi-deserto di Roma – 3 ottobre 2021 (F. Monteforte / AFP).

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