Libia, la guerra ai tempi del coronavirus
I razzi di Haftar su Tripoli

Mentre l’Italia si blinda per contrastare la pandemia di COVID-19, l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, alza il tiro, viola la tregua per l’ennesima volta e colpisce la città vecchia di Tripoli. È un salto in avanti quello del leader di Bengasi che, finora, non aveva toccato il cuore della Capitale. Tre missili sono stati lanciati sabato sera dalle postazioni dell’esercito del feldmaresciallo e hanno raggiunto diverse abitazioni distruggendole. Le televisioni libiche fanno vedere palazzi abbattuti in quella parte di Tripoli che rappresenta ancora un patrimonio storico importante, nonostante il degrado degli anni post Gheddafi. Il nucleo originario della città risale al VI secolo a.C. e si trova a circa tre chilometri dalla sede diplomatica italiana, dove le bombe sono state sentite distintamente e dove è rimasta buona parte del personale insieme con l’ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi.

Il bombardamento della “città vecchia” di Tripoli, assieme a quello di altri popolosi quartieri come il più periferico Ain Zara, viene confermato dall’account Facebook di “Vulcano di collera”’, l’operazione di difesa della capitale libica. L’esercito di Tripoli sottolinea che gli attacchi di Haftar sono una “nuova violazione” del cessate il fuoco e di una prosecuzione “della presa di mira di civili, scuole e istituzioni” da parte delle milizie di Haftar.

 

Bombe e virus

In questi giorni anche la Libia ha dovuto fare i conti con il contagio da Coronavirus. Le strade sono state sanificate e la città si è blindata. La speranza era che Haftar non violasse la tregua come invece ha fatto. L’attacco è avvenuto intorno alle nove di sera, ora italiana. Al momento si parla di una donna e di un bambino rimasti feriti. Il bombardamento della Città vecchia di Tripoli, assieme a quello di due altri popolosi quartieri come il più periferico Ain Zara, viene confermato anche dall’account Facebook di “Vulcano di collera”, l’operazione di difesa della capitale libica. Il testo sottolinea come si tratti di una “nuova violazione” del cessate il fuoco e di una prosecuzione “della presa di mira di civili, scuole e istituzioni” da parte delle milizie di Haftar.

Le forze fedeli al Generale hanno intensificato gli attacchi a partire dal 18 marzo scorso, causando danni ai quartieri di Abu Salim, Hadaba, Ain Zara, Ras Hassan e Bab Bin Ghashir, scrive il quotidiano The Libya Observer. Il 15 marzo l’Esercito Nazionale Libico, guidato da Haftar, ha attaccato l’aeroporto di Mitiga a Tripoli, causando diverse vittime.

Giovedì scorso gli attacchi contro la periferia di Tripoli avevano già fatto quattro morti, tra cui tre bambini. Appartenevano alla stessa famiglia ed erano rimasti uccisi in un lancio di razzi contro il sobborgo meridionale di Ain Zara. Mentre una donna era stata colpita e uccisa nel quartiere di Ben Ghashir da un razzo che ha centrato la sua auto. In quest’ultimo attacco erano rimaste ferite anche la figlia e la nipote della donna.

Negli attacchi di giovedì il governo di Fayez al-Sarraj ha riferito di aver ucciso 25 miliziani fedeli ad Haftar durante scontri alla periferia della capitale. Secondo i media vicini al governo, a essere stati uccisi sono mercenari arrivati dal Sudan e dal Ciad. “Sottolineiamo ancora una volta che non abbiamo iniziato noi questa guerra. Tuttavia, saremo noi a decidere quando e dove questa guerra finirà”, aveva dichiarato il portavoce dell’esercito di Tripoli, Mohammed Qununu.

 

Appello alla tregua

L’Ambasciata d’Italia scrive sul suo account Twitter di aver accolto “con favore la disponibilità del Governo di Accordo nazionale ad aderire a una tregua umanitaria per contrastare la minaccia posta dalla diffusione del coronavirus”. L’Italia passa poi a “condannare con fermezza i continuati, inaccettabili bombardamenti che negli ultimi giorni hanno colpito i quartieri residenziali di Tripoli, causando numerose vittime civili”. L’Italia rinnova “al generale Haftar e alle sue forze la richiesta di accogliere in maniera costruttiva l’appello per una cessazione delle ostilità”. Nella nota si auspica che una tregua umanitaria “possa anche favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti su una bozza di accordo per un cessate il fuoco definitivo nel quadro dei lavori della Commissione Militare Congiunta 5+5”.

Anche la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha esortato tutte le parti a compiere il coraggioso passo nell’unificare i loro sforzi per affrontare questa pandemia. “COVID-19 non ha affiliazioni e supera tutti i fronti. Chiediamo a tutti i libici di unire le forze immediatamente prima che sia troppo tardi per affrontare questa travolgente minaccia a rapida diffusione, che richiede il consolidamento di tutte le risorse e gli sforzi per la prevenzione, la consapevolezza e il trattamento delle possibili vittime”. L’UNSMIL ha incoraggiato l’implementazione di un meccanismo consolidato per affrontare il COVID-19 in Libia in stretta collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e altre agenzie delle Nazioni Unite sul campo, e gli amici della Libia.

C’è grande preoccupazione in particolare per la dimensione internazionale del conflitto da quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha trasferito migliaia di combattenti siriani da Idlib a Tripoli e centinaia di funzionari turchi sono impegnati in operazioni di addestramento e coordinamento. Dall’altra parte della barricata, si trovano migliaia di mercenari russi e sudanesi, affiancati da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, in ruoli diversi che vanno dal supporto tecnico-militare a quello economico e al rifornimento di armamenti, in ripetuta violazione della Risoluzione 2473 del giugno 2019 (protraendo la Risoluzione 1970 del febbraio 2011 a opera delle Nazioni Unite).

Allo stesso modo, vi è preoccupazione per la diffusione del virus attraverso l’introduzione nel Paese di materiale e attrezzature di guerra dall’esterno, a sostegno di entrambe le parti, dal momento che tutti i Paesi sponsor hanno registrato numerosi casi di COVID-19.

 

Il contagio tra i dimenticati

È allarme rosso intanto nei lager dove sono confinati migliaia di migranti: il Coronavirus potrebbe determinare una carneficina sanitaria in questo girone dell’inferno. È evidente che la presenza di COVID-19 in Italia e in Europa non fermerà le partenze”, allerta il sito di informazioni internazionali Ofcs.report. Anzi, vale il discorso inverso. Il “rischio di rimanere infettati in Libia è motivo di ansia viste le strutture sanitarie carenti che non raggiungono gli standard italiani e europei. E forse i migranti, oltre che dalla guerra, fuggono anche dal rischio di rimanere contagiati ed essere costretti a curarsi in loco”, rimarcano fonti locali del sito. La paura c’è, e tanta. Infatti anche in Libia il pericolo del contagio e della diffusione del virus è diventato un allarme. Sarebbero due i casi di persone contagiate dal coronavirus. Ma secondo alcune fonti, le persone infette sarebbero molte di più, anche tra i migranti. Una catastrofe sanitaria che può avere nei centri di detenzione sparsi nel Paese il suo epicentro. Sono almeno duemila i migranti e rifugiati in Libia ancora rinchiusi nei centri di detenzione, esposti ad abusi e condizioni pericolose. Medici Senza Frontiere chiede “la fine della detenzione arbitraria di migranti e rifugiati”, di “organizzare la loro evacuazione” e allestire “con urgenza meccanismi di protezione che includano ripari per i più vulnerabili. Questo può funzionare solo se l’Europa smette di respingere le persone che fuggono via mare e se i Paesi sicuri si impegnano ad accogliere un maggior numero di sopravvissuti”.

Annota Paolo Quercia, docente di Studi strategici all’Università di Perugia: “Sarà importante vedere se il conflitto libico subirà cambiamenti del suo corso in relazione al coronavirus. Si contrappongono qui due aspetti che vanno analizzati: l’elevato isolamento in termini di mobilità della popolazione – in particolare con le aree maggiormente colpite dal virus – e l’alto livello di internazionalizzazione del conflitto stesso, con i belligeranti che hanno supply chains in termini di armamenti, finanziari e combattenti molto lunghe, che potrebbero mutare con il mutare delle condizioni sanitarie dei vari Paesi. Esse, di fatto, cambiano il livello delle priorità nell’impiego delle risorse. Non è dunque da trascurare una possibile tendenza alla riduzione delle risorse esterne che vengono impiegate nel conflitto libico e un sovrapporsi di molteplici iniziative per congelare il conflitto a risorse decrescenti. Tra questi anche i tentativi di rinegoziare i termini di un dialogo russo-turco sul duplice scenario siriano e libico e una rinnovata iniziativa francese per cercare di far avanzare la propria agenda in un momento di possibile stallo del conflitto, appaiono essere i principali”.

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