Il piano di Trump spacca il centrosinistra israeliano

Una gara a chi si accredita per essere il miglior “gestore” del “Piano del secolo” targato Donald Trump. Un Piano che non porterà la pace in Medio Oriente ma che potrà determinare l’esito delle elezioni israeliane del 2 marzo, le terze in nemmeno un anno. Sarà quello il “Giorno del Giudizio” per i due maggiori contendenti alla poltrona di primo ministro: Benjamin Netanyahu e Benny Gantz. Dell’entusiasmo del premier israeliano in carica, si è detto e scritto in abbondanza. Ma a contendergli il Piano è il leader di Kahol Lavan (Blu Bianco), l’ex capo di Stato maggiore delle Idf (le Forze di Difesa israeliane) Benny Gantz.

Il leader di Blu Bianco vuole portare la settimana prossima alla Knesset il piano di pace ideato da Trump, perché i deputati israeliani lo possano approvare. Il piano “è una opportunità storica per tracciare i futuri confini d’Israele”, ha detto Gantz. “Il piano di pace è coerente con i principi fondamentali esposti nella piattaforma elettorale di Blu e Bianco”, ha sottolineato ancora l’ex capo di Stato maggiore. Poco importa se dentro il partito non tutti la pensino così. L’importante, dicono i più stretti collaboratori di Gantz, è che sia chiaro che un progetto così ambizioso come quello messo in piedi dall’inquilino della casa Bianca ha bisogno di un referente interno allo Stato ebraico che non abbia carichi giudiziari pendenti, come li ha ‘Bibi’.

Insomma, Gantz ha deciso di sfidare il suo rivale sul terreno da sempre preferito dal premier più longevo nella storia d’Israele: il terreno della sicurezza. Una sicurezza che s’impone anche estendendo unilateralmente i confini dello Stato, inglobando la Valle del Giordano e gli insediamenti sorti nel tempo in Cisgiordania, sui Territori palestinesi occupati.

Una posizione, quella di Gantz, che rischia di creare un fossato incolmabile tra il leader di Blu Bianco e la sinistra israeliana, oltre che con i partiti arabi israeliani riuniti nella Joint List. Dal leader dei laburisti, Amir Peretz, è arrivato lo stop a qualsiasi ipotesi di passo unilaterale: “Determineremo il nostro destino tramite negoziati diretti con l’Autorità palestinese che si concluderanno con un accordo che metterà in sicurezza uno Stato ebraico e democratico all’interno di confini sicuri per le generazioni future”. La corsa all’annessione della Valle del Giordano e delle colonie è in ogni caso fuori discussione per un governo ad interim, ha aggiunto Peretz, puntando il dito contro la mancanza di legittimità.

Condanna netta è venuta dai parlamentari arabo-israeliani che vedono il piano come un passo verso l’instaurazione di un regime di apartheid; sotto accusa in particolare l’ipotesi che alcune città arabe nel nord di Israele possano finire sotto la giurisdizione di un futuro Stato palestinese in cambio di territori per lo Stato ebraico. Un’idea promossa anni fa dal leader ultra-nazionalista Avigdor Lieberman, “inevitabile punto finale dell’agenda razzista di Trump e Bibi (Netanyahu), un via libera per revocare la cittadinanza di centinaia di migliaia di cittadini arabi”, ha sottolineato il leader della Joint List, Ayman Odeh.

“Non si può certo parlare di svolta se si dovesse realizzare un governo con la politica di Netanyahu ma senza Netanyahu. Parlare di ciò che ha partorito la mente di Trump e dei suoi consiglieri di famiglia (il riferimento e a Jared Kushner, consigliere di Trump sul Medio Oriente nonché genero, ndr) come qualcosa che abbia a che fare con una idea sensata, praticabile, di pace è già di per sé un non senso, definirlo poi il Piano del secolo, beh, questo tracima nel ridicolo”. A dirlo a Reset è il più autorevole storico israeliano, più volte premiato in patria e nel mondo, già professore all’Università ebraica e alla Sorbona di Parigi: Zeev Sternhell. Sternhell è autore di opere fondamentali, che hanno fatto molto discutere, sull’ideologia fascista e sul sionismo (Nascita dell’ideologia fascista, Né destra né sinistra, Nascita di Israele, Contro l’illuminismo. Dal XVIII secolo alla Guerra fredda, tutti pubblicati da BCD editore).

“Il piano di pace di Trump è ridicolo, pericoloso e unilaterale”, afferma Chemi Shalev, firma di punta del quotidiano progressista di Tel Aviv Haaretz. “Trump ha dichiarato la Terza Nakba”, rilancia Gideon Levy, icona del giornalismo radical israeliano. “Con la Valle del Giordano  e la maggior parte delle colonie della Cisgiordania sotto la sovranità israeliana, i Palestinesi hanno la garanzia che non avranno mai né uno Stato, né un mezzo Stato, un governo cittadino o un quartiere. Null’altro che una colonia penale – scrive su Haaretz Levy – Con l’annessione della Valle del Giordano e della maggior parte delle colonie, Donald Trump rende ufficiale la creazione di uno stato d’apartheid che sarà conosciuto come lo Stato di Israele. Ciò che Herzl iniziò a Basilea, Trump lo ha completato a Washington. D’ora in poi sarà impossibile lasciare che la comunità internazionale, soprattutto quella presuntuosa che si autodefinisce ricercatrice del bene, continui a ciarlare della soluzione dei due Stati. Non esiste una cosa del genere. Non c’è mai stata. Non ci sarà mai. Se la comunità internazionale, e con essa l’Autorità Palestinese, sperano di risolvere il problema palestinese, hanno una sola strada da percorrere: l’instaurazione di una democrazia dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. Non resta nient’altro”.

Prosegue Levy: “Ma le notizie che vengono da Trump e la capitolazione del mondo di fronte ad esse sono ancor più funeste. Trump sta creando non solo un nuovo Israele, ma un nuovo mondo. Un mondo senza diritto internazionale, senza rispetto per le risoluzioni internazionali, senza neanche una parvenza di giustizia. Un mondo in cui il genero del Presidente degli Stati Uniti è più potente dell’Assemblea Generale dell’ONU. Se le colonie sono permesse, qualsiasi cosa è permessa. Quel che è stato conquistato con la forza militare bruta potrà essere liberato solo con la forza. Nel mondo di Trump e della destra israeliana, non c’è posto per i deboli. Essi non hanno diritti. Da ora in poi, o ci sarà un individuo e un voto – il singolo voto di Trump (e di Benjamin Netanyahu) – o il voto uguale di ogni individuo che vive in Israele-Palestina. Europei, Palestinesi e Israeliani: è arrivato il momento di scegliere tra i due scenari”.

“Integrazione o apartheid: tertium non datur – incalza Sthernell – Certo, sul piano dei principi resta la soluzione ‘a due Stati’, e qui c’è la responsabilità storica della comunità internazionale, non solo degli Stati Uniti e dell’Europa ma anche dei Paesi arabi, nel non aver forzato su questo punto quando ne era il tempo. Oggi, di fronte alla realtà degli insediamenti nella West Bank, ad una presenza di oltre 400mila israeliani-coloni, a me pare francamente improbabile, per non dire impossibile, realizzare questa soluzione. Ma a Gerusalemme come nella West Bank, non devono esistere due leggi e due misure, una per i cittadini ebrei e l’altra, penalizzante, per i palestinesi. Ritengo peraltro che la prospettiva di uno Stato binazionale democratico possa essere un terreno d’incontro, di iniziativa comune, tra quanti, nei due campi, credono ancora nel dialogo e nella convivenza. Mi lasci aggiungere che credere in uno Stato binazionale non significa che le comunità che ne fanno parte rinuncino alla propria identità. Integrazione non è sinonimo di omologazione, di azzeramento delle diversità. Io penso che siano nel giusto i Palestinesi a voler essere persone libere e aspirare al benessere soprattutto per i giovani. Ecco, io credo che, nelle condizioni date, questa aspirazione sia più praticabile in uno Stato binazionale. E questo discorso vale ancor più oggi, alla luce del Piano di Trump, che altro non è che l’ennesimo regalo elettorale fatto all’amico Netanyahu. Se un ‘pregio’ quel Piano ha – conclude Sternhell – è avere formalizzato ciò che da tempo era chiaro: l’impossibilità di realizzare una pace fondata su due Stati, visto che la colonizzazione dei Territori, portata avanti con la complicità della comunità internazionale, che nasce ben prima dell’avvento di Trump, ha cancellato sul terreno la possibilità di uno Stato palestinese degno di questo nome, a meno che non si intenda spacciare per ‘Stato’ un bantustan mediorientale”.

 

Foto: Gil Cohen Magen / AFP

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