STORIE USATE

Siegmund Ginzberg

Lingue, colori, incontri e delazioni.
Odessa, il trofeo più ambito da Putin

Per Pasqua (quest’anno le Pasque ebraica, cattolica, ortodossa si affollano a pochi giorni di distanza), lì si faceva una carneficina. Si sgozzavano che era una goduria oche, tacchini, polli, capretti, agnellini. C’è una favola di Sholem Aleykhem che mi fa piangere. Piangere dal ridere, ma anche dalla tristezza. Parla di una coppia, “di due innocenti creature di Dio che vissero, amarono, sognarono, soffrirono, sperarono e in una di quelle buie fangose notti che precedono Pesakh caddero per mano assassina senza sapere né perché né per come…”.

È una coppia di tacchini, un maschio e una femmina. “L’autore di questa storia prega caldamente chi legge di non cercare nel racconto allegorie di sorta, di non voler indovinare eventuali allusioni…”, così l’incipit di “La coppia”. E invece è una favola che parla di vittime e di carnefici, compresi carnefici che poi sapremo diventeranno vittime, di crudeltà da parte dei bambini che tormentano i volatili ingrassati prima del macello, e che sappiamo saranno poi a loro volta macellati… C’è chi risponde con una risata liberatrice ai traumi della storia. C’era chi raccontava barzellette persino sui treni diretti ad Auschwitz, come ricorda Antonella Ottai nel suo bellissimo e tristissimo Ridere rende liberi. Comici nei campi nazisti. Molti hanno usato l’ironia contro la tragedia. Sholem Aleykhem più e più profondamente di qualunque altro scrittore. C’è chi ha osservato che nei racconti di questo scrittore yiddish di Odessa, poi trapiantato a New York, più insopportabile è il dolore, più stride l’humour.

Ma però no, Dio mio no, non di nuovo Odessa. Hanno ricoperto di sacchetti di sabbia, fino sopra al mento, la statua di Richelieu in toga romana in cima alla celebre scalinata. No, non il cardinale, un suo pronipote profugo dalla Rivoluzione nella Russia dello zar Alessandro I. Si sono già visti e sentiti colpi e missili sparati dalle cannoniere russe che bloccano il Mar Nero. Non sono più i cannoni della corazzata Potëmkin che vendicavano il massacro dei cittadini inermi ad opera delle truppe dello Zar. Mi sono rivisto la scena del film di Ėjzenštejn. Sbaglia il ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio. Non è affatto “una cagata pazzesca”. È un grandissimo film. Un grandissimo film di propaganda.

Il film fu proiettato per la prima volta al pubblico nel 1926. Vent’anni dopo, nel 1946, Ėjzenštejn si chiedeva, nelle sue memorie, che fine avesse fatto il bambino sulla carrozzella che rotola per la scalinata. Pare che ricordasse una per una tutte le centinaia di comparse. “Avrebbe vent’anni ora. Dov’è? Non ricordo se fosse un maschietto o una femminuccia. Che sta facendo? È stato uno dei giovani difensori di Odessa? O è stato deportato? Gioisce perché Odessa è stata liberata? O giace in una fossa comune?”.

C’è, prima del massacro sulla scalinata, al 42esimo minuto della pellicola, un frammento brevissimo, neanche un secondo, nel quale dalla folla radunatasi a sostegno degli ammutinati della Potëmkin, si leva il grido: “Ammazzate gli ebrei!”. Un cameo di storicità? Una denuncia dell’antisemitismo latente nella Russia zarista (e pure in quella sovietica)? Da che mondo è mondo a Odessa, in Ucraina, in tutta la “zona di residenza” l’immensa fascia di terre di confine che dal Baltico arriva al Mar Nero, se la sono presa con gli ebrei. I Russi, perché non li consideravano abbastanza russi. Gli Ucraini e i Polacchi e i Romeni perché li consideravano troppo amici dei Russi. Gli anti-bolscevichi perché li accusavano di aver inventato il comunismo e di essere bolscevichi. I comunisti perché li consideravano un corpo estraneo alla loro nuova umanità.

All’inizio del secolo scorso, un abitante di Odessa su tre era ebreo, c’è chi dice addirittura uno su due. Molto più che a Costantinopoli, quasi come a Salonicco. Quando arrivò nel 1944 in città la 60ma armata di Stalingrado, di ebrei ne erano rimasti vivi solo 48. A deportarli e sterminarli ci avevano pensato i fascisti romeni, che l’avevano occupata nell’estate 1941 per conto dei Tedeschi. Per zelo non erano stati da meno degli Einatzgruppen, le speciali squadre della morte delle SS nel resto dell’Urss invasa. Le represalii prevedevano l’uccisione di duecento “comunisti ed ebrei” per ogni ufficiale occupante ucciso, cento per ogni soldato. Così ordinava il proconsole nella Transnistria “liberata” (di cui Odessa era la capitale). Il proconsole, del conducator (Duce) di Romania Antonescu si chiamava, Gheorghe Alexianou, era un colto ed elegante professore di diritto amministrativo.

Volodymyr Zelensky, l’attore comico cresciuto in una “normale famiglia ebraica sovietica”, che da presidente dell’Ucraina si è conquistato sul campo (grazie anche agli insulti e alle minacce di Putin) i galloni di statista mondiale, ha apparentemente fatto una sola gaffe dall’inizio della guerra: quando rivolgendosi alla Knesset, il Parlamento israeliano, ha equiparato l’assalto russo all’Olocausto. In Israele si sono risentiti. “Lo capisco, è un leader che sta combattendo per la sopravvivenza del suo Paese. Molte centinaia di morti, milioni di rifugiati. Non riesco nemmeno a immaginare di trovarmi nei suoi panni…Ma penso che l’Olocausto, la distruzione sistematica, industriale di un popolo nelle camere a gas, sia un evento unico”, gli ha risposto il premier israeliano Bennett. In effetti c’è qualcosa che puzza nell’inflazione delle accuse di “genocidio”. Il genocidio è genocidio, qualcosa di più di un grande massacro. Ma ognuno tende a sostenere che sia più orrendo il massacro compiuto dal vicino. Lascia l’amaro in bocca la contabilità macabra su chi ne ha uccisi di più o ha avuto più vittime. Diventa ripugnante quando viene addirittura usato per giustificare o sminuire i massacri compiuti dalla propria parte. Di genocidio parlano gli ucraini a proposito della guerra russa, Putin parla di genocidio nei confronti dei russi in Ucraina per giustificare l’invasione e la sua brutalità. Il termine “genocidio”, poi adottato nel 1948 dall’Onu, è stato coniato da Raphael Lemkin, giurista ebreo che si era laureato all’Università di Leopoli e, dopo un’interminabile odissea da profugo, era approdato in America. È stato ritrovato nella Manuscript Division della New York Public Library, e pubblicato integralmente in rete un saggio di Lemkin sull’Holodomor, il genocidio per carestia perpetrato all’inizio degli anni ’30 in Ucraina da Stalin contro nazionalisti e kulaki. Che lo considerasse genocidio non ci può essere il minimo dubbio. Sul perché Lemkin abbia deciso poi di non pubblicarlo si possono fare solo ipotesi. Prudenza sull’uso delle parole?

Odessa aveva fama di “città dei delatori”, dove si denunciavano volentieri i rivoluzionari alla polizia zarista, i controrivoluzionari alla Ceka bolscevica, gli ebrei alla securitate, la Gestapo degli occupanti romeni, eufemisticamente chiamata “commissione per la selezione e l’evacuazione”. Non c’è grande scrittore russo che non sia passato da Odessa, non ne abbia scritto. Puškin dovette lasciarla perché aveva un affaire con la moglie del governatore, il principe Voroncov. L’aveva schizzata, a penna, a margine del manoscritto dell’Eugenio Onieghin. Di Odessa erano perdutamente innamorati, tra molti altri, Konstantin Paustovskij (Cronaca di una vita), Leonid Utesov, Ilya Ilf ed Evghenij Petrov, i due geniali scrittori umoristici che fecero ridere a crepapelle la Russia cupa dei tempi di Stalin con i loro racconti sui grandi imbroglioni.

Innamorato di Odessa lo era, forse più perdutamente di tutti gli altri, Isaac Babel. Fantastica, nei suoi Racconti di Odessa, la figura di Benja Krik, (al secolo Mishenka Japonchik, il giapponesino, alias di Moisei Vinnitskij), il Re dei gangster ebrei, una specie di mafioso gentiluomo, che “rubava ai ricchi e dava ai poveri”, ammazzava chi spifferava alla polizia e dava feste memorabili. Una città così permissiva, decadente, aperta, ai loro occhi corrotta e venduta all’Occidente, non poteva piacere ai Bolscevichi, così come non piaceva ai severi funzionari dello Zar. Non gli poteva piacere nemmeno l’autore de L’armata a cavallo, che parlava dell’epopea ma anche degli orrori della guerra civile. Babel, sovietico e comunista convinto, finì male, come Mandel’štam, come Pli’njak. Una notte vennero ad arrestarlo prima dell’alba. Lui scherzò: “Non vi lasciano dormire tanto a voi dell’NKVD [la polizia segreta di Stalin]”. Per decenni non si seppe nemmeno che fine avesse fatto. Era stato fucilato in gran segreto nel 1939. Fu riabilitato nel 1954. Ma solo di recente, da documenti desecretati nei faldoni dei servizi, emerge una possibile spiegazione del perché. Un delatore riferisce di avergli sentito dire: “La gente si abitua agli arresti come al tempo che fa, è spaventosa la rassegnazione di uomini del Partito e intellettuali di fronte alla possibilità di venire arrestati. Tutto ciò è una caratteristica dei regimi statalisti”. Un altro appunto riferisce una sua riflessione sul perché le autorità ce l’abbiano con chi pensa in modo indipendente: “Dal momento che queste persone hanno un sia pur minimo contatto con delle forze vive, la direttiva diviene implacabile: arrestare, fucilare!”.

Non sono mai stato ad Odessa. Ma tutto quello che ho letto su Odessa mi ricorda i colori, gli odori, le voci, i sapori, la Babele di lingue della Istanbul della mia infanzia. Si parlava russo, ucraino, yiddish, rumeno, armeno, greco, turco, anche italiano. Da Odessa venne a Torino, portandosi un po’ di quel mondo, la famiglia di Leone Ginzburg. Stesso mare (o quasi, il Bosforo è giusto girato l’angolo). Stessi mercati colmi di ogni ben di dio, stesso pesce freschissimo (il kalkan, il rombo chiodato in stagione), stessa atmosfera cosmopolita. “Odessa, vivere da Dio”, suona l’antico detto yiddish. Eldorado sul Mar Nero, Paradiso in terra, Città d’oro, la chiamavano dopo che, agli inizi dell’ottocento, divenne porto franco. Il porto traboccava di “barili di burro, vino, casse di tessili, frutta, balle di tabacco, peperoncini e caffè”, raccontano i cronisti dell’epoca. Mia mamma mi raccontava che i velieri di suo nonno, armatore sefardita a Costantinopoli, facevano in continuazione la spola con Odessa. Importava anche barili di caviale, e in casa si faceva festa a raschiare il fondo del barile. Era anche la città del piacere, del vizio, una sorta di New Orleans sul Mar Nero. Ancora oggi è il più importante porto sul Mar Nero, l’arteria vitale che rifornisce il Mediterraneo di grano ucraino. C’è chi dice che è lì che fu inventato il jazz. Esagerato? Cercate e ascoltate Proshchai Odessa, Addio Odessa, su Youtube e mi direte.

Odessa, la città di Odisseo, al femminile in omaggio all’imperatrice Caterina II, era stata fondata da un napoletano col cognome spagnolo, Giuseppe de Ribas (ancora oggi la Deribaskaya è l’arteria principale). Era un mercenario al servizio della Zarina. Aveva intuito le potenzialità di un porto alla foce del Dniepro, che dal Nord arriva al mare, passando per Kiev. Si capisce bene che Odessa possa far gola a Putin. Il quale ha già, giusto di fronte a tiro di missile, Sebastopoli in Crimea. Mariupol, o quel che resta di Mariupol, si affaccia invece sul Mare d’Azov, un bacino quasi chiuso. Ma Odessa potrebbe costargli troppo, perché senza più accesso al mare l’Ucraina sarebbe morta, e l’Ucraina sta dimostrando di saper vendere cara la pelle.

Caterina era tedesca, tostissima. Si racconta che, saputo dell’indipendenza americana, dicesse agli intimi: “Prima di cedere quelle 13 province come ha fatto Giorgio [Giorgio III d’Inghilterra], io mi sarei sparata”. Caterina sapeva scegliere i mercenari, così come sapeva scegliere e assumere, oltre agli amanti, le migliori menti dell’Europa dei Lumi (Voltaire e Diderot, per citarne un paio).  Un altro mercenario eccellente, assunto per la guerra ai Turchi, era John Paul Jones, il compagno d’armi di George Washington e fondatore della U.S. Navy. Jones però non piaceva al principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, che lo riteneva capace di fare tutt’al più il pirata, non l’ammiraglio della flotta russa del Mar Nero. Potëmkin è quello che acquisì all’impero russo l’Ucraina e poi i khanati musulmani di Crimea. Ma era soprattutto, lui sì, davvero un genio della propaganda. Il suo cognome è rimasto legato ai villaggi finti che faceva visitare ai diplomatici stranieri. Era stato lui a organizzare nel 1787 una fastosissima visita al Sud di Caterina, in slitta fino a Kiev, e poi via fiume e per mare sino a Bakhçisaray, a risiedere nel palazzo che era stato dei Khan di Crimea. Ad accompagnare l’imperatrice c’erano ambasciatori da tutta l’Europa, che rimasero molto impressionati dagli spettacoli di danze e cori folkloristici e canori, e dalle manifestazioni di gioiosa accoglienza organizzate lungo il percorso. Era stato un capolavoro diplomatico, e di immagine, aveva fruttato alla Russia l’acquiescenza del resto d’Europa all’espansione a Sud. Quando il sultano turco chiese l’immediata restituzione della Crimea, pena la guerra, l’Europa (quella volta) parteggiò per la Russia. Potëmkin fu fatto Principe di Tauride. Morì di strane febbri in una nuova campagna militare, volta ad allargare l’impero verso la Moldavia. Lo imbalsamarono, come poi avrebbero fatto di Lenin e Stalin.

 

Quest’articolo è stato pubblicato in origine sul Foglio di sabato 26 e domenica 27 marzo.

Foto: Via Richelieu a Odessa, in una cartolina del XIX secolo

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