COSE DELL'ALTRO MONDO

Riccardo Cristiano

Giornalista e scrittore

Breve cronaca della scoperta di un cambiamento radicale. Leggendo un biglietto.

Quando ho ricevuto un biglietto con il timbro “Segretaria di Stato” ho aperto curioso. Comincia così: “Caro fratello”. Caro fratello, a me? Guardo sopra, c’è lo stemma di Papa Francesco: Miserando atque eligendo. Dunque è lui. Mi chiama così, “caro fratello”. In quel momento  mi sono sentito confuso, ma ho proseguito nella lettura, fermo per le scale, vicino alla buca delle lettere dove ho trovato quel biglietto indirizzato a me. Che io consideri Bergoglio come fosse  mio fratello mia moglie me lo dice sempre, ma che lui mi chiami così… Ok. Cosa ha da dirmi ? “Desidero ringraziarti per il libro “Siamo tutti della stessa carne”, che hai voluto recentemente farmi pervenire”. Devo fermarmi: oltre a chiamarmi fratello si rivolge a me con la seconda persona singolare e mi ringrazia del pensiero: anch’io quando ricevo un omaggio, un pensiero, ho piacere a ringraziare chi me lo fa. Ma a volte mi distraggo, mi dimentico. Forse, penso,  altri papi avranno fatto ringraziare sconosciuti fedeli o ordinari giornalisti come me espressamente dai loro uffici, con formule tipo “ il Santo Padre ha ricevuto il suo… e La ringrazia del gradito pensiero”, o cose così. Non posso dirlo per certo, ma penso che le cose stessero così. Comunque sia escludo che altri vescovi di Roma usassero aprire il loro biglietto di ringraziamento ad una persona mai vista in vita loro con la formula “caro fratello” e proseguendo con il tu.  Francesco con me ha fatto così. E sono certo che dica molto dell’uomo Francesco. Lui crede in quello che dice?  Sì. 

Leggendo le prime parole del messaggio che Francesco mi ha fatto pervenire ho pensato questo: quest’uomo non si è fatto cambiare dal ruolo, piuttosto ha trasformato l’esercizio del  ruolo che ha. E’ la “conversione del papato”. Nella Chiesa, se ho ben capito, la parola “ministero” vuol dire “servizio”: per Francesco questo servizio è servizio alla Chiesa, certamente, ma anche all’idea che siamo “Fratelli tutti”. E’ una rivoluzione…. Perché per me il principale problema del cristianesimo occidentale è aver quasi sempre anteposto la verità alla via, facendo della Chiesa prima che una madre, per i credenti, e una sorella, per noi, un giudice al di sopra e al di là della storia. Francesco è venuto a rimettere le cose in ordine: prima la via, poi la verità. 

  

Proseguo nella lettera, nella quale Francesco non svela come gli ho fatto pervenire il volume in oggetto: dunque non non lo farò neanch’io, ma anche in questo c’è un significato evidente:  hai voluto farmi un omaggio, evidentemente un amico, un ufficio, ha fatto in modo che questo desiderio si realizzasse: ma, io, ho capito cosa questo amico o questo ufficio ha fatto per me, per realizzare questo mio desiderio di cui lui mi ringrazia? Immaginiamo che sia un impiegato della sua segreteria, che neanche so come si chiami. Non poteva lasciarlo su qualche tavolo? E immaginiamo quel giorno: quanti “pensieri”, importanti o superflui, saranno arrivati sul suo scrittoio? Quante richieste di attenzione, di conforto, di amicizia, di intervento, di azione, gli saranno arrivate? Proprio la mia richiedeva l’attenzione di un testo diretto? 

Ancora: Francesco ha avuto il libro che ho scritto con il carissimo reverendo Rocco D’Ambrosio, dunque sa,  è scritto già sulla copertina, che si tratta di un dialogo tra un cattolico, evidentemente il reverendo, e un agnostico, io, in merito alla sua enciclica “Fratelli tutti”. Forse, se avrà apprezzato, avrà soprattutto apprezzato quanto ha scritto molto meglio di me Rocco, ma  la soddisfazione evidentemente sta nel successivo giudizio: del libro dice “che ho molto apprezzato”. Leggendo ho pensato: “allora lo ha letto!” Un uomo che mi chiama “fratello” non dice che ha molto apprezzato qualcosa che non ha letto; perché dovrebbe? Questo ovviamente mi lusinga, come negarlo. Mi lusinga l’idea che lo abbia letto, o che lo abbia apprezzato? Entrambe. Forse avrà apprezzato anche qualcosa scritta da me, mi concedo, ma dovrebbe lusingarmi di più l’idea che lo abbia letto, se resto attento a quel che conta e intendo capire chi è. Non conta tanto che apprezzi le mie idee, o qualcuna magari, ma che mi dica “cosa pensa di me uno sconosciuto è importante per me, come dovrebbe esserlo per te”. E’ così? 

Nella seconda parte della biglietto leggo che invoca per me la protezione della Vergine Maria e di San Giuseppe e poi “di cuore t’imparto la Benedizione Apostolica, pegno di spirituale letizia”. Che vuol dire? Per me non è facile capire, comprendere appieno il senso di qualcosa che parla alla mia spiritualità ma con un linguaggio che non è il mio. Quel “di cuore” però supera le difficoltà, so bene anch’io cosa voglia dire fare un omaggio, di cuore. E’ quello che ho fatto. L’ho fatto esitando, pensando di esagerare, di chiedere troppo, di apparire vanesio, ma ho anche desiderato di cuore che avesse questo mio piccolo scritto. Lui lo ha capito, ha voluto addirittura ringraziarmi di questo, e io non posso capire cosa voglia dire per lui impartirmi “di cuore” una benedizione che mi spiega essere “pegno di spirituale letizia”? Non c’è già in questo la spiegazione di quel concetto per me così difficile da capire, la “grazia”, quella che provo ora, leggendo quel che mi scrive? Lui sa che non so, che cerco di sapere e che apprezzo il suo sguardo cosmico sull’unità delle nostre diversità. Non mi chiede di essere uguale, ma desidera  aiutarmi a trovare “spirituale letizia”. Resistere, glissare, insistere nel mio non capire non vuol dire non cogliere il senso di quel che lui sta facendo, nel suo mondo e nella spiritualità, per me? Darmi il modo di accedere a un mondo non mio ma non estraneo al mio non è il dono più grande che potessi ricevere visto che penso che solo le nostre diversità unite ci rendono “umanità”? 

Ma non basta, non ho ancora finito di leggere. Francesco mi saluta scrivendo “per favore, non dimenticarti…” Mi dà di nuovo del tu: ovvio, penso, per chi mi chiama “fratello”. Se pensa davvero che siamo tutti fratelli perché dovrebbe usare la terza persona singolare? Certo, ma solo adesso, davanti al tu reiterato, capisco che non ci sono barriere, né forme, non ci sono distanze. E’ lui che le toglie, non io. Lui, che sta così più in alto di me, mi dice che non ci sono barriere tra esseri umani. C’è l’educazione, c’è il “grazie”, c’è il famoso “scusa”, ma non barriere: siamo uguali perché siamo diversi. Lui vescovo di Roma, io semplice amaneunse di pensieri sparsi, a volte efficaci, a volte inutili, a volte sbagliati. Ma pur sempre fratelli. Ma quale favore deve chiedere lui a me? “Per favore, non dimenticarti di pregare per me”. E’ la domanda per me più difficile. Sono stato in anni lontani a scuola dai preti, servivo messa, poi sono fuggito lontano. Cosa vuol dire pregare lo so: ma cosa vuol dire davvero pregare? Ne ho parlato tempo fa con un carissimo amico, non credo se ne abbia a male se dico che è padre Jacques Mourad. Gli ho chiesto cosa significhi, davvero. Lui mi ha guardato in silenzio, quasi a dire “Riccardo, sei scemo o ci fai?” Poi mi ha detto: “ in Italia voi dite ‘parli del diavolo e spuntano le corna’, oppure ‘ehi, che ti sono fischiate le orecchie?’ Non esiste soltanto la comunicazione diretta, fisica. Esiste anche un’altra comunicazione, quella spirituale, quella che ci travalica e ci avvolge in un’altra rete”. Mi sono ricordato di Jacques quando ho letto che non dovevo dimenticarmi di pregare per Francesco e ho scoperto che lo faccio da anni, sempre di più, soprattutto da quando mi ha fatto sgranare gli occhi firmando ad Abu Dhabi il documento sulla fratellanza umana. Per me tutto è cambiato quando vi ho letto questa frase: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”. 

Da quel giorno non posso dire che leggo di Francesco ogni giorno, ma ogni giorno leggo i fatti del mondo diversamente. La mia scaletta, le mie priorità, sono altre, sono nuove: ho mantenuto i miei interessi, le mie attenzioni, ma le seguo diversamente. Mentre cerco una comprensione di cosa conti per me mi fermo diversamente a parlare con un esercente o con un passante, perché cambiare l’ordine dei fattori per me produce un risultato diverso. E’ prendendo atto di questo che ho scoperto come Francesco mi abbia cambiato la vita.  

Ma il biglietto non è ancora finito. C’è la firma: Francesco. Piccolissimo. Quasi non riesco a leggere bene se la “s” finale ci sia oppure no. Forse gli sembrava troppo lungo, troppo ingombrante? Ma la cosa importante è che non ci sono titoli. Tutto lì: Francesco. Neanche l’ombra ci quel P.P. che di norma precede la firma del pontefici, cioè Pontifex Pontificum. I ponti si fanno… E così questo biglietto mi ha fatto rendere conto che Francesco ha cambiato da tempo la mia vita, le mie priorità, e io non avevo neanche il coraggio di dirlo. Dunque per me sarà un enorme piacere seguitare a pregare – come io posso- per lui. 

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