MoviePigs, il Netflix arabo
che combatte i pregiudizi

moviepigs

Da Reset-Dialogues on Civilizations 

Il Netflix arabo si chiama provocatoriamente MoviePigs perché vuole affrontare di petto tutti i pregiudizi sulla mentalità araba, partendo proprio da quelli sul maiale che nel logo di questa start up mangia con avidità pop corn. Dietro questo progetto pilota c’è in primis una testa, quella di un cibernauta prestato all’attivismo arabo. E non uno qualunque, visto che parliamo di Abdel Rahman Mansour, pedina centrale della rivoluzione egiziana del 2011. Da tre anni si è autoesiliato negli Stati Uniti, terra dalla quale continua ad opporsi ai gattopardi del vecchio regime reinsediatisi con il colpo di stato dell’estate 2013. Quando Mansour è atterrato con la sua idea nella Silycon Valley, Dave McClure, investitore che con il suo progetto 500 Startups scova talenti dell’IT, è stato il primo a credere in lui. E ora Mansour vuole trasformare MoviePigs in qualcosa che vada addirittura oltre Netflix, divenendo un mecenate in grado di creare e finanziare talenti arabi dispersi per il mondo.

Che cosa ha spinto lei e i suoi soci Perihan Abou Zeid e Hani Al-Kirdani a fondare MoviePigs? 

La voglia di cambiare l’immaginario, così diffuso, ma così errato, che circonda i personaggi arabi, visti nei film e nelle serie TV occidentali, sempre come terroristi, o comunque in maniera per lo più negativa. Vogliamo cercare di rompere questo legame così diffuso tra terrorismo, da una parte, e mondo arabo dall’altra. Vogliamo creare un ponte tra noi, in quanto giovani della Primavera Araba, e i ragazzi degli Stati Uniti. Tramite questa nostra iniziativa, vogliamo fare un passo ancora più avanti. Così, per esempio, abbiamo organizzato l’Arab Cinema Weekend che vedrà la sua pima edizione il prossimo settembre a New York. E speriamo di espandere questa iniziativa anche in altri stati negli USA, così come in Europa, e speriamo di essere presto anche in Italia, magari a Roma.

Oltre a Dave McClure, chi ha finanziato il vostro progetto?

All’inizio del nostro progetto ci si sono presentate due possibili strade da seguire: chiedere dei prestiti, oppure convincere le persone che potevano darci sostegno economico. Noi abbiamo scelto questa seconda strada e adesso abbiamo una decina di sponsor che ci danno una mano, alcuni provengono da quello che negli USA viene chiamato angel investment, cioè aiuti e finanziamenti per progetti di valore etico. Inoltre, siamo stati anche attivi nelle nostre piccole cerchie di parenti, vicini, amici e uomini d’affari a cui potevamo arrivare direttamente. Così facendo siamo riusciti a raccogliere 600 mila dollari. Tra i nostri attuali sponsor, alcuni provengono dall’Egitto, altri dall’Arabia Saudita e dal Libano, ma ci sono stati anche degli americani.

Nel 2010 lei, insieme a Wael Ghonim, ha fondato la pagina facebook Siamo tutti Khaled Said, in memoria di un giovane cibernauta di Alessandria picchiato a morte dagli sgherri di Mubarak. La vostra pagina ha mobilitato migliaia di attivisti che hanno rovesciato il vecchio regime. Due anni dopo la vittoria della sua campagna, con il ritorno al potere dei militari, lei è scappato all’estero temendo per la sua libertà. E ora, come attivista dalla diaspora, ha abbracciato la campagna Verità per Giulio Regeni. Ci sono aspetti che accomunano il ricercatore di Fiumicello a Khaled Said?

Mi sono preso a cuore la causa di Giulio perché nella sua tragica vicenda rispecchio quella di Khaled Said. Regeni ha subito tutte le diverse forme di violazione dei diritti umani possibili e immaginabili. È stato arrestato in modo illegale, ha subito torture orribili, è stato vittima di sparizione forzata e poi è stato ammazzato. Tutte queste diverse forme di violazione dei diritti subite da Giulio Regeni, i giovani egiziani le subiscono ogni giorno. Basta appunto pensare al caso di Khaled Said, un giovane semplice, non attivista, non un politico, che è stato torturato e ucciso solamente per aver diffuso un video in cui si vedevano due poliziotti che trafficano droga. Lui ha pagato l’aver voluto diffondere questa verità con la sua vita, e anche Giulio Regeni, d’altra parte, come ricercatore cercava la verità per quanto riguarda il ruolo, ad esempio, dei sindacati indipendenti. Ha pagato la sua ricerca con il prezzo della vita. Tutti e due sono stati arrestati, poi scomparsi ed uccisi. Il che afferma la mentalità poliziesca dominante in Egitto.
E anche le loro famiglie conducono una lotta simile, specialmente le due madri. La madre di Khaled Said in Egitto ha avuto un ruolo molto importante. E lo stesso sta facendo la signora Paola che sta portando avanti con insistenza e coraggio la sua lotta per cercare la verità su quello che è accaduto a suo figlio.

Che cosa vuole dire ora per lei fare l’attivista dalla diaspora?

Io sono stato costretto a scappare dal paese dopo aver visto che c’era una campagna di arresti in corso. Sono partito dall’Egitto due mesi dopo il colpo di stato (luglio 2013 ndr.), due giorni dopo il Massacro di Rabaa nel quale sono stati uccisi centinaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana. Dopo qualche settimana attivisti del calibro di Alaa Abd El-Fattah e Ahmed Maher sono finiti in carcere. A me sarebbe successa la stessa cosa. Ho preso al volo una decisione pragmatica. Non volevo stare in Egitto chiuso in una cella, lo trovavo assurdo. In Egitto ci sono 40 mila detenuti politici e non possono far niente. Non volevo fare la stessa fine, io ho scelto di andare all’estero per continuare la mia carriera accademica e la mia attività di attivista. Adesso sono un Visiting Researcher in un’università statunitense e per quanto riguarda il ruolo che posso giocare penso che sia maggiore rispetto a quello che giocherei da un carcere egiziano. Quello che faccio ora, in pratica, è provare a organizzare, insieme ad altre categorie di egiziani all’estero, dei gruppi, delle unioni. Collaboriamo con medici, ingegneri, studenti, per creare una piattaforma, tramite cui potremo, un domani, formulare un programma politico o presentare la nostra opposizione al regime in modo più sistematico. Quando il regime di Al-Sisi crollerà, gli egiziani all’estero si riconcilieranno con il Paese e la diaspora avrà il suo ruolo. Porterà il suo contributo.

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