Mali, due anni dopo. La guerra non è finita
e l’Azawad continua a dividere

Da Reset-Dialogues on Civilizations

I violenti scontri avvenuti nelle scorse settimane nel nord del Mali tra ribelli tuareg e soldati dell’esercito sono la prova evidente di quanto il paese sia ancora lontano dal trovare una soluzione al problema della sua integrità territoriale.
La scintilla che ha fatto scoppiare i disordini più recenti è stata la visita del ministro Moussa Mara nel capoluogo il 17 maggio, prima tappa di un tour che lo ha portato successivamente a Gao e a Timbuctu. Già alla vigilia del suo arrivo, una folla di dimostranti aveva occupato la pista d’atterraggio dell’aeroporto, manifestando animatamente contro la venuta del politico. A nulla sono servite le pressioni esercitate dal governo di Bamako su Mara per convincerlo a posticipare il viaggio.

Il risultato di questa mossa, forse azzardata visti i presupposti, non si è fatto attendere: gli uomini del MNLA (Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad) hanno attaccato l’esercito regolare, dando il via a una serie di sanguinose battaglie che hanno provocato la morte di 36 persone, di cui 8 militari. Le truppe maliane, incapaci fronteggiare gli attacchi dei ribelli, sono state costrette a ritirarsi, lasciando campo libero al MNLA che nel giro di 24 ore ha occupato Kidal e Menaka. La situazione è tornata alla calma grazie all’intercessione dell’Unione Africana, che il 23 aprile ha inviato a Kidal il suo presidente, il mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz, per trattare con il MNLA e gli altri due principali gruppi tuareg, l’HCUA (Alto Consiglio dell’Unione dell’Azawad) e il MAA (Movimento arabo dell’Azawad), al fine di ottenere un “cessate il fuoco”, firmato poi anche dal governo maliano. Il lassismo dimostrato in questo frangente dai caschi blu della Minusma, la missione inviata dalle Nazioni Unite, e dai soldati francesi della missione Serval ha sollevato non poche critiche, soprattutto da parte di alcuni dirigenti statali di Bamako, che hanno denunciato il mancato sostegno alle truppe maliane. Se da una parte l’ONU ha fatto sapere da New York che “lo scopo della Minusma non è quello di combattere ma di agevolare il processo di pace”, dall’altro Parigi ha dichiarato, attraverso un portavoce del Ministero degli affari esteri, che l’obiettivo delle sue truppe è quello di lottare contro la minaccia terrorista dei gruppi islamici e non quello di risolvere problemi interni.

Era il gennaio 2012 quando gli uomini del MNLA, forti di un arsenale proveniente dai depositi libici di Gheddafi, attaccarono una base militare ad Aguelhok, a 300 km a nord da Kidal, dando il via ad una crisi geopolitica che spezzò il paese in due, con la zona settentrionale occupata dai tre gruppi terroristi islamici: Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico), il Mujao (Movimento per l’unicità della jihad in Africa occidentale) e Ansar Dine, che dopo un iniziale convivenza con il MNLA si appropriarono dell’intera zona cacciando i separatisti tuareg. La situazione si sbloccò solamente grazie all’intervento francese, che nel gennaio 2013 inviò le truppe di quella che fu denominata l’operazione Serval. Nel giro di pochi mesi, grazie anche all’aiuto dei caschi blu della MISMA (la missione dell’ONU divenuta in seguito MINUSMA), i combattenti jihadisti furono respinti verso il nord, permettendo ai tuareg di ritornare nelle loro terre.

Oggi, a due anni di distanza, lo stato continua a faticare per riuscire a imporre la sua legittimità nella zona settentrionale del paese. L’oggetto della contesa che impedisce il raggiungimento di un accordo porta il nome di Azawad, termine con il quale i tuareg sono soliti indicare quella vasta fetta di territorio comprendente le regioni di Timbuctu, Gao e Kidal. Dalla seconda rivolta avvenuta nel 1963, tre anni dopo l’indipendenza del Mali dalla Francia, i separatisti ne reclamano l’autonomia da Bamako lamentando un’arbitraria e parziale suddivisione dei confini stabilita in epoca coloniale.  Per il governo centrale, Kidal resta uno scoglio apparentemente insormontabile, vista la presenza delle tre fazioni di separatisti tuareg che non ne vogliono sapere di deporre le armi. La visita di un rappresentante dello stato è stata vista come una provocazione, in un momento delicato in cui si cercava di riaprire il dialogo tra le due parti. A nulla sembrano essere valsi gli accordi di Ouagadougou stipulati lo scorso giugno tra il governo e i ribelli sotto la supervisione di Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso e all’epoca mediatore tra i tuareg e il governo centrale. Oltre a garantire il corretto svolgimento delle elezioni presidenziali su tutto il territorio, i patti prevedevano un disarmo dei ribelli e un ritorno del controllo statale in tutta la regione.

La debolezza dell’esercito, insieme alla palese incapacità mostrata dal governo nel gestire le trattative con i tuareg, hanno confermato i tanti problemi rimasti irrisolti nel processo di ripresa del Mali. È evidente che le sole istituzioni nazionali non possono gestire autonomamente il dialogo con i gruppi separatisti e che c’è bisogno di un terzo attore che possa mediare le trattative. Da quando il presidente IBK ha deciso di mettere da parte il Burkina Faso (nominato dalla CEDEAO paese mediatore) perché ritenuto troppo incline a soddisfare le richieste tuareg, altri paesi si sono mostrati interessati a ricoprire il ruolo.

Primo fra tutti il Marocco, che avrebbe già mostrato segni di apertura in questa direzione. In occasione di una visita effettuata il 21 febbraio a Bamako, il re Mohamed VI ha espresso il suo pieno appoggio al dialogo.  Già il 31 gennaio scorso il sovrano aveva lanciato un chiaro segno a IBK ospitando a Rabat una delegazione del MNLA, guidata da Bilal Ag Cherif. Al di là dei motivi legati alla sicurezza che sono ufficialmente alla base di questo sostegno, il Marocco ha interessi economici rivolti alle risorse naturali presenti sul territorio maliano come diamanti, petrolio, oro e uranio, ricchezze pressoché inesistenti nel suo territorio. Proprio in occasione dell’ultimo incontro avvenuto nella capitale maliana, i due leader hanno stipulato ben 17 accordi riguardanti vari settori economici e finanziari. Imporsi al centro delle trattative tra governo, tuareg e jihadisti significherebbe assumere un ruolo di primo piano in tutta la regione, assicurandosi anche la sicurezza dei tanti investimenti fatto nel Mali in questo ultimo periodo.

Dal canto suo, l’Algeria non ha certo voglia di rimanere a guardare mentre l’antico rivale maghrebino rinforza la sua presenza nel Sahara. Nonostante l’iniziale freddezza mostrata durante lo scoppio della crisi nel nord del Mali, ultimamente il governo di Algeri ha riallacciato i rapporti con Bamako, dimostrandosi disponibile nel mediare tra i gruppi tuareg e il governo centrale. Vista la sua posizione geografica e l’attività diplomatica già svolta in passato (gli accordi di Tamanransset del 1991 furono decisivi per mettere fine alla terza ribellione tuareg), Algeri sembrerebbe il mediatore ideale per intavolare delle trattative tra le due parti in gioco.  Il 9 marzo, in occasione di una visita ufficiale del ministro della difesa maliano, Soumeylou Boubeye Maïga, i due paesi confinanti hanno dichiarato ufficialmente riaperta della collaborazione per accelerare il processo di riunificazione del paese.

Quest’ultima tregua, ottenuta ancora una volta grazie ad un aiuto esterno, potrebbe non durare molto. Il paese non sembra essere pronto per camminare con le proprie gambe e in molti si chiedono se IBK riuscirà  portare il Mali fuori dalla crisi. Questi primi otto mesi di governo non sono stati certo all’altezza delle aspettative, visto il mancato raggiungimento di molti degli obiettivi prefissati a settembre. Oltre al problema dell’integrità territoriale, infatti, il Mali deve far fronte anche ad una fortissima corruzione che infesta i palazzi governativi di Bamako e al rilancio dell’economia nazionale che fatica a riprendersi. A questo bisogna aggiungere anche la minaccia jihadista che ultimamente è tornata a farsi sentire con alcuni sporadici attacchi nelle regioni a nord, al confine con l’Algeria.

Nell’immagine: combattenti dell’AQMI

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