Donne saudite, una battaglia a colpi di tweet

saudi women

La lotta si combatte online. Hashtag, videoclip e foto sono oggi l’arma in mano alle donne saudite per rivendicare uguaglianza politica, sociale ed economica. Uno strumento che è specchio della società stessa, quella saudita, una realtà distopica che coniuga (male) modernismo tecnologico e conservatorismo repressivo, in cui i cittadini non sono affatto tutti uguali.

Alle donne non resta che sfruttare lo spazio nell’etere. Gli ultimi anni hanno visto un consistente aumento delle campagne sui social network, Facebook e Twitter su tutti, facilitate dalla penetrazione della rete web tra la popolazione. L’Arabia Saudita è uno dei paesi del Medio Oriente con il più alto tasso di utenti internet: su 32 milioni di persone, quasi 21 hanno accesso costante (64,7%).

Ed è da internet che le più accese campagne sono partite: dai video di donne alla guida di un’auto che sfidano apertamente e con non pochi rischi l’ufficioso divieto a farlo alle clip cantate di giovani che in musica fanno quello che gli è impedito, ballare in pubblico, guidare uno skateboard, andare in bicicletta; dal più recente hashtag #BecauseIamSaudiWomanICannot, con la conseguente lista nera di attività precluse, a quello precedente, #IamMyOwnGuardian, contro il sistema del guardiano che impedisce alle donne di sposarsi, divorziare, viaggiare, lavorare senza l’espresso permesso di un uomo, che sia il marito, il padre o il fratello. Da quell’hashtag è partita una raccolta firme che in due mesi ne ha raccolte 14.600, poi inviate a re Salman.

Le adesioni online sono state numerose, aiutate in alcuni casi dall’anonimato. Ci hanno invece messo la faccia le oltre 900 candidate che nel dicembre del 2015 si sono presentate alle prime elezioni aperte alle donne: per la prima volta nella storia di Riyadh, le donne sono entrate a far parte dell’elettorato attivo e passivo. Ovvie le restrizioni messe in campo per ridurne l’affluenza: seggi separati, obbligo a farsi accompagnare alle urne da un uomo (limite che ha ristretto la partecipazione alle famiglie più liberali) e – per le candidate – le difficoltà dovute alla registrazione in lista e ai dibattiti pubblici, nella pratica negati. Alla fine hanno fatto scivolare la scheda nell’urna 130mila donne su un milione e mezzo di iscritti alle liste elettorali, meno del 10%.
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Ma i gap sociali ed economici, oltre che politici, restano abissali. A monte sta la natura di un regime ultraconservatore fondato sulla dottrina wahhabita, che ne ha segnato le origini alla fine del XVIII secolo e che sopravvive grazie alla permanenza di una piramide di cittadinanza. Diritti diversi, alla fine percepiti come privilegi.

In assenza di una costituzione scritta, è il Consiglio della Shura a vegliare sull’applicazione della Shari’a, la legge islamica, farcita di interpretazioni forzate e patriarcali che sono base al sistema legale saudita. Ovvero quelle di una giurisprudenza e una teologia di ispirazione wahhabita che esaltano la tutela maschile come caposaldo dell’Islam, ma che nel Corano non c’è.

L’oppressione dei gruppi più deboli – donne, attivisti politici, lavoratori migranti in condizione di semi schiavitù, minoranza sciita – è lo strumento di mantenimento del potere patriarcale e oligarchico. Ogni deviazione dal tracciato viene definita pericolosa per la morale e la religione, abilmente interpretata in modo ultraconservatore e restrittivo, impedendo così di fatto l’espressione libera del dissenso e dello scontento.

Nel caso delle donne si legge nelle statistiche ufficiali e nelle pratiche quotidiane. I primi disegnano un quadro di esclusione dalla vita socio-economica e politica. All’elevato tasso di alfabetizzazione femminile, 91,84% nel 2015 sopra i 18 anni e 99,31% sotto (dati Unesco) e alla maggiore partecipazione universitaria (il 51,8% degli studenti nel 2015 erano donne, dati governativi) non corrisponde un simile accesso al mondo del lavoro: solo il 16% delle donne in Arabia Saudita lavora, ma se si tiene conto delle migranti il tasso delle saudite cala al 6,1% (dati Oil).

Le seconde narrano una vita dietro le quinte in cui ogni scelta è invasa dalle imposizioni sociali di natura patriarcale, quelle che gli hashtag “I am My Own Guardian” e “Because I’m a Saudi woman I cannot” svelano al web in un tweet: le donne non possono aprire un conto corrente, richiedere un documento di identità o il passaporto, uscire di casa, viaggiare all’estero o nel paese, divorziare o sposarsi, accedere alle cure mediche, lavorare, scegliere una facoltà universitaria e addirittura uscire di prigione alla scadenza della pena senza il permesso del guardiano. Una realtà che – associata alla segregazione fisica che impedisce alle donne di frequentare gli stessi spazi pubblici degli uomini e la cui violazione è severamente punita – che relega Riyadh al 141esimo posto su 144 paesi tracciati dal Global Gender Gap, indicatore del World Economic Forum.

Alla base dell’alleanza tra dottrina religiosa e potere politico e della conseguente ramificazione di sistema legislativo e sistema religioso stanno la visione distorta della donna intesa come soggetto immeritevole di autodeterminazione e la definizione di “natura femminile” costantemente ripetuta nelle fatwa come nei codici civile e penale: il ruolo di moglie e madre è relegato alle quattro mura domestiche, inficiando pesantemente sullo sviluppo positivo dell’intera società.

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