IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Salvini come Alfano e Fini, ideali zero

Come Gianfranco Fini prima e Angelino Alfano dopo, anche Matteo Salvini ha tradito Berlusconi con il quale è andato alle elezioni, vincendole. Le argomentazioni sono le stesse addotte dal longevissimo e caducissimo ministro siciliano: il bene degli italiani e la necessità di un governo vengono prima delle alleanze politiche. Ma nei fatti è la propria ambizione e la smania di stare al governo ad avere sempre la precedenza. Anche stavolta. Salvini ha spiegato che Forza Italia e Fratelli d’Italia, con cui non intende affatto rompere tanto da continuare a parlare come leader del centrodestra, avranno modo di rivedere la loro opposizione quando constateranno i buoni risultati che il governo populista saprà conseguire. Il ragionamento è senza fondamento: è come entrare in guerra invitando i Paesi alleati che sono contrari ad aspettare a dire no prima che la guerra sia vinta, ben sapendo che quando dovessero armarsi la guerra sarebbe ovviamente finita vanificando il loro intervento.  Allo stesso modo Salvini invita gli “alleati” a sospendere il giudizio e sostenere al limite un’opposizione morbida e di facciata, nella inevitabile prospettiva di avere favorito un partito che lucrerà solo per sé i vantaggi dell’azione di governo.
Ma al di là di tali prefigurazioni, la questione è soprattutto di valutare se un governo oggi sia preferibile a un patto di alleanza da mantenere vivo in vista di un esecutivo di centrodestra domani, che – a stare ai  sondaggi – sarebbe premiato da un possibile voto anticipato. Questione che però ha già trovato una soluzione nella strabiliante presa di posizione di Salvini: mentre infatti nel fallimento del governo con i grillini vede una frattura che si creerebbe con gli italiani, il leader leghista non considera gli effetti della frattura che egli stesso ha già provocato nel Centrodestra alla cui unità, più volte esaltata e sbandierata, ha preferito il patto di governo, anzi il contratto di governo, con Di Maio. Nella situazione in cui si è messo, dopo aver consumato il tradimento emulando in ogni passo Alfano, a Salvini non resta – come sta facendo – che premere per il varo del governo, lasciandosi di riserva l’alternativa delle elezioni alle quali andrebbe tuttavia senza più alleati, ma con la prospettiva, tutta da verificare, di incrementare i propri voti.
A dimostrare coerenza sono Forza Italia, Fratelli d’Italia e Pd, che si tengono aderenti allo spirito del 4 marzo dando contenuto alla volontà elettorale. Grillini e leghisti rischiano invece di vedere frantumarsi il consenso ottenuto: i primi per avere platealmente tradito la coscienza originaria di un partito nato come movimento di lotta e non di governo, tentando disinvoltamente alleanze a destra e a sinistra pur di entrare a Palazzo Chigi; i secondiper avere  voltato le spalle agli elettori che ne avevano approvato la partnership nel centrodestra.
L’errore comune è di aver affidato la guida di un possibile governo a un altro tecnico, peraltro del tutto digiuno di politica e spogliato di fatto delle prerogative che competono al presidente del Consiglio, non potendo prendere decisioni che non siano prima state concordate con Di Maio e Salvini, a meno di mettersi nelle mani del capo dello stato e snaturare l’assetto costituzionale in favore di un potere presidenziale, passando da una subordinazione a un’altra. Basterà che una delle due forze contraenti di maggioranza gli votino contro perché il suo esecutivo (composto da debuttanti come lui) cada miseramente.
Se Lega e Cinquestelle si fermano adesso, prendendo atto dell’incertezza nella quale il governo nascerebbe, magari pretestando il no di Mattarella Savona, potranno presentarsi presto agli elettori con chances non minate dalla cattiva impressione fatta in campo, riportando le proprie navicelle alle rispettive basi: i grillini per lavorare a un accrescimento del potere elettorale e i leghisti per ricompattare il blocco di centrodestra, solo entro il quale e a capo di esso, possono vantare il riconoscimento di forza di governo. Ogni giorno che passa, con la contaminazione cui entrambi i partiti si espongono, allontana la prospettiva di una regressione al punto di partenza.
I quasi tre mesi passati invano non potranno essere imputati ad essi né tantomeno alle forze d’opposizione, ma a una legge che è da rifare. Con la differenza che Cinquestelle e Lega potranno dire che, pur di fare un governo, erano pronti a vendersi l’anima, cosa che alle urne pagherebbe molto. Ma le previsioni sono di un governo da farsi necessariamente, pur nel timore che si trasformi in un inferno dove dannarsela l’anima.

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