DA MADRID

Marco Calamai

ingegnere, dirigente sindacale CGIL, funzionario Nazioni Unite. Giornalista, ha scritto libri e saggi sulla Spagna, America latina, Balcani, Medio Oriente. All'ONU si è occupato di democrazia locale, dialogo interculturale, problematiche sociali, questione indigena. Consigliere speciale alla CPA ( Autorità Provvisoria della Coalizione, in Iraq (Nassiriya) si è dimesso dall'incarico ( 2003 ) in aperta polemica con l'occupazione militare. Vive a Madrid dove scrive su origini e identità.

Quella strana famiglia afroamericana

Obama è stato a Cuba tre giorni (21-23 marzo 2016). Qualche riflessione s’impone:

In fondo la sua visita è stata una sfida non solo politica ma anche culturale al sistema socialista cubano, uno dei pochi (l’unico nell’emisfero occidentale) sopravvissuti alla fine dell’impero sovietico. Da una parte una visione del mondo che coniuga libertà di mercato (il capitalismo: quindi business, investimenti, accordi commerciali, imprese) con le garanzie civili della democrazia (libertà di associazione e di espressione, pluralismo politico, libere elezioni, diritti umani in generale). Dall’altra la vecchia idea comunista per cui i diritti sociali tipici del welfare state (istruzione e sanità garantite a tutti) siano stati possibili a Cuba soltanto grazie ad un regime socialista governato dal partito unico.

Barack Obama ha ascoltato con attenzione e rispetto i discorsi difensivi e impacciati dell’anziano Raul Castro. Non ha detto che negli Stati Uniti queste conquiste sono state già raggiunte e garantite. Non ha fatto una difesa ad oltranza del sistema americano che lui stesso ha tentato, spesso senza riuscirci, di cambiare in senso più egualitario. Non ha criticato la difesa ad oltranza del socialismo cubano tentata con stizza da un Raul certo non abituato a trattare pubblicamente con la stampa “imperialista”. Si è limitato a dire che i diritti democratici fondamentali rappresentano un valore universale che non si può imporre dall’esterno (quindi ha sconfessato la visione dei neocon del suo paese che ha tra l’altro prodotto il disastro iracheno) e che in ogni caso devono essere i cubani a decidere liberamente il loro destino.

Il successo della visita (la prima di un Presidente Usa dopo ben 88 anni) è stato ratificato dal bagno di folla che l’ha accompagnato. Era prevedibile, ma il risultato ha superato le aspettative. La diffidenza nei riguardi del “grande vicino” si è trasformata in aperta simpatia nei riguardi di quella “curiosa” famiglia di afro-americani (così simile in fondo a tante famiglie nere o mulatte della società cubana che pur rappresentando la maggioranza della popolazione solo in minima parte sono rappresentate negli organi del potere) che in questo momento occupa il vertice del potere della prima potenza mondiale. Obama, lo si è visto chiaramente, piace per tanti motivi che hanno a che fare con i sentimenti profondi che legano il popolo cubano (il baseball, la musica e altro) a quello americano malgrado i tanti momenti negativi del passato (più di mezzo secolo di embargo economico in modo particolare). Gli applausi con cui Obama è stato ricevuto dalla gente nel bellissimo centro storico di La Havana non erano tanto l’espressione di un modo indiretto per criticare l’attuale regime quanto di un riconoscimento sincero degli aspetti positivi della realtà americana.

Senza contrapporsi al suo interlocutore (forse nel rispetto di un’esperienza umana e politica che ha comunque rappresentato una pagina cruciale nella storia latinoamericana del novecento), Obama ha espresso la sua ferma volontà di favorire una transizione indolore dalla dittatura dei Castro alla democrazia, in primo luogo con la fine dell’embargo. L’omaggio al poeta rivoluzionario José Martì, l’eroe della lotta per l’indipendenza contro la Spagna che aveva lavorato come giornalista a New York, è apparsa come un richiamo alla collaborazione per evitare traumatiche lacerazioni. Purtroppo Raul Castro non ha inteso (forse perché prigioniero del suo stesso apparato, forse per coerenza con il proprio passato) dare alcuna garanzia di un inizio tangibile di svolta in senso democratico. Il che pone pesanti interrogativi sul prossimo futuro.

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