IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Anche la mafia si astiene alle elezioni

Nelle elezioni regionali siciliane di novembre e in quelle politiche del 4 marzo il tema della lotta alla mafia è rimasto fuori dalla doppia campagna elettorale. La presidente dell’Antimafia Bindi sospetta un deliberato proposito di tutti i partiti che avrebbero brigato con i clan per stringere patti scellerati. E’ una spiegazione ingenua e senza senso. Se l’ipotesi fosse fondata, bisognerebbe supporre una corsa dei partiti, in silenzio e all’insaputa uno dell’altro, verso clan diversi o, al contrario, una gara dei clan a prenotare ognuno un partito: competizioni, in entrambi i casi, precedute da un accordo plenario, dei partiti o delle cosche, sulle scelte da prendere – e tutto ciò senza che nessuna indiscrezione sia trapelata o un confidente abbia fatto una soffiata. E’ irrazionale.
Ma lo è anche pensare che le mafie, di comune accordo, siano rimaste a guardare, prima in Sicilia e poi in tutto il Paese, volendo saltare un giro e rinunciando a condizionare il voto, come è sempre stato. Quanto alle politiche e limitatamente alla quota proporzionale si potrebbe immaginare, a spiegazione di tale astensionismo, un effetto positivo del Rosatellum, che sarebbe davvero il solo: riservando ai partiti non solo la scelta dei candidati ma anche la loro preferenza, le mafie sono state costrette a riferirsi, nel tentativo di lucrare vantaggi dal voto, non più a singoli candidati, a meno che si tratti di capilista graditi, ma alle segreterie per giunta nazionali, l’accordo in sostanza dovendo nascere tra una “cupola” mafiosa e un vertice di partito. Allo stesso modo, nei collegi uninominali, le mafie dovrebbero sostenere candidati scelti non più da loro ma dalle sedi romane, mentre è sempre stato agio delle “famiglie” candidare, nel passato sistema elettorale, i propri rappresentanti e portarli in Parlamento.
Neppure questo scenario è convincente perché abbiamo visto che anche nelle regionali siciliane non si è parlato di mafia, come se si fosse trattato di un’emergenza scaduta, per modo che si è postulato un disimpegno volontario della mafia. Il che è davvero da escludere, giacché non ci sarebbe mafia senza politica.
Le ragioni del vuoto vanno cercate altrove.e in particolare nei processi di mutazione genetica del fenomeno, così come indicato dalla Relazione antimafia della Commissione nazionale e più volte richiamato dalle Relazioni semestrali della Dia al parlamento. Siamo cioè passati al terzo e ultimo stadio prefigurato da Leonardo Sciascia nel teorema della mafia come intermediazione parassitaria, nata tra il feudo e il contadino, cresciuta tra la città e la campagna e completata nel rapporto tra il cittadino e lo Stato. Questo coronamento ha richiesto che da imprenditrice, pronta a innestarsi nei processi produttivi e nelle dinamiche del lavoro, com’è stato fino all’inizio del nuovo secolo, la mafia – e con mafia va intesa Cosa nostra, la camorra, la ‘ndrangheta e la Sacra corona unita – è diventata partecipativa. inserita cioè nel modello democratico che sostiene l’apparato istituzionale. E’ andata a scuola, si è specializzata e soprattutto si è liberata della zavorra che la teneva legata a un terreno dove le attività tradizionali dello spaccio e del racket sono state lasciate a una sfera inferiore, sempre più disconosciuta. Abbiamo oggi una mafia con l’iniziale maiuscola, di serie A, che si è assimilata al sistema democratico, fa politica, esercita il lobbismo, non usa le armi ma il denaro, il dossieraggio, i comitati d’affari, e un’altra inferiore relegata all’ordine della criminalità territoriale e lasciata a gestire le vecchie attività a gomito con la delinquenza comune.
Ma mentre vediamo la vecchia mafia, è quella nuova che è diventata invisibile, impalpabile, liofilizzata. Non si occupa di elezioni perché essa stessa fa campagna elettorale. La dismessa figura del politico che viene combinato e diventa mafioso, più o meno in concorso esterno o in rapporto di affiliazione, ha lasciato il campo a quella del mafioso che, magari con l’interposizione di figli laureati o persone di livello culturale superiore, siede nei tavoli istituzionali e decisionali. Entro questo quadro è Cosa nostra l’organizzazione più avanti e più sviluppata, la ‘ndrangheta essendo diventata la più potente anche internazionalmente ma anche la più attardata, così come le altre, rimaste sulla via tra tradizione e innovazione. Cosa nostra ha perso capacità in termini di dominio del territorio, ma in forza di influenza si è fatta ancora più grande e temibile. La linea della palma si è estesa al nord, portando semi del vecchio tipo di insorgenza mafiosa che hanno attecchito, ma intanto è cresciuta una linea che Sciascia aveva appena intuito parlando di collusioni tra cittadino e Stato, la linea della brassica siciliana, che è un cavolo ma anche un fiore.

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