Ora il razzismo contro i neri africani
fiorisce anche nel Maghreb

Il vaso di Pandora si è scoperchiato e il male ha trovato un terreno fertile nella rete marocchina: gruppi e pagine dai contenuti dichiaratamente razzisti, campagne xenofobe e inviti al boicottaggio che prendono di mira i migranti subsahariani hanno riempito i social network. “Marocchini contro l’insediamento dei subsahariani in Marocco”, “Marocchini contro il matrimonio delle marocchine con i subsahariani”, “Marocchini contro l’afrocentrismo”, “I difensori della purezza della razza marocchina”. Sono questi i nomi di alcuni gruppi che nel giro di pochi mesi hanno raccolto migliaia di adesioni e di like portando il dibattito sul razzismo e l’accoglienza anche al di fuori dello spazio virtuale.

Per capire la recrudescenza del razzismo in un Paese che ha profonde radici africane e i cui giovani fino a pochi anni fa erano tra le vittime delle rotte di migranti nel Mediterraneo, mi sono infiltrato in questi gruppi e li ho osservati per settimane per decifrare la loro retorica e il loro funzionamento. E mentre mi inoltravo in questo delirio xenofobo, ho notato che il fenomeno è ben lontano dall’essere una realtà esclusivamente marocchina.

È curioso il sincronismo con cui pagine e gruppi simili sono apparsi contemporaneamente in tutti i Paesi del Nordafrica. L’ostilità per i migranti, in un momento storico segnato da forti tensioni fra i Paesi del Maghreb, sta facendo ciò che la politica ha fallito: unire una parte dei popoli del Maghreb. Un gruppo Facebook che si fa chiamare “L’unione del Nordafrica contro l’insediamento dei subsahariani” è particolarmente attivo nell’arringare i suoi aderenti, invitandoli a lasciare da parte i dissidi fra i Paesi maghrebini per coalizzarsi contro ciò che viene considerato un nemico comune.

Questi gruppi pullulano in un modus operandi che ha tutti gli aspetti di una guerriglia virtuale, e non appena i sistemi di controllo delle piattaforme social ne intercettano e bloccano uno, altri spuntano. Sono circa una ventina le pagine che si fanno chiamare “Marocchini contro l’insediamento dei subsahariani”, a esse è connessa una galassia di altri gruppi e pagine di stampo nazionalista e populista la cui retorica somiglia molto a quella dell’estrema destra europea. I contenuti pubblicati dagli uni vengono ripresi dagli altri e diventano virali, creando un effetto onda che li diffonde su larga scala.

A nutrire il delirio razzista non è solo la condizione di migrante in quanto straniero appartenente a un gruppo culturale e etnico diverso dagli autoctoni; la macchina del fango prende di mira anche il colore della pelle, la fede religiosa e la cultura d’origine. Alcuni commentatori accusano i subsahariani di essere dei mangia cani*, portatori di virus e di malattie. I misfatti di alcuni vengono inoltre enfatizzati e generalizzati a dimostrazione che la “cultura subsahariana” è sostanzialmente violenta.

In questa kermesse virtuale del razzismo le fake news e le teorie complottiste trovano ampio spazio. Secondo i cospirazionisti maghrebini un non precisato ordine superiore avrebbe ordito un disegno per sovvertire la demografia del Nordafrica a favore dei subsahariani. In questa ottica i migranti non sono altro che l’avamposto di un esercito di milioni di persone pronti a marciare sul Nordafrica per farne una zona a maggioranza nera. È importante sottolineare il colore della pelle, perché nella retorica razzista questo dato è centrale. I razzisti maghrebini si presentano come refrattari all’afrocentrismo, una vecchia ideologia politica di stampo etnocentrista che milita per un’Africa nera e per la supremazia dei valori e delle culture subsahariane. Questa negli ultimi mesi è ritornata di moda e viene utilizzata per dare una parvenza di veridicità alla teoria cospirazionista della sovversione demografica.

Facciamo un passo indietro. Nel giugno del 2015 alcuni militanti di un movimento radicale panafricano che si fa chiamare Unité, Dignité et Courage e si ispira alle teorie di Marcus Gravy – uno dei massimi teorici e leader del nazionalismo nero – fece parlare di sé conducendo a Parigi dei blitz contro alcuni musei e rappresentanze diplomatiche per protestare contro la spoliazione del continente africano e denunciare le condizioni dei migranti nel Maghreb.

L’ambasciata marocchina fu una dei bersagli di questo gruppuscolo. L’azione, dove quattro militanti riuscirono a eludere la sicurezza e a infiltrarsi all’interno dell’ambasciata gridando degli slogan minacciosi contro il Marocco, l’Algeria e la Tunisia e invitando i subsahariani a conquistare il Nordafrica, venne ripresa e diffusa nei canali social del movimento. Otto anni dopo questi video, insieme ad altre dichiarazioni suprematiste messe in rete dal movimento, vengono recuperati e nuovamente ricondivisi nelle pagine social dei gruppi anti immigrazione nordafricani e diventano virali, se non un perno della loro retorica xenofoba.

Lottare contro l’afrocentrismo diventa una legittimazione per tutti gli amalgami, un ombrello sotto cui nascondersi per sputare il veleno razzista. I commentatori e gli amministratori di questi gruppi social, che spesso si nascondono sotto falsi nomi, si scambiano dei consigli sulle strategie da adottare: alcuni chiedono di boicottare tutte quelle attività commerciali che fanno lavorare i subsahariani; altri insistono sul fatto di dover diffondere la consapevolezza circa la loro pericolosità nello spazio pubblico, nelle scuole e presso le famiglie; altri ancora suggeriscono pratiche di discriminazione per far capire loro che non sono i benvenuti.

La maggior parte di queste pagine e gruppi sono nati tra febbraio e marzo del 2023 poco prima o poco dopo le dichiarazioni incendiarie del presidente tunisino Kaïs Saïed contro i migranti irregolari. Alcune pagine che prima di questa data si occupavano di tutt’altro, per un effetto emulativo o per acchiappare più like si sono buttate nella mischia. Tanto che oggi il dibattito sull’accoglienza e sul razzismo è uscito dallo spazio virtuale. Il portavoce del governo marocchino interrogato dai giornalisti sulla diffusione di una cultura razzista sul web ha reagito dichiarando che il Marocco è firmatario di tutte le convenzioni internazionali per i Diritti umani e che la Costituzione e le leggi del Regno incriminano tutte le forme di discriminazione, invitando i marocchini a dissociarsi da queste voci minoritarie.

Il geografo Ali Bensaada ritiene invece che le manifestazioni di razzismo nel Maghreb non sono una novità, e se è vero che in determinate circostanze diventano palesi, in verità sono radicate nelle costruzioni identitarie nazionali dei Paesi del Maghreb, basate su una presunta omogeneità etnoculturale che percepisce il diverso, anche autoctono, come una minaccia al sistema politico, totalitario e standardizzante. Per questo, prima dell’arrivo dei migranti a essere presi di mira erano i neri marocchini o gli amazigh*.

Ora, in presenza di una nuova minoranza per di più straniera, assai visibile nello spazio pubblico e che volente o nolente fa parlare di sé, lo scherno riguardante il colore della pelle si è spostato su di loro. Per fare un parallelismo con l’Italia, possiamo pensare alla situazione dei meridionali – “i terroni” – prima e dopo l’arrivo degli immigrati. Alcuni affiliati a questi gruppi si premurano tuttavia di fare una distinzione fra i neri marocchini e i neri subsahariani e tengono a precisare che l’invito fatto alle donne di non sposarsi con i neri, non deve essere esteso ai neri marocchini perché per quanto scuri, sono sempre “meno neri” degli africani.

Quella dei matrimoni misti è una vicenda che già agitava il sonno dei razzisti. L’anno scorso la figlia di una famosa cantante si era sposata con un cittadino guineano e la condivisione delle loro foto sui social aveva provocato la rivolta di molti utenti che avevano gridato all’attentato contro la purezza della razza marocchina. Già allora fu lanciata una campagna online per intimare alle donne di non sposarsi con i subsahariani. Nessuno allora poteva immaginare che questo sarebbe stato solo il preludio per l’ondata di razzismo virtuale ancora in corso.

Per provare a capire questo fenomeno due associazioni marocchine, la Ligue  Marocaine pour la Défense des Droits Humains (Lmddh) e le Centre Marocain pour la Citoyenneté (Cmc), hanno realizzato un sondaggio sul razzismo in Marocco. Su un campione di 3.158 persone l’86 per cento degli intervistati crede che l’aumento dei migranti rappresenterà in un futuro molto vicino un serio problema per il Marocco, il 66 per cento si dichiara contrario alla loro presenza permanente nel Paese, il 72 per cento rifiuta che il Marocco giochi alcun ruolo nel contrasto della migrazione irregolare a favore dell’Unione Europea e l’87 per cento crede che Casablanca debba rafforzare i controlli sui confini meridionali per impedire ai subsahariani di entrare nel territorio nazionale. Il sondaggio inoltre ha evidenziato un dato assai preoccupante: a esprimere un’ostilità più radicale nei confronti dei migranti sono le persone sotto i trenta anni.

Secondo il presidente di Lmddh Adil Tchikitou, intervistato da Reset DOC, l’aumento del razzismo virtuale si spiega con una serie di ragioni oggettive, soggettive e di congiuntura internazionale. In primis, da ricercare nella crisi economica e sociale che attraversa il Marocco (aumento dei prezzi, inflazione, disoccupazione), che mette soprattutto i giovani in una situazione di precarietà. Questo ha portato in molti a sviluppare la convinzione che lo Stato favorisca i migranti a discapito dei locali e a vedere in loro dei potenziali concorrenti per l’accesso ad alcuni lavori. Inoltre i movimenti migratori verso il Marocco hanno subito un’accelerazione senza che ci fossero programmi educativi o pedagogici propedeutici all’accoglienza e all’accettazione dell’altro.

Quanto alle considerazioni soggettive, secondo Tchikitou una parte delle responsabilità rispetto alla crescita del razzismo sarebbe degli stessi subsahariani. Le scene di resistenza violenta nei confronti delle forze dell’ordine durante lo sgombero di alcuni accampamenti o durante i tentativi dei migranti di oltrepassare le barriere che separano Nador da Melilla, così come l’occupazione delle abitazioni, sono atteggiamenti insoliti per i marocchini che hanno suscitato una forte indignazione da parte dell’opinione pubblica.

Infine la congiuntura internazionale segnata dall’instabilità geopolitica ha costretto il Marocco ad affrontare il peso di un fenomeno che dovrebbe essere gestito con politiche negoziate e concordate che coinvolgono tutti i Paesi interessati da questo fenomeno, tra cui l’Unione Europea. A questo proposito Tchikitou mi confida che secondo lui il Marocco deve rinegoziare i suoi accordi in materia di migrazione con l’Unione Europea e che vede nell’incapacità di quest’ultima ad adottare una politica comune l’impedimento maggiore per un approccio umanizzante del fenomeno migratorio.

Per me invece l’umanità, quella vera, si trova al di fuori dello spazio virtuale. A pochi passi dalla mia abitazione si trova il Marché Dakar, da quando sono tornato a vivere a Casablanca è diventato per me un punto di riferimento, ed è lì dove vado a cercare le risposte alla domanda, il Marocco è un paese razzista?

Aiutato dalla mia amica Fatimatou, una senegalese parte dell’Association des Ressortissants Senegalais Residant au Maroc, decido di porre la domanda a chi mi vorrà rispondere. Fatimatou è una figura emblematica del Marché Dakar: è stata fra i primi senegalesi ad aprire un ristorante che serve piatti subsahariani. Passo tutto il pomeriggio da lei, è domenica, il mercato è stracolmo.

Mi rivolgo a quasi tutti i suoi avventori e sono tanti. La stragrande maggioranza mi risponde che il razzismo esiste ovunque nel mondo e che piuttosto che dare ascolto a queste voci, preferiscono concentrarsi sulle loro vite, badare ai loro figli, lavorare e costruire un futuro. Insisto, incalzando se hanno incontrato delle difficoltà a trovare un alloggio, se vengono scherniti per il colore della pelle o per le loro origini e la stragrande maggioranza di loro insiste sul fatto che i razzisti non rappresentano tutti i marocchini, che gli stolti esistono dappertutto e che in Marocco sono una minoranza esigua.

Parlo con donne, uomini, giovani e meno giovani, le risposte si seguono e si assomigliano: non c’è un razzismo sistematico nei nostri confronti. Stiamo bene in Marocco. Anche i marocchini hanno dei problemi con la burocrazia, l’inefficienza dei servizi e la disoccupazione. Stiamo bene in Marocco. Il Marocco non è un Paese razzista. Sono stato aiutato da molti marocchini. Il razzismo esiste in tutto il mondo.

Dopo diverse ore passate a chiedere a oltranza, Fatimatou comincia a dare qualche segno di insofferenza, un po’ divertita e un po’ infastidita dall’incalzare maieutico delle mie domande, e mi invita a fare un giro fuori dal mercato. Camminiamo nei pressi della Medina, Fatimatou si ferma a ogni passo a salutare amici e conoscenti, marocchini e subsahariani, e io continuo ad essere assorbito dal suo caos: gli ambulanti, marocchini e subsahariani, occupano il marciapiede con le loro bancarelle. L’arabo si mischia al wolof, al francese e ad altre lingue che non distinguo. Fatimatou continua a salutare e io comincio a pensare che nella vita reale il razzismo, la xenofobia, il colore della pelle sembrano delle preoccupazioni lontane dai marocchini quanto dai subsahariani.

 

 

*Gli amazigh, sono gli abitanti originari del Maghreb, etnicamente sono il gruppo maggioritario rispetto alla minoranza araba la loro cultura e lingua è stata per secoli oggetto di scherno e marginalizzazione fino al 2011 quando è stata istituzionalizzata, accanto all’arabo, come lingue ufficiali del Paese

Immagine di copertina: uno screen di alcuni gruppi Facebook, tra cui “Marocchini contro l’insediamento dei subsahariani 2.0”.

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