Reportage dall’Egitto. L’inferno dei bambini siriani in fuga dalla guerra

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Alessandria d’Egitto – Viste dal lato sud del Mediterraneo, le storie dei migranti che si imbarcano per raggiungere le coste italiane appaiono tragicamente più umane. Svelano quella faccia della medaglia in fretta dimenticata, o trascurata, dai racconti del loro sbarco nel nostro paese. Ascoltandole, si apprendono le peripezie che li hanno costretti ad aggrapparsi all’ultima speranza sull’altra sponda del mare. Storie di famiglie che si disfano in acqua, ma anche di minori che finiscono dimenticati dietro le sbarre a ridosso del porto. Bambini in fretta adulti, che sperano che quello che stanno vivendo sia solo una brutta partita a nascondino.

Gli chiude le porte in faccia e gira le chiavi delle serrature delle celle del carcere. Questo il comportamento che riserva l’Egitto ai fratelli siriani. Secondo la denuncia di Human Rights Watch sono almeno 1500 i profughi detenuti dalle autorità del Cairo. Almeno 250 i minori. Alcuni sono neonati e altri devono ancora venire alla luce, protetti dalla brutalità che li aspetta nel grembo della mamma. Sulla loro testa pendono due accuse relative alla fuga da quelle bombe che dal 2011 distruggono la loro patria: ingresso clandestino in Egitto e tentativo di immigrazione, illegale, in Europa.

Secondo dati delle Nazioni Unite, i profughi siriani in Egitto sono almeno 300mila e circa 125mila sono riconosciuti dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Universitari, artigiani, intellettuali spesso atterrati in Egitto in aereo con pochi bagagli e tanta voglia di tornare a casa presto. Il paese delle piramidi l’hanno scelto apposta. I loro parenti che hanno cercato rifugio in Turchia e in Giordania li hanno avvisati: “qui trovate solo campi profughi affollati, sporchi e umilianti. Non ci sono le bombe, ma è un inferno.” “Meglio andare al Cairo allora. Per qualche anno gli egiziani e i siriani sono stati anche cittadini della stessa repubblica” ha pensato Ahmed, un giovane storico, ora detenuto, che per tenere la memoria allenata racconta la storia dell’alleanza con la quale Damasco e il Cairo formarono per tre anni il primo nucleo dell’esperimento panarabo, fallito nel ’61.

Trappola per topi

Lungo il Nilo, in pochi hanno accolto i siriani a braccia aperte. Soprattutto dopo che Mohammed Mursi – il presidente islamista deposto dai militari il 3 luglio scorso – ha speso parole in loro difesa. “I mezzi di comunicazione hanno iniziato a raccontare – senza provarli – casi di mazzette date dagli islamisti ai siriani in cambio della loro partecipazione alle manifestazioni a sostegno dei Fratelli Musulmani, fortemente criticati dalla maggioranza della popolazione. La xenofobia è arrivata alle stelle” spiega Malek Adly, un avvocato che sta cercando di sottrarre i siriani all’ennesimo inferno nel quale sono precipitati entrando in Egitto.

Basti pensare alle parole pronunciate il 15 luglio da Tawfiq Okasha, un famoso e influente presentatore (nonché proprietario) del canale televisivo Al Faraen che, rivolgendosi ai siriani presenti in Egitto, ha lanciato un ultimatum: “il popolo egiziano conosce i vostri indirizzi. Se manifesterete con la Fratellanza Musulmana, dopo quarantotto ore, le persone verranno e distruggeranno le vostre case.” Nel giro di poco, i profughi sono stati etichettati come collaborazionisti della Fratellanza e, per osmosi, terroristi. E mentre la frattura tra i sostenitori e gli oppositori di Mursi divideva sempre di più il paese, i siriani, fuggiti da una terra dilaniata dalle divisioni, sono stati risucchiati dal vortice della polarizzazione egiziana, che li ha resi nemici della fazione che si è riappropriata del potere dopo la cacciata  del presidente islamista.

Esattamente cinque giorni dopo l’intervento con il quale i militari hanno deposto Mursi, l’Egitto ha avviato una politica restrittiva degli ingressi. I rifugiati dalla Siria devono ora ottenere il visto prima di presentarsi al confine, per vedersi consegnare un permesso di soggiorno di un solo mese. Chi non ha in regola le carte richieste viene sbattuto in carcere o deportato. Solo il dieci percento riesce a sottrarsi a questa trappola per topi. L’11 ottobre, la guardia costiera ha arrestato 270 siriani e palestinesi che stavano cercando di raggiungere la sponda nord del Mediterraneo. Il giudice davanti al quale si sono presentati il giorno successivo non è riuscito a incastrarli per alcun reato e ne ha ordinato il rilascio. Per rimettergli le manette ai polsi è intervenuto l’Apparato di sicurezza nazionale, che ha ordinato la detenzione dei rifugiati nelle stazioni di Montaza e Abu Qair, ad Alessandria.

Asilo dietro le sbarre

“I nostri centri di detenzione sono tra i peggiori al mondo” spiega Adly. Nessuna rivoluzione è passata nel girone più profondo dell’inferno egiziano. Basta intraprendere la scalata burocratica per metterci piede per capire dove ci si sta addentrando. Tutto complotta per evitare che la missione riesca. In primis gli ufficiali che cercano di depistare chi vuole raggiungere la cima. “C’è poco da vedere. I detenuti sono in camerette come queste” dice un poliziotto, mostrando una stanza della centrale della polizia con tanto di tappeto e aria condizionata. Diversi però sono i racconti di chi esce da queste celle. “Dormiamo ammucchiate su collinette di sabbia senza coperte. Quando ci concedono di andare in bagno, le guardie ci spiano dalla serratura, impedendoci di fatto di lavarci” racconta una giovane che non sa ancora come cavarsela.

Era arrivata ad Alessandria sperando di imbarcarsi per l’Italia, ma dopo quello che ha visto, ha rinunciato a quella che definisce una “scommessa pericolosa” per la sua vita e quella del suo bimbo che dovrebbe nascere a gennaio. A causa delle operazioni con le quali la guardia costiera egiziana ha cercato di bloccare un’imbarcazione diretta verso l’Italia, questa giovane ha perso l’amica Fadwa Taha Ali, una palestinese rifugiata in Siria che ha lasciato tre figli. Saad (21 anni) e Hassan Saad (11 anni ) sono detenuti nella stazione di Abu Qair, lontani dalla sorella Siham Saad, detenuta a Montaza. Nessuno di loro sa dire che fine abbia fatto il corpo della mamma.

A morire nella stessa identica maniera è Omar Dalool, trentenne che non conoscerà mai la figlia che cresce nella pancia di sua moglie Kordi, uscita dal carcere a inizio novembre, dopo venti giorni di detenzione al fianco della bimba più grande.

La lista dei minori detenuti è difficile da compilare, ma ricca di esempi di bambini ai quali l’infanzia è stata sottratta nell’indifferenza dell’intera comunità internazionale. A Montaza ci sono anche i tre figli di Osama Ali Shaaban: Alaa Osama (12 anni) Doaa Osama (9 anni) e Israa Osama che con i suoi 5 anni è l’unica che ha ancora la speranza di trovare almeno tre matite per fingere di fare disegni su carta che difficilmente le verrà concessa. Sempre qui ci sono i figli di Anaas Ali Shaaban, detenuto ad Abu Qair. Lian Anaas e Lauren Anaas non hanno neanche ventiquattro mesi. A badarli ci pensa Ridan Anaas che a soli 5 anni è già capo famiglia.

Non se la passano meglio i bambini detenuti nella stazione di polizia Karmouz, sempre ad Alessandria. Nove di loro sono membri della famiglia di Mohanned Mansour, detenuti dopo che l’imbarcazione sulla quale erano saliti per realizzare il sogno italiano è affondata. Osama (9 anni) e Zahra (6 anni) sono in compagnia delle due cuginette, Sultana ( 4 anni) e Khediga, la più difficile da tenere calma in una cella di carcere a solo 8 mesi d’età.

Palestinesi nei meandri della legge

Mohanned è nato in Siria, ma continua a presentarsi come un palestinese, come circa 529 mila altri suoi connazionali che l’Unrwa – Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione – ha registrato nei dintorni di Damasco. La sua famiglia è arrivata nei campi profughi di Yarmouk, in Siria, nel 1967, ma da quando le rivolte siriane sono cominciate, si è trasferita sette volte da un angolo all’altro del paese. La guerriglia tra l’esercito governativo di Asad e i ribelli ha colpito duramente i campi profughi. Quando, dopo gli scontri del dicembre 2012, le scuole dei campi sono rimaste chiuse, Mohanned ha deciso che era arrivato il momento di uscire da quella prigione a cielo aperto.

Per salvare i suoi figli ha pensato che l’opzione migliore fosse quella di puntare sul paese delle piramidi. A scommettere come lui sull’accoglienza degli egiziani sono stati circa altri 10 mila palestinesi rifugiati in Siria che si sono pentiti della loro scelta non appena sono stati sbattuti in una cella sovraffollata, con acqua stagnante e brande da condividere a orari alterni con altri detenuti.

Per l’ennesima volta, i palestinesi sono i più sfortunati di tutti. L’Egitto non è un paese dove opera l’Unwra e i circa 6mil rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria che non trovano questa agenzia cadono sotto il mandato dell’Unhcr. Le autorità del Cairo permettono all’Unhcr di assistere i palestinesi provenienti dalla Siria, ma questa agenzia non può registrarli, né prendere in considerazione le loro domande di asilo. Inoltre, mentre i siriani possono ‘sperare’ di essere deportati verso Turchia, Libano e Giordania, la sola scelta per i palestinesi è quella di finire in Libano. Qui una volta giunti ricevono un visto di 48 ore valido per tornare in Siria.

Privi di alternative. Ecco come sono abbandonati i palestinesi che la piccola Fatima disegna in un mare di guai. “In acqua la mia mamma ha perso la valigia e io le scarpe della bambola” spiega indicando tutti gli oggetti che ha disegnato nel suo Mediterraneo. Nel suo disegno compaiono anche i raggi di sole. Sono blu, come l’acqua e tutte le altre cose disperse tra le onde. “Ho solo questa penna per disegnare, ma il sole dovrei farlo giallo” dice quasi dimentica del colore di quella stella che non vede da un po’.

Fatima è l’ennesima bambina finita dietro le sbarre per motivi che non riesce a spiegare e a spiegarsi. Lo status di immigrato non è una motivazione sufficiente per mettere le manette ai polsi ai minori. Secondo la Convenzione sui diritti del fanciullo di cui l’Egitto è un firmatario, un minore che cerca di ottenere lo stato di rifugiato deve beneficiare della protezione e della assistenza umanitaria necessarie per consentirgli di usufruire dei diritti riconosciuti dalla Convenzione. Dall’81 l’Egitto ha anche ratificato la convenzione sui rifugiati, il cui articolo 31 proibisce l’arresto del rifugiato illegalmente presente nel territorio, ma “ciononostante le autorità hanno continuato a tenere centinaia di bambini dietro le sbarre” denuncia un avvocato di Alessandria, stringendo la mano a una ragazzina palestinese di nove anni che è partita dalla Siria con il papà, per ritrovarsi orfana dentro una cella.

Parcheggiati in una stazione

“Anche se la situazione è critica e non sembra poter migliorare, l’Unhcr non sta facendo quanto potrebbe per difendere questi bambini dalle violenze – fisiche e psichiche – dei quali sono vittime” chiosa un comunicato dell’Egyptian Center for economic and social rights.

“Ogni giorno raccolgo testimonianze terribili dai rifugiati che assisto, cercando di sottrarli a questa ingiusta detenzione. Sinceramente però, la speranza che le autorità egiziane cancellino questi processi e impediscano la deportazione è molto fievole. L’Egitto non è un paese di reinsediamento dei rifugiati. Noi siamo una stazione e da qui, dopo un mesetto, i profughi se ne ritorneranno probabilmente in Siria” spiega Adly. “Per il governo egiziano i palestinesi possono anche andare all’inferno. Sono una complicazione burocratica che non gli compete, l’ultimo dei problemi in una lunga lista di cose da risolvere. A dargli man forte sono moltissimi governi stranieri. Arabi e occidentali. I paesi che dovrebbero accogliere i rifugiati dove sono finiti? Dove sono gli europei e gli americani? Dove sono gli italiani che guardano spaventati i sopravvissuti che approdano sulle spiagge della Sicilia e di Lampedusa?” si chiede disarmato Adly. “I governi che non fanno sentire la loro voce sono conniventi e parte della causa delle disgrazie di questi esseri umani che stanno pagando a duro prezzo il tentativo di sottrarsi da una terra dove ogni giorni piovono proiettili, bombe e granate.”

Ma, i più indifesi, non si arrendono. Privati di tutto, ma non del coraggio per domandare una vita degna anche dietro le sbarre. A fine novembre, cinquanta detenuti nella centrale di Montaza iniziano lo sciopero della fame. A rifiutare i piatti sporchi con tre cucchiai di zuppa sono anche alcuni bambini, ragazzini che la vita ha reso prematuramente adulti e unici difensori di quella esistenza che sembra essergli stata stappata di mano. Quando arriva il carello del pranzo, Mohammed è il primo ad alzarsi. Ha nove anni, ma ne dimostra molti di più. Sbatte il cucchiaio a terra, dirige il coro dei dissidenti che chiede libertà e non cibo avariato e poi trova anche la forza per strappare a tutti una risata.

“Il signor carceriere ci ha beccato mentre cercavamo di nasconderci, ma un suo collega giocava con noi e non lo hanno ancora scovato. Signor carceriere buono e ancora nascosto, faccia pace libera tutti. Finiamo questa partita e ne giochiamo un’altra, eh? ”

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Nella foto: Alessandria d’Egitto vista dal mare

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