Grillo, Casaleggio, i trolls
e la divergenza zero

Mentre la tradizione politica del XX secolo ha prodotto movimenti caratterizzati da un forte impianto ideologico, quella del XXI sembrerebbe fin qui dominata da movimenti animati da una accanita acribia filologica. Infatti, la tensione ideale non sembrerebbe più tanto orientata alla ricerca di un modello teorico capace di spiegare da solo l’universo di tutti i possibili. Piuttosto, si direbbe che l’interesse dei movimenti sia soprattutto quello di autogestire il proprio dibattito interno in maniera tale da evitare l’intrusione di posizioni percepite come false, spurie, dunque da rigettare.

Nel panorama italiano, il caso più eclatante è quello del Movimento 5 Stelle, uscito dalle urne con un quarto circa dei consensi dall’ultima consultazione elettorale. A fronte del debolissimo impianto teorico, dell’elaborazione superficiale che sostanzia la proposta politica, dell’evidente caratterizzazione provocatoria delle modalità rivendicative, il movimento offre un’approfondita e problematica riflessione sulla validità della singola opinione rispetto alla gestazione di un discorso collettivo. Addirittura, il suo leader riconosciuto, Beppe Grillo, si improvvisa inconsapevolmente filologo dalle colonne del blog di sua proprietà, offrendo una vera e propria “teoria del commento”, sulla base della quale sarebbe possibile identificare gli elementi spuri, ovvero gli spunti di ragionamento estranei alla dialettica del movimento.

Nel post intitolato “Schizzi di merda digitali” Grillo spiega che «da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog». Quindi divide i commenti riconducibili all’attività di questi soggetti esterni al movimento in tre categorie, quella degli «appellanti», quella dei «votaBersani, votaBersani» o «votaGrasso votaGrasso» e quella dei «divisori». Il primo genere di commenti caldeggia un coinvolgimento politico del Movimento 5 Stelle per il bene del paese, il secondo un voto parlamentare favorevole all’alleanza col PD, il terzo una scissione del movimento o emarginazione di sue figure (segnatamente Grillo e Casaleggio).

A questi si aggiungono i messaggi (per lo più serali, pare) dei grandi «accusatori», che vedono interessi nascosti dietro l’attivismo politico del comico e del suo sodale informatico, come anche quelli dei «critici di giornata», che si accaniscono contro le posizioni del movimento rispetto all’attualità della cronaca politica. Concetto essenziale e conclusivo, la stampa si nutrirebbe di questo genere di commenti per alimentare un’immagine pubblica del movimento come diviso e articolato in posizioni pro o contro Grillo, quindi non unito e prossimo ad una spaccatura. Si vede bene come questo ragionamento riconduca un problema politico ad una questione eminentemente filologica relativa all’autenticità del messaggio veicolato dal blog di Grillo e, soprattutto, dai suoi commenti.

Infatti, il ragionamento di Grillo implica un approccio “critico” nel senso tecnico della critica testuale, poiché distingue i commenti ortodossi da quelli che invece discendono da fonti di contaminazione della piattaforma di movimento, il blog stesso del quale è proprietario. In sostanza, facendo attenzione agli argomenti tematizzati dai commenti è possibile distinguere quelli genuinamente prodotti dai militanti del movimento da quelli degli infiltrati che stanno provando a minarne la coesione, corrompendone il linguaggio e il meccanismo di confronto dialettico. La distinzione si rivela cruciale per la sopravvivenza stessa del movimento, poiché mette in condizione di considerare gli argomenti critici della stampa ufficiale come irrilevanti, in quanto discendenti da fonti identificate e certificate come erronee.

Ad esempio, quando un giornalista prova a dimostrare la spaccatura del Movimento 5 Stelle sulla base di commenti che fanno capo all’attività di infiltrati, questa dimostrazione sarà fallace, se non addirittura disonesta e tendenziosa. Più in generale, tutto il “ramo divergente” del movimento, quello che si esprime mediante commenti che alimentano il dubbio, il confronto dialettico, il dibattito interno, è in realtà il prodotto di una forza esterna e antagonistica in via pregiudiziale. Secondo questo modello, il conflitto può essere riportato fuori dal campo amico e il messaggio torna ad essere unico e incorrotto.
In sostanza, lo scontro torna ad opporre il movimento coeso al mondo intero, corrotto come gli argomenti che vorrebbero minarne l’integrità. L’aspetto piuttosto innovativo di questa gestione del consenso consiste nel fatto che non mira alla demolizione all’opinione contraria, quanto piuttosto sulla sua delegittimazione. Come si diceva, il problema si sposta dal piano politico a quello filologico, cioè dalla validità di determinate posizioni alla loro effettiva autenticità.

Da questa opzione forse inevitabile un movimento che si identifica tout-court con una pubblicazione online discende una drammatica aporia, che si trasforma in un meccanismo di contenimento, se non addirittura di esclusione delle posizioni divergenti dalla linea maggioritaria o presunta tale. Infatti, si determina una certa tendenza a identificare una serie di argomenti come pregiudizialmente spuri, escludendo dal dibattito i militanti che eventualmente sostengano quel genere di opinioni dettagliate analiticamente nel post di Grillo. Dunque, a differenza di quanto sostenuto più volte dallo stesso leader del Movimento 5 Stelle, “uno vale uno” soltanto se la pensa in maniera ortodossa, altrimenti vale direttamente zero.

In una situazione del genere la “polizia anti-troll” può operare ripristinando l’ortodossia del discorso corretto, che guarda caso coincide con la linea tracciata dal capo, ma non c’è alcuna certezza che gli “epurati” siano davvero dei troll. Anzi, paradossalmente, un troll che adotti le opinioni congrue, quelle ortodosse, non può essere riconosciuto, identificato e smascherato. Ad esempio, un militante del “PD con o menoL” che voglia divertirsi a scimmiottare i linguaggi del movimento senza sconfinare negli argomenti “vietati” di cui sopra, potrà farlo con scarso rischio di venire identificato.

In realtà, in termini filologici, un’opinione divergente che discenda da fonte autonoma vale quanto centomila altre che celebrino all’unisono la litania, se tutte queste voci discendono in realtà da un’unica fonte. L’unico sistema che renda davvero possibile dimostrare la dipendenza di un testo da una fonte comune è l’errore congiuntivo: se due testi riportano un errore in comune è infatti altamente probabile che dipendano dalla stessa fonte. In assenza di questo strumento di prova, non è certo possibile ricondurre due discorsi simili ad un’unica fonte soltanto perché hanno uno stesso tono o condividono la stessa argomentazione.

Per questo motivo, i tanti commenti critici nei confronti delle recenti esternazioni di Grillo, dovrebbero essere tenuti in maggiore considerazione, come probabile indizio di diverse visioni interne al movimento. Invece, vengono semplicemente liquidate come estranee, inautentiche, false, sulla base di un criterio del tutto abusivo: l’identità di contenuto. Volendo rinnovare la cultura politica in un’era che grazie alla comunicazione telematica si nutre sempre di più di un dibattito pubblico mediato da strumenti digitali, sarebbe davvero opportuno che le diverse opinioni fossero considerate autentiche e democraticamente valutate come tali fino a prova contraria.

@drowningMAN

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