STORIE USATE

Siegmund Ginzberg

Cara mamma ti scrivo: le verità
sulla guerra che arrivano a casa

IVAN: Ciao mamma.

YEVGENIJ: Siamo dispiegati a Bucha in questo momento…

SERGEJ (alla mamma): Siamo nella merda. Ora siamo sulla difensiva. La nostra offensiva è ferma. Questa guerra la stiamo perdendo…

ANDREJ: Metà del nostro reggimento non c’è più.

SERGEJ: Ci hanno dato ordine di uccidere a vista chiunque ci capiti sotto tiro.

ALEKSANDR: Putin è un pazzo. Vuole che prendiamo Kyiv. Ma non c’è verso che ce la si possa fare…

SERGEJ (alla mamma): Questa guerra è la cosa più stupida mai decisa dal nostro governo…

ILJA (alla fidanzata): Cos’altro dicono [sui giornali, in tv in Russia]? Che dice Putin, quando c…. finirà tutta questa m…..? [la fidanzata gli risponde che Putin dice che tutto procede secondo i piani e la tabella di marcia prestabilita]. Vaffa… Stavolta si sbaglia. Ha sbagliato proprio tutto, di grosso…

NIKITA (alla mamma): Abbiamo già perso due terzi del nostro reggimento…

SERGEJ (alla mamma): Eravamo in quattrocento paracadutisti. Ne sono sopravvissuti solo trentotto. I nostri comandanti ci hanno mandato al massacro…

NIKITA (ad un amico): Nessuno ci aveva detto che andavamo in guerra… Ci hanno avvertiti solo il giorno prima di partire. Ci hanno detto che si trattava di un’esercitazione che sarebbe durata due o tre giorni… Ci hanno presi per i fondelli, ci hanno raccontato storie come a dei ragazzini…

SERGEJ (alla mamma, una settimana dopo): Il quartier generale della divisione è in una foresta. Ci sono andato e ho visto un mare di cadaveri in abiti civili. Un mare! C…! Non ho mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita. Abbiamo fatto un disastro, una carneficina, C….!. Non so come possa andare a finire…

NIKITA (alla fidanzata): C…! Ci sono cadaveri lungo la strada… Civili. Abbiamo combinato un casino. [Abbiamo] portato via tutto [dalle case saccheggiate]… bevuto tutto l’alcool che siamo riusciti a trovare… [rubato] tutti i soldi che abbiamo trovato.. Qui lo fanno tutti…

SERGEJ (alla fidanzata): Francamente non si capisce il perché di questa guerra…

Il New York Times ha pubblicato online, corredate dall’audio originale, le trascrizioni di migliaia di telefonate fatte lo scorso marzo da soldati russi in Ucraina a genitori, parenti, fidanzate, amici in Russia. Gli sono state passate dai servizi ucraini, che le avevano intercettate. Quindi si tratta di una scelta di parte. Ma il Times precisa che ci hanno lavorato per mesi, e sono arrivati alla conclusione che sono assolutamente autentiche. Dicono di aver fatto anche riscontri incrociati tra i numeri di cellulare da cui partivano le chiamate e i numeri, le app e i profili social in Russia cui erano dirette. E che così sono riusciti ad appurare che si trattava effettivamente di famiglie esistenti, con militari in servizio. Un altro riscontro ha consentito di appurare che i reparti menzionati (di paracadutisti e della Guardia nazionale russa) operavano effettivamente nelle zone da cui partivamo le chiamate. Non è chiaro se gli autori delle chiamate a casa lo facevano dai propri cellulari (il che sarebbe severamente proibito a militari che operano in zone di guerra), o da cellulari rubati nelle case da loro requisite e saccheggiate. In un caso, i soldati del 656mo reggimento della Guardia nazionale chiamano casa tutti dallo stesso cellulare, probabilmente rubato, lo stesso fanno i paracadutisti della 331ma divisione aerotrasportata. Non è chiaro se i servizi russi abbiano intercettato anche loro queste chiamate, come facevano i loro corrispettivi ucraini, e se ci siano state conseguenze a danno dei riceventi le chiamate. I nomi dei soldati sono stati ovviamente sostituiti con nomi di fantasia.

I soldati russi dicono di essere stati mandati allo sbando. Sono sorpresi dalla “professionalità” dei militari ucraini. Chiaramente non si aspettavano una resistenza così accanita ed efficace da parte di quelli a cui si riferiscono come i khokhol. È un termine dispregiativo che i veri russi usano verso gli ucraini, un po’ come un tempo si diceva al nord “terroni”. Il termine ha origini in realtà più descrittive che dispregiative, denota il ciuffo di capelli lunghi che spunta dalla testa rasata degli antichi cosacchi, gli invincibili e feroci compagni di razzie di Taras Bulba, il personaggio inventato dall’ucrainissimo Gogol (KhoKhol). La sconfitta, come avviene in tutte le guerre, genera violenza cieca, inaudita contro tutti coloro su cui riescono a mettere mano, preferibilmente i non combattenti, che non sono in grado di difendersi, donne, vecchi e bambini compresi. Tacciano di incompetenza i propri comandanti. Li accusano di avergli ordinato di sparare su civili inermi. Sono sorpresi, e irritati, alla scoperta che gli ucraini che sono venuti a “liberare” siano in genere più ricchi dei loro compaesani russi, vivano meglio e abbiano più soldi. “Nuotano nei soldi”, dice Aleksandr, che fa l’infermiere. Altri promettono souvenir. Gli uffici postali della vicina Bielorussia saranno poi effettivamente intasati di pacchi indirizzati in Russia, compresi frigoriferi, televisori e altri elettrodomestici saccheggiati nella case ucraine. Nulla è tanto ingombrante o tanto piccolo e insignificante da non essere portato via: utensili da lavoro, canne da pesca, lumini natalizi, frullatori, e persino uno spazzolino da denti.

Succede, in ogni epoca, ad ogni latitudine, ai migliori eserciti. In Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, Götz Aly ha documentato la sistematica rapina compiuta dalle truppe naziste ai danni degli “alleati” e dei vinti in Europa (sì, Italia occupata compresa), dei soldi rubati (agli ebrei e alle singole banche centrali) e dei pacchi con souvenir, calze di seta e prodotti alimentari pregiati che i soldati della Wehrmacht spedivano a casa dalla Francia e dall’Olanda occupate. Ci sarebbe da ridere, se non fosse stato tragico. Così come suscita una pena infinita l’elenco dei beni sequestrati agli ebrei italiani documentato con scrupolosa pignoleria da Fabio Isman in 1938, l’Italia razzista. Si va dai grandi patrimoni a: «due paia di calze usate, una bandiera nazionale, un enteroclisma, 3 mutandine usate sporche, 1 bidè”.

Di fronte alla “ricchezza” materiale, al benessere e all’inattesa preparazione militare degli ucraini, i parà russi invece lamentano la mancanza di rifornimenti, la logistica che non funziona, persino la carenza e la qualità del materiale bellico, gli alloggiamenti inadeguati al freddo intenso, il cibo scarso e cattivo. Qualcuno lamenta sintomi da congelamento. Sono stanchi, esausti, delusi, depressi, affamati. Uno racconta di come hanno saccheggiato una macelleria e le fattorie abbandonate, impadronendosi di polli, maialini e persino un struzzo…

A fine marzo, a sole poche settimane dall’inizio dell’invasione, il morale è a terra, i soldati russi non sono più (forse sarebbe meglio dire non sono mai stati) motivati. Dicono ai loro interlocutori a casa che non ne possono più, non vogliono combattere una guerra che non capiscono, vogliono dimettersi dall’esercito, lo farebbero anche subito se i loro comandanti non li minacciassero di conseguenze gravissime, arresto, lunghe pene detentive, persino fucilazione. Qualcuno dice che a trattenerlo c’è solo il timore di perdere la paga. Altri dicono che diserterebbero, se solo potessero. Sono volontari, professionisti a contratto. In quel momento, contrariamente a quanto viene minacciato dagli ufficiali, potrebbero anche dare le dimissioni dalle forze armate senza violare alcune legge. I riservisti richiamati alle armi ora e i nuovi coscritti non hanno più questa scelta: le nuove leggi approvate da poco dalla Duma puniscono molto più severamente non solo la diserzione o la renitenza alla chiamata ma anche eventuali “ripensamenti” da parte dei volontari.

Le guerre, tutte le guerre, sono inferni lastricati di lettere a casa. La guerra raccontata ai propri cari da chi la fa turba le coscienze delle nazioni più potenti. Le lacera in profondità, come avvenne per l’America ai tempi della guerra in Vietnam. O, più tardi, per l’America impegnata in Iraq e in Afghanistan. Gli raccontavano che stavano liberando il mondo, e si ritrovano a sbattere il muso sulle foto del massacro di My Lai e delle torture ad Abu Ghraib. Non importa che quel che sta succedendo sul campo venga documentato coraggiosamente da una stampa e da televisioni libere, come avvenne negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso negli Stati uniti, o vengano sistematicamente censurate. Le cose si vengono a sapere comunque. Anche nei regimi più attenti a nascondere e manipolare le notizie. Qualcosa filtra sempre dai buchi neri della censura. Si dice, si sussurra, si accenna senza farsi notare. Certe cose si venivano a sapere anche nella Cina di Mao o nella Corea dei Kim. Non si possono nascondere decine o centinaia di migliaia di morti, nemmeno quando la stragrande maggioranza preferirebbe far finta di non sentire o di non vedere. Non si possono nascondere le sconfitte epocali. Uno dei più bei romanzi scritti nell’immediato secondo dopoguerra, Ognuno muore solo di Hans Fallada, prende spunto da un fatto vero: una coppia di coniugi che ha perso il figlio in guerra e decide di disseminare nelle cassette postali di Berlino volantini che denunciano la guerra. Non sono oppositori del nazismo, hanno presumibilmente sempre votato per Hitler, ma decidono di mettere la propria vita a rischio per smascherare l’ipocrisia delle notizie ufficiali. Finiranno impiccati.

Di esempi di “ultime lettere a casa” dal campo di battaglia se ne potrebbero citare molti. Le Ultime lettere da Stalingrado, più volte ripubblicate anche in italiano da Einaudi erano state spedite dai soldati tedeschi asserragliati e accerchiati dall’Armata rossa nella città sul Volga. Non giunsero mai a destinazione. E non per colpa degli assedianti russi. Furono sequestrate per ordine del Führer. L’ultimo aeroplano proveniente dalla sacca accerchiata portava sette sacchi di corrispondenza. Furono immediatamente sequestrati dalla censura militare. Furono aperte e furono cancellati l’indirizzo e il mittente. Poi furono rimesse al comando supremo dell’esercito, suddivise secondo il contenuto e la tendenza. La classificazione divideva lo “stato d’animo” dei soldati in cinque categorie: a) favorevoli alla condotta della guerra (2,1%); b) dubbiosi (4,4%); c) sfiduciati e contrari (57,1%); d) decisamente contrari (3,4%); e) senza opinione precisa, indifferenti (33%). I cinque quintali di materiale furono affidati ad un ufficiale perché ne traesse un’opera documentaria. Con la migliore buona volontà era impossibile trarne qualcosa che non fosse un atto d’accusa alla condotta della guerra. Così il libro fu proibito dal ministero della propaganda di Goebbels in quanto “insopportabile per il popolo tedesco”.

Una sorte simile avrebbero dovuto avere i Diari di guerra delle SS, la minuziosa documentazione delle imprese di un reparto speciale direttamente agli ordini del Reichsführer Himmler, con compiti a metà tra quelli delle SS combattenti e degli Einsatzgruppen, i commando speciali incaricati dello sterminio di ebrei e partigiani nella Russia occupata. La stesura era stata prescritta da un ordine speciale del comando supremo delle SS, firmato da Himmler in persona, in cui si dispone per filo e per segno come si dovevano effettuare i rastrellamenti, bruciare “sino alle fondamenta” i villaggi sospetti di simpatie per i partigiani, uccidere tutti gli ebrei, gli zingari, i bolscevichi e i “banditi”, trattare “secondo le usanze di guerra” (cioè passare per le armi) i sospetti, sottoporre a “trattamento speciale” (cioè torture) i prigionieri, e naturalmente saccheggiare le risorse. Avrebbe dovuto servire da “manuale di istruzioni”. L’intenzione “sperimentale” viene rivelata da annotazioni tipo: “Il sistema di spingere donne e bambini nella paludi [del Pripjat, al confine tra Ucraina e Bielorussia] non ha dato il risultato che ci si poteva attendere, dal momento che le paludi non sono abbastanza profonde perché possa conseguirne un affondamento. Alla profondità di metri 1 circa si incontra per lo più fondo solido (verosimilmente sabbia) che impedisce l’affondamento totale”.

L’esempio più calzante riguarda però sempre la Russia. Nell’Unione sovietica di fine regime Brežnev, le notizie non circolavano molto più liberamente che nella Russia di Putin oggi. Era severamente proibito dire la verità su quel che stava succedendo in Afghanistan, insinuare che la guerra stava andando malissimo per gli occupanti sovietici. I giornali e la televisione anzi non ne parlavano affatto. Fino al 1983 l’ordine dal Cremlino era non affrontare l’argomento. Tra i soldati al fronte qualcuno se ne lamentava pubblicamente. La Komsoloskaja Pravda arrivò a pubblicare la lettera da Kabul di un militare che si diceva “sorpreso di quanto poco si scrive [sulla stampa sovietica] dei soldati che stanno facendo onorevolmente il loro dovere, rischiando le loro vite”. Se ne sussurrava. O se ne parlava solo nei samizdat. Un’inchiesta di opinione commissionata da Radio Liberty, cioè di fonte americana, rivelò che solo un quarto dei sovietici approvava l’intervento in Afghanistan e riteneva che quella guerra potesse essere vinta. Quel che nessuna censura o velo di silenzio poteva nascondere era il numero spaventoso di bare di zinco che tornavano coi voli dei giganteschi Ilyushin da trasporto. Solo a Mosca al minimo cento al giorno. Secondo alcune stime il numero di morti e feriti sovietici nei dieci anni di occupazione dell’Afghanistan è dello stesso ordine di grandezza delle casualties americane in Vietnam, e dei morti e feriti in sei mesi di guerra in Ucraina. Si sa come andò a finire allora: non solo si ritirarono dall’Afghanistan, ma crollò anche l’Unione sovietica.

Quest’articolo è stato pubblicato in origine sul Foglio di sabato 8 ottobre. 

Foto: Baz Ratner/Reuters.

 

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