Rovine, memoria, turismo di massa: quel che resta del Muro

Alle spalle della Porta di Brandeburgo scorre per terra una striscia in acciaio e blocchetti di granito. Là, un tempo, passava il Muro. Il 3 ottobre 2019 i turisti e i cittadini la calpestano senza nemmeno accorgersene. Le persone hanno appena attraversato un controllo di sicurezza proprio sotto alla Porta. Questa volta, però, si tratta solamente di accedere all’area in cui si svolgono i festeggiamenti per il ventinovesimo Tag der Deutschen Einheit, l’anniversario dell’Unità tedesca. Un palco per musicisti e festeggiamenti è stato allestito proprio dove, il 12 giugno 1987, il Presidente Usa Ronald Reagan esclamò in mondovisione: “Mr Gorbachev, Tear down this wall!”. L’anniversario più importante di quest’anno, però, deve ancora arrivare. Il 9 novembre scoccano infatti i 30 anni dalla caduta del Muro, che avvenne 11 mesi prima della Riunificazione tedesca. La Germania contemporanea arriva a questa data con molti interrogativi sul proprio futuro, mentre i resti del Muro sopravvivono tra memoria storica e feticcio turistico.

Geografia della separazione

Il Muro di Berlino spezzava la città in due e percorreva anche tutto il confine tra la periferia di Berlino ovest e il resto della Ddr non berlinese. A mostrare il percorso di gran parte dei 160 km del vecchio Muro scorre oggi la Mauerweg, una lunga pista ciclabile e pedonale che segue l’antica divisione. Ma per vedere i resti in cemento armato della Berliner Mauer, bisogna visitare uno dei poli iper-turistici nel centro della città. Attrazioni dove i visitatori meno attenti comprendono a volte solo parzialmente quella che era una frontiera complessa e letale, che costò la vita ad almeno 140 persone.

Il Muro fu ricostruito dalla Ddr almeno 4 volte tra il 1961 e il 1989, e lo scopo primario è sempre stato uno: fermare i cittadini che volevano scappare verso occidente. Dietro al muro più noto che si vedeva da ovest (alto 3,60 m), c’era solitamente la cosiddetta “striscia della morte”: un’area inaccessibile con filo spinato, ostacoli speciali, tappeti chiodati, recinti in metallo, segnalatori elettronici, armi a scatto automatico, illuminazione notturna, cani poliziotto e un esercito di guardie con l’ordine di sparare da oltre 100 torrette di controllo. La “striscia della morte” poteva essere larga decine e decine di metri ed era poi delimitata a est da un secondo muro, l’Hinterlandmauer, una costruzione più bassa, che era il Muro che si vedeva effettivamente da Berlino est. Oggi, a distanza di trent’anni, la “striscia della morte” si è talvolta trasformata in area verde, come nel caso del celebre Mauerpark, oppure è stata velocemente inghiottita dalla vertiginosa crescita edilizia della nuova Berlino cosmopolita.

 

Speranza e Colpa

Arrivo alla cosiddetta East Side Gallery in un pomeriggio piovoso tipico dell’autunno berlinese. Con più di 3 milioni di visitatori all’anno, la East Side Gallery di Friedrichshain è il pezzo di Muro forse più conosciuto. Il tratto in questione parte da quello che era il famoso ponte di Oberbaumbrücke, storico e suggestivo passaggio pedonale tra i quartieri Friedrichshain (ex est) e Kreuzberg (ex ovest), e prosegue sulla Mühlenstrasse verso il centro per 1,3 km. Il Muro rimasto in piedi svolgeva sia la funzione di muro principale che di Hinterlandmauer verso est, visto che in quest’area il confine definitivo verso ovest era poi segnato dal fiume Sprea. Nel 1990 il Muro della Mühlenstrasse è stato decorato quasi spontaneamente dalle opere di artisti da tutto il mondo, trasformandosi in una delle gallerie a cielo aperto più celebri del pianeta. Nel 2009 tutti gli oltre 100 dipinti sono stati interamente restaurati. I disegni della East Side Gallery esprimono chiaramente l’entusiasmo e la speranza scaturite dalla svolta dell‘89, la Wende in tedesco, che molti scambiarono per la prova concreta della fine della Storia e della scomparsa definitiva delle più pericolose conflittualità internazionali.

Una elegante giovane donna cinese, che si presenta come Ariana (quello che chiama il suo “nome inglese”), fotografa con cura tutti i coloratissimi murales e poi mi dice: “Non sono ancora sicura che quella che ho di fronte sia l’originale del Muro e non una copia. Lei lo sa?” Dubbi non troppo diversi devono attraversare anche due uomini italiani poco più avanti che discutono sull’effettiva altezza del Muro, su dove fossero le torrette armate e su dove fosse ai tempi possibile provare a raggiungere il fiume. Un dibattito, quello sulle dimensioni del Muro, che passeggiando tra i turisti si sente più volte al giorno, in molteplici lingue. Di fronte al famoso murale del bacio tra Leonid Breschnew e Erich Honecker ci sono due allegre piccole comitive, una cinese e una spagnola, che fanno a turno per fotografarsi davanti all’opera. A un certo punto della East Side Gallery si erge una torre-edificio con appartamenti di lusso e vista sul fiume: è stata costruita nel 2013, nonostante dure e vivaci proteste, ed è oggi considerata un simbolo della gentrification galoppante nella capitale tedesca. Davanti a un altro murale incontro Nicolas, 30 anni, e Cécile, 28 anni. La coppia di francesi conosce bene il Muro, Nicolas spiega di averlo trovato proprio come se l’aspettava e di ritenere soprattutto interessante la porzione di Muro che ha invece visto a Mitte, vicino al museo Topographie des Terrors.

Il pezzo di Muro indicato da Nicolas si trova in Niederkirchnerstraße, a pochi passi da Potsdamer Platz. Qua è stata lasciata intatta e grezza una striscia di 200 metri di Muro principale, in cui si possono ancora vedere tutti i buchi delle martellate liberatorie inflitte dopo il 9 novembre 1989. La parte di Muro si trova appunto significativamente di fronte alla Topographie des Terrors, un museo che racconta i crimini del Terzo Reich (creato all’interno dell’ex sede della Gestapo nazista). In poche decine di metri, sotto agli occhi di un flusso continuo di visitatori, sono così raccolte le tracce della più grande colpa della storia tedesca e la ferita in cemento armato che ne è derivata. Pochi luoghi in città esprimono così chiaramente il profondo collegamento tra i crimini del nazionalsocialismo e la successiva occupazione e lacerazione di Berlino da parte degli eserciti americano, russo, francese e britannico.

 

Passaggi proibiti

Luogo indimenticato della Berlino della Guerra Fredda rimane ancora oggi il checkpoint Charlie, che si trova a 3 fermate di metro dalla Topographie des Terrors. Il checkpoint è stato per quasi trent’anni il leggendario punto di passaggio internazionale tra ovest ed est. Oggi, qui, a parte un paio di blocchi simbolici, il Muro non è presente. A pochi metri dall’incrocio tra Friedrichstraße e Zimmerstraße, si può vedere però una replica della famosa guardiola del controllo passaporti (l’originale è in un museo), intorno alla quale i turisti si concentrano alla ricerca di una fotografia d’effetto. Le foto vengono ancora meglio quando, talvolta, ci sono davanti alla guardiola degli attori appositamente vestiti da soldati Usa o Urss. I musei intorno al Checkpoint Charlie offrono tantissime informazioni sulla storia della Berlino divisa. Dai densi e un po’ disordinati pannelli narrativi museali si passa in un attimo ai negozi di gadget, dove il brand e le icone della Berlino più turistica sono impressi su centinaia di magliette, penne, matite, tazze, cappellini, borse, astucci, sciarpe e felpe. Tra l’ingresso del principale negozio di gadget e il Checkpoint Charlie Museum si è posizionata Kelly, che indossa l’impermeabile rosso dell’azienda di visite guidate per cui lavora. Kelly ha 23 anni ed è irlandese, il suo compito è raccogliere i turisti presenti nell’area e invitarli a comprare il biglietto per un bus-tour nel resto della città. “Qui ci sono davvero visitatori da tutto il mondo: Europa, Russia, India, Asia. Il mio inglese non basta per comunicare con tutti” – racconta la giovane – “Alcune persone sanno davvero ogni dettaglio sulla città e sono già informate su tutto, altre scoprono solo a metà del viaggio sul bus che Berlino fosse divisa in due da un muro.”

 

Il posto migliore per comprendere davvero cosa fosse il Muro di Berlino resta probabilmente la Gedenkstätte Berliner Mauer, il Memoriale di Bernauer Straße. È in questa via che, nei primi anni della divisione, ci furono le fughe più spettacolari, inclusa quella iconica del soldato Ddr Konrad Schumann. Nell’area verde del Memoriale, il vecchio Muro è oggi per una lunga parte segnato con pali di acciaio, mentre sul terreno i visitatori possono vedere dove furono scavati i più famosi tunnel per la fuga verso ovest. Molto visitata è anche la moderna Cappella della Riconciliazione, ricostruita proprio dove un tempo sorgeva l’omonima chiesa che tra il ‘61 e l’89 fu letteralmente imprigionata tra i due muri. La Cappella è oggi anche un simbolo di quello che fu il ruolo dei gruppi religiosi, principalmente protestanti, nell’opposizione al regime. La parte più importante del Memoriale resta però un pezzo completo di 70 metri della vecchia frontiera. Si tratta di una sezione chiusa di “striscia della morte”, delimitata a ovest da una parte di Muro e a est dall’Hinterlandmauer, e comprendente anche una torretta di guardia (originale, ma spostata da un’altra postazione). I turisti possono vedere all’interno della striscia attraverso le fessure del muro orientale, oppure salendo in cima a un’apposita torre costruita vicino al centro di documentazione sulla Berliner Mauer.

Entro nel centro di documentazione, che è visitabile e offre numerose informazioni. Davanti a una teca che espone uno dei tappeti chiodati che erano presenti nella “striscia della morte”, è raggruppata una scolaresca di adolescenti tedeschi. Il professore sta chiedendo agli alunni per quale motivo pensano che il Muro sia stato innanzitutto costruito. Un ragazzo risponde subito: “Per non fare entrare nessuno”. In una contemporaneità in cui i muri vengono sempre più spesso eretti per negare l’accesso, non è forse immediata la comprensione di un Muro il cui scopo era invece rinchiudere e impedire la fuga. Una fuga che da Berlino tentarono ugualmente in tantissimi e che è costata la vita a molti. Come un monumento con fotografie ricorda proprio nell’area del Memoriale di Bernauer, si calcola che le vittime del Muro tra 1961 e il 1989 siano state almeno 140. Gran parte delle vittime hanno perso la vita nel tentativo di scavalcare attivamente il confine berlinese, rimanendo uccise dai soldati o ferendosi mortalmente. Hannah Berger, portavoce della Stiftung Berliner Mauer (la Fondazione del Muro di Berlino, che ha sede proprio nel centro di documentazione della Gedenkstätte), mi spiega quanto si voglia mantenere viva la memoria delle vittime: “Per noi è importante discutere ogni giorno i nostri temi: democrazia, libertà e diritti umani. Non dimentichiamo le vittime. Per questo, ad esempio, ogni giorno della settimana dal martedì al venerdì ci sono nei pressi del Muro orazioni e raccoglimenti per i morti del Muro, durante le quali viene ogni volta letta la biografia di una delle vittime.” Persone la cui storia, aggiunge Berger, è parte integrante della storia della Friedliche Revolution, la Rivoluzione Pacifica che portò al crollo del regime Ddr nel 1989.

 

Il cielo dopo il Muro

A una ventina di minuti di mezzi pubblici da Bernauer Straße, c’è la Bösebrücke di Bornholmer Straße, il ponte che collegava i quartieri di Prenzlauer Berg (est) e Wedding (ovest). È qui che la sera del 9 novembre 1989 il tenente colonnello Harald Jäger fece aprire il primo varco tra le due Germanie divise. Sulla Mauerweg sotto al ponte, dove un tempo pattugliavano le guardie di frontiera, scorre adesso un sentiero di ciliegi giapponesi. In una caffetteria vicino alla Bösebrücke incontro Simone, consulente per la formazione e berlinese da sempre. Quando il Muro cadde, Simone era una ragazza di 19 anni e viveva nella ex Ddr. Negli anni successivi alla Wende, Simone ha viaggiato tanto, ma alla fine non ha mai lasciato la sua città. Oggi, quando cammina nel quartiere, ricorda ancora come e dove Berlino fosse tagliata in due. La sua scuola non era lontana dal Muro e i ricordi affiorano sempre. “Quando eravamo bambini vedevamo sempre solo il primo muro, quello più basso, ll nostro mondo finiva là e pensavamo che qualcuno fosse subito al di là di quella prima parete.” Simone è abbastanza critica su come oggi venga gestita la memoria della Berliner Mauer: “Non è abbastanza. I turisti non capiscono il contesto. C’è troppa poca consapevolezza. Dovrebbe essere soprattutto fatto di più per spiegare quanto sia stato incredibile quello che fecero allora i cittadini della Ddr”. Se una parte della capitale tedesca vuole lasciarsi il proprio passato alle spalle, tanti altri berlinesi condividono il sentimento di Simone e non vogliono rinunciare alla storia eccezionale della loro città. “Vado sempre a Falkplatz, dove oggi si unisce a Mauerpark, e porto anche i miei amici, di sera” – spiega Simone – “Mi rende sempre felice vedere come da lì, senza più Muro, sia ora possibile vedere tutto il tramonto nel cielo.”

Lorenzo Monfregola

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