CROCE E DELIZIE

Un problema irrisolto con la filosofia di Croce. Una sindrome italiana

C’è sicuramente un terzo spazio, che è forse semplicemente lo spazio della filosofia, fra la confusione e l’eccentricità mentale e il dottrinarismo. Dottrinario è chi, per dirla con Luigi Scaravelli, applica in modo meccanico, deterministico, rigido, i propri “schemi” mentali a fatti, autori, eventi. Senza preoccuparsi troppo di entrare nelle tensioni e contraddizioni che muovono alla vita il pensiero, ogni pensiero, soprattutto quello di un classico. Non esistono “modelli” astratti, validi sempre e comunque, né de jure, ma nemmeno de facto, . Prendiamo il liberalismo. Non c’è un autore, dico un grande autore, che rientri appieno nel modello idealipico che del liberalismo si sono costruiti certi amici liberali italiani, che sia detto per inciso apprezzo e stimo moltissimo. E che applicano in maniera astratta. Forse non è il loro caso, ma penso che dietro la mentalità del “dottrinario” ci sia un sentito bisogno di rassicurazione. Mentre il liberalismo, che come dicevano ad esempio sia Benedetto Croce sia Josè Ortega y Gasset è una prospettiva sofisticata, e per molti aspetti controintuitiva, è fatto per inquietare, disturbare, far perdere certezze piuttosto che acquisirne (il dubbio scettico è un elemento centrale per i liberali). Queste considerazioni mi venivano in mente domenica nel leggere sulla “Domenica “ del “Sole 24 ore” la recensione che Giuseppe Bedeschi ha fatto dell’importante biografia crociana di Giancristiano Desiderio appena uscita per i tipi di “Liberilibri”: Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce (pp. 326, eutro 29). Già il titolo della recensione, che comunque non è responsabilità di Bedeschi, mi aveva colpito: “Liberale, ma in tarda età”. Il destino di Croce, come in genere quello dei grandi filosofi, ma nel suo caso ancora di più, è sempre racchiuso in un “ma”, una riserva. Che il dottrinario non può non avere. Ed ecco, quindi, che il suo liberalismo è giudicato di volta in volta inautentico, anomalo, monco, imperfetto. Ora che il pensiero di Croce non debba essere considerato un feticcio, così come il suo liberalismo, è ovvio. Ma qui non si tratta di normali critiche, ma di critiche che nascono, a mio avviso, da incomprensione. O meglio da pregiudizio. Un pregiudizio che a volte è persino inconscio, atavico. Croce è quasi un elemento estraneo, non risolto, non metabolizzato, della cultura nazionale. Ognuno si costruisce il suo anticrocianesimo fatto di incomprensione e risentimento: i laici, gli scientisti, i cattolici, persino appunto i liberali. Fra tanti convegni, uno sugli “Anticroocianesimi”, al plurale, sarebbe davvero significativo, se non altro per mostrare come molte delle tesi affermate si elidano a vicenda. E’ paradossale, ma Croce, invece di essere considerato una “gloria nazionale” qui da noi, è studiato e considerato uno dei più grandi pensatori italiani di ogni tempo più all’estero che non nel nostro Paese (aprite un qualsiasi Dizionario di filosofia straniero e vi accorgerete che non sto dicendo il falso). Ma tant’è! Veniamo al “fuoco amico” (siamo in casa liberale) di Bedeschi. Dopo aver elogiato, come è più che giusto che sia, il libro di Desiderio, Bedeschi sferra subito un attacco a Croce di marca bobbiana, come lui stesso dice: il filosofo napoletano non solo si sarebbe occupato di liberalismo solo in tarda età, dopo il sopraggiungere del fascismo, ma si sarebbe addirittura formato su autori “estranei ed ostili alla tradizione liberale”. A cominciare dalle pagine di quel Marx a cui dedicò, giovanissimo, vari saggi. Ora, a questo proposito, vanno considerate almeno tre questioni: 1) Croce si è molto occupato di Marx da giovane, ma già allora lo ha aspramente criticato “da liberale”. Se si prende in mano  il suo volume di studi marxisti, si resta impressionati: la sua critica sembra essere stata scritta oggi, puntando proprio su quegli elementi (il determinismo, l’economicismo, l’incapacità di prevedere lo sviluppo delle società capitalistiche, i limiti della teoria del valore-lavoro) che sono gli stessi su cui i liberali insistono attualmente; 2) fra gli autori su cui Croce si è formato e che Bedeschi cita (Machiavelli, Sorel, Treitscke), la più parte appartenevano non a caso alla tradizione del realismo politico: lo sforzo di Croce è stato infatti sempre quello di concepire il liberalismo in stretta connessione con esso, secondo un movimento di pensiero che è stato proprio di tanti altri liberali del Novecento (Raymond Aron, Isaiah Berlin, Michael Oakeshott, Bernard Williams…); 3) per un liberale, come più di tutti ci ha insegnato Berlin, è generalmente più importante un autore che la pensa diversamente che un autore che lo conferma nelle proprie idee: il momento “negativo”, contrastivo, dialettico, è vitale per una dottrina/non dottrina,  non ideologica e non sistematica. Particolarmente importante è il secondo punto, tanto che Bedeschi subito dopo se la prende con la critica crociana del giusnaturalismo. Ed è davvero un punto capitale: la dottrina dei diritti per Croce non solo non è liberale, ma è semplicemente l’opposto di una concezione spontaneistica e non deterministica. Infatti, chi crede che esistano dei “diritti naturali” o “umani” o semplicemente tali che, come “caciocavalli appesi”,  pertengano agli individui in quanto tali, prima o poi crederà di averli individuati in modo definitivo e vorrà pure “applicarli” al corpo sociale. Caso mai, nella convinzione di fare il bene degli individui stessi. Che è un modo di ragionare tipico della mentalità giacobina, non liberale: posizioni come quelle odierne di Rodotà discendono pe’ li rami dal giusnaturalismo, bisogna convincersene!  Laddove per i liberali, propriamente, i diritti non vanno né fondati né promossi, esistendo solo come nella lotta e nel conflitto, non certo come entità sovrastoriche. Per il liberale, come d’altronde direi per tutta la filosofia contemporanea, non esiste in effetti nemmeno l’individuo inteso come entità ab-soluta, sciolta da ogni nesso, compatta, sostanzialistica (tipo il Soggetto cartesiano della prima modernità). Quindi, Croce è un critico dello Stato molto più radicale di quanto non lo siano molto liberali dottrinari. E lo è perché egli spariglia completamente il tavolo da gioco: esce fuori del gioco a somma zero dato dalla alla coppia dicotomica Stato-individuo, tipica della modernità politica o dell’età primo-moderna in quanto tale. In una parola, oltre lo Stato e l’Individuo per Croce c’è la Storia. Che è poi null’altro che il tanto frainteso Spirito di cui egli parla nel senso del Geist della lingua tedesca (e non dell’ ésprit francese). Per quanto concerne infine la questione dei rapporti fra Croce e le scienze, devo dire che mi sono un po’ stancato di ripetere alcuni elementi autoevidenti sol che si esca un attimo dai luoghi comuni: rimando a quanto detto in questo blog a più riprese. Faccio solo una domanda, retorica: quanti sono i filosofi che nel Novecento, come Croce, hanno considerato il metodo scientifico ad un livello paritario rispetto a quello storico-filosofico? E parlo di metodo e non di discipline, non a caso. Per il filosofo napoletano, la stessa “filosofia” usa tantissimo il metodo scientifico; e contrario.

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