CROCE E DELIZIE

Come lavorava Croce, filosofo prima che “borghese”. Deramiana, 2 e fine

Le critiche che D’Eramo rivolge a Croce sono sostanzialmente di due tipi: la prima, concernente, per così dire, la forma che assumerebbe la sua opera; l’altra, il contenuto della stessa. Dal primo punto di vista, D’Eramo contesta a Croce di avere scritto troppo e di tutto. Ergo: di non avere letto ciò di cui discettava, né tanto meno la letteratura critica sugli autori su cui dava giudizi spesso tranchant. Dal secondo punto di vista, lo accusa di essere stato un pensatore “borghese”, reazionario, incapace di comprendere la modernità e le forze che la mettono in moto. Sul primo punto, credo che sia facile rimandare D’Eramo, che tanto critica chi non conosce la letteratura critica di un autore, a quanto è stato ampiamente studiato sul metodo di lavoro di Croce e sull’organizzazione delle sue giornate di studio. Le quali, fra l’altro, sono puntualmente documentate nei suoi Taccuini di lavoro. Da Alfredo Parente, frequentatore della casa del filosofo e autore di un Come lavorava Croce (in Croce per Lumi sparsi, La Nuova Italia 1975) a Emma Giammattei (Retorica e idealismo. Croce nel primo Novecento, Il Mulino 1987) o Gennaro Sasso (Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Il Mulino 19889) c’è solo l’imbarazzo della scelta. In breve, si può dire che il metodo di Croce non era troppo dissimile da quello di molti altri filosofi (e, ad occhio, è anche infondato dire che abbia scritto più di loro). Il filosofo “stravolge” gli autori perché non è interessato a documentare filologicamente il loro pensiero, bensì a coglierne il nucleo concettuale rapportandolo al proprio. Giusto per fare un esempio: se volessimo capire Cartesio in tutte le sfaccettature del suo pensiero non credo che ci rivolgeremmo all’interpretazione che ne ha dato Heidegger in Sentieri interrotti, che pure è a suo modo, e per altri rispetti, “epocale”. E altri esempi si potrebbero fare a iosa. Quanto pii al carattere “borghese” e di classe, si sarebbe detto un tempo, del pensiero di Croce, è una critica talmente grossolana e da veteromarxismo che lascia il tempo che trova. E in ogni caso bisogna distinguere, almeno in modo relativo, l’aspetto empirico della persona Croce dal contributo ideale da lui apportato al pensiero italiano e non solo. E proprio tale contributo questo blog cerca non solo di mettere in evidenza ma anche di “attualizzare”. Per quanto concerne invece la vecchia accusa a Croce e agli idealisti di aver ostacolato lo sviluppo delle scienze in Italia, essa non regge né da un punto di vista teorico né da quello storico e empirico. Sul primo aspetto ho scritto diverse volte anche io; e qui rimando, solo per far capire come va secondo me va impostato il tema, ad un mio articolo di un paio di anni fa: http://www.corradoocone.com/articolo_view.php?id=66. Dal punto di vista storico, credo invece che una eccellente messa a punto della questione si trovi nel saggio di Alessandra Tarquini intitolato Non è colpa degli idealisti, che compare nell’ultimo numero de “Il Mulino” (4/12, pp. 637-45). Di questo saggio il “Corriere della sera” ha opportunamente pubblicato un ampio stralcio il 12 agosto, cioè qualche giorno prima dell’astioso e incompetente articolo di D’Eramo sul “Manifesto (Croce e Gentile, amici della scienza: http://www.corriere.it/cultura/12_agosto_21/tarquini-croce-gentile-amici-scienza_a2dca5ee-eb72-11e1-86c1-4eb4011ad571.shtml)

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