DA MADRID

Marco Calamai

ingegnere, dirigente sindacale CGIL, funzionario Nazioni Unite. Giornalista, ha scritto libri e saggi sulla Spagna, America latina, Balcani, Medio Oriente. All'ONU si è occupato di democrazia locale, dialogo interculturale, problematiche sociali, questione indigena. Consigliere speciale alla CPA ( Autorità Provvisoria della Coalizione, in Iraq (Nassiriya) si è dimesso dall'incarico ( 2003 ) in aperta polemica con l'occupazione militare. Vive a Madrid dove scrive su origini e identità.

Catalogna: alla ricerca dell’identità

Fra i tanti problemi che assillano la Spagna, sempre più mortificata dalla grave recessione e dalle impopolari misure di austerità, c’è ora anche l’offensiva del separatismo catalano. Plurisecolare questione, riesplosa clamorosamente l’11 settembre – anniversario della battaglia (1714) che pose fine alla lotta secessionista della Catalogna contro lo Stato centralista della Monarchia borbonica. Circa un milione e mezzo di cittadini hanno manifestato a Barcellona chiedendo l’indipendenza. Subito dopo, Artur Mas, capo del governo catalano di centrodestra, ha chiesto al primo ministro spagnolo, Rajoy,  la piena autonomia fiscale da Madrid secondo la formula del Paese Basco approvata nella Costituzione democratica del 1978: il governo locale preleva in piena autonomia tutte le entrate, dopo di che trasferisce allo Stato centrale quanto gli spetta per i servizi garantiti dallo stesso. La richiesta è stata seccamente respinta. Con una giustificazione a prima vista impeccabile: lo speciale trattamento fiscale ai baschi fu concordato in fase costituente in coerenza con l’antica tradizione dei Fueros. Accettare la richiesta catalana implicherebbe, sostiene il Partito popolare, rompere l’equilibrio delle autonomie spagnole garantito dal patto costituzionale. Come reagirebbero, sostiene la destra, le altre autonomie di fronte ad un trattamento di favore per la Catalogna? Mas, a questo punto, ha indetto elezioni anticipate (prossimo 25 novembre) e ha convocato la Generalitat, il Parlamento catalano, che ha approvato a larga maggioranza (con il voto contrario dei Popolari e l’astensione socialista) una mozione nella quale si propone un referendum sulla autodeterminazione nel corso della prossima legislatura.

Esiste davvero, a questo punto, la possibilità che la Catalogna diventi uno Stato indipendente? Procediamo per punti.

1. Non si tratta, in realtà, di una delle tante manifestazioni di populismo di destra che stanno attraversando la scena europea. Certo: il tema delle tasse e della solidarietà all’interno della Spagna rimane il fattore più evidente della mobilitazione contro il centralismo di Madrid che riceve dai catalani più di quanto restituisce nella forma di servizi comuni.  E’ tuttavia evidente che Catalunya si auto considera da secoli come una nazione, con lingua e cultura proprie che hanno radici profonde nei diversi strati della società. Già Benedetto Croce, in un suo libro della fine dell’Ottocento, segnalava come, durante il Rinascimento, Catalani e Castigliani fossero diversamente percepiti – i primi guerrieri e incolti, i secondi raffinati e aperti al dialogo – nei territori italiani occupati prima dagli Aragonesi e poi dalla Spagna unificata dai Re Cattolici. I catalani non accettarono mai il centralismo degli Asburgo e si armarono nel Settecento contro la nuova dinastia dei Borbone, decisi a imporre il modello francese: una monarchia assolutista e ancor più  centralizzata. Nell’Ottocento lo spirito separatista tornò a galla con forza alimentando conflitti armati e rivolte.

2. Il franchismo represse duramente il nazionalismo catalano che si era espresso in modo convulso durante la Repubblica e la Guerra Civile. All’interno della borghesia catalana si continuò a parlare clandestinamente il catalano. La difesa della propria identità consolidò la coscienza e la cultura democratica nella borghesia, il che contribuì alla crisi della dittatura. Il separatismo catalano è un fenomeno, quindi, per dirla alla Braudel, di “lunga durata”, ben più radicato rispetto ad altri separatismi populisti, sorti recentemente in Europa, che non superano il confine della tutela dei propri interessi economici. Come quello padano, rozzamente fatto proprio dalla Lega in Italia. La questione catalana, semmai, assomiglia a quella della Scozia, dove antiche aspirazioni alla autodeterminazione s’intrecciano con nuove insicurezze alimentate dalla globalizzazione. Emerge il paradosso d’identità locali che pretendono, in una sorta di regressione ottocentesca, il riconoscimento di Stato-nazione proprio nel momento in cui diventa urgente la costruzione di una global governance che gli Stati nazionali non riescono più a garantire. Da un lato si chiede più Europa, dall’altro si verrebbe tornare ai piccoli Stati indipendenti.

3. Il governo conservatore spagnolo si trincera dietro la Costituzione – la quale non prevede un referendum locale su un tema come l’autodeterminazione – per rifiutare qualsiasi ricerca di compromesso. Il che non promette niente di buono in un paese già spaccato verticalmente tra chi approva l’austerità a senso unico del Partito popolare e chi (sinistra e sindacati) difende lo Stato sociale. D’altra parte il messaggio implicito di Mas e i suoi amici é trasparente: se fossimo uno Stato “indipendente”, non avremmo avuto bisogno di una così dura politica di austerità. La Generalitat, rilanciando l’identità nazionale catalana, cerca di distogliere, dice a sua volta la sinistra, l’attenzione della opinione pubblica dalla grave situazione sociale della Catalogna (alta disoccupazione e pesanti tagli allo Stato sociale catalano) provocata dalla stessa CyU, che governa da due anni con il sostegno del Partito popolare. La verità è che frantumazione sociale e povertà crescente si saldano con la ricerca ansiosa e confusa di un’identità collettiva smarrita. Come col calcio (lo scontro perenne tra il Barcellona e il Real Madrid che tanto mobilita le masse giovanili) il ritorno al nazionalismo catalano appare come una via di fuga di massa facile da far propria in mancanza di altre bandiere di riferimento. Sta qui la debolezza della sinistra: la protesta sociale non basta ad appagare richieste e speranze che esprime una collettività sempre più angosciata per il proprio futuro e quello dei figli.

Non è dunque facile prevedere i possibili sviluppi della fuga in avanti della Catalogna. Il PSOE, stretto tra centralismo conservatore e radicalismo separatista, tenta una terza via, rilanciando l’antica idea dello Stato Federale. Già: ma quale Federalismo? Confusione e incertezza crescono e per ora non fanno intravedere una chiara proposta in grado di conciliare solidarietà interterritoriale con la richiesta basca e catalana di essere riconosciuti e trattati come nazioni a sé. I socialisti catalani, divisi ancora una volta tra centralisti e indipendentisti, si sono astenuti a Barcellona di fronte alla mozione proposta da CyU.  Mentre spetterebbe a loro il compito urgente di una proposta convincente e razionale di dialogo. Ci riusciranno? E’ tutto da vedere. Intanto cresce pericolosamente, alimentata dai media che giocano al “tanto peggio tanto meglio”, l’ostilità tra Madrid e Barcellona.

  1. Non capisco a chi vi riferiate quando parlate di sinistra. A ERC (sinistra nazionalista catalana), a ICV (sinistra ecologista catalana e nazionale) o allo stesso PSC-PSOE? Ognuna di queste formazioni ha una cultura politica distinta, quindi dovreste essere + chiari.
    Inoltre, non comprendo l’affermazione che proponete di ” ricerca ansiosa e confusa di un’identità collettiva smarrita”. Mi pare una conclusione affrettata, piú dettata da esigenze di taglio giornalistico. E che contraddice la vostra e molto apprezzabile analisi della questione storica catalana, dove fate giustamente intravedee come tale identitá sia ben radicata da 3 secoli. Sarebbe preferibile – a mia opinione – affermare che la crisi (economica, sociale ed istituzionale) che attraversa la Spagna ha acuito e fatto emergere qualcosa che é sempre stato presente, ma lasciato in sospeso, per non dire insoluto. Infatti la transizione democratica – di cui e’ figlia la Costituzione Spagnola del 1978 – ha tralasciato aspetti fondamentali quali la memoria storica (non c’e’ stato un giudizio collettivo sull’ereditá del franchismo e pertanto sulle sue implicazioni nel soffocare le richieste di autonomia delle comunitá storiche come la Catalogna), o la stessa forma di governo (non vi é stato un referendum per scegliere tra repubblica o Regno, come invece é successo in Italia).
    Certo, esiste in Spagna un sistema “asimmetrico” delle autonomie regionali, in cui convivono alcune autonomie definite come storiche dalla stessa costituzione spagnola, la quale riconosce l’esistenza di ben 4 lingue (castigliano, catalano, euskera e gallego). Tuttavia credo che la Spagna stia facendo i conti con un altro momento storico, ovvero il fatto di affrontare quei nodi insoluti, ovvero di riscrivere quel “patto” (costituzione) che fu scritto 34 anni fa per garantire una convivenza. E come tutte le convivenze, queste possono anche finire, se qualcuno (non tutti) lo voglia.

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