Gli accademici chiedono il rilascio
di Ghannouchi in Tunisia

“Oggi ci troviamo di fronte all’ultimo episodio dove personalità politiche vengono prese di mira dalla magistratura. Non abbiamo alcun problema con la magistratura, ma con la dittatura sì”. Il 16 aprile 2023, il giorno prima del suo arresto, il leader dell’opposizione Rached Ghannouchi ha condannato con forza l’ultimo giro di vite del presidente tunisino Kais Saied. In un video messaggio, il fondatore di Ennahda, il partito democratico islamico della Tunisia, ed ex presidente del disciolto Parlamento, ha denunciato la spirale di arresti a sfondo politico contro gli avversari di Saied, circa duemila tra politici, avvocati, sindacalisti, giornalisti e uomini d’affari, con accuse che vanno dalla corruzione, a cospirazione e terrorismo. Una spirale culminata con l’incarcerazione dello stesso Ghannouchi per “incitamento alla violenza”, e con il divieto di riunione per Ennahda.

Secondo il sociologo politico americano Larry Diamond, “Rached Ghannouchi è uno dei più importanti prigionieri di coscienza – contro l’autoritarismo e per la democrazia – in carcere oggi nel mondo”. L’autore di numerose pubblicazioni, tra cui “Perché non ci sono democrazie nel mondo arabo?“, si è unito all’appello del Center for the Study of Islam and Democracy (Csid) per liberare il leader di Ennahda e di tutti i prigionieri politici tunisini, dopo decine di altri accademici e personaggi pubblici. Intervenendo a un recente evento del Csid, Diamond ha denunciato la mancanza di uno sforzo concertato da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti per chiedere il rilascio di questi prigionieri, oltre che quello che definisce “un enorme fallimento di impegno e immaginazione” nel riconoscere che la Tunisia “è stato uno dei più importanti esperimenti democratici“.

Che Rached Ghannouchi abbia svolto un ruolo centrale nella transizione politica della Tunisia verso la democrazia è un dato di fatto. Il leader dell’opposizione – 82 anni, venti dei quali trascorsi in esilio in Europa prima della rivoluzione del 2011 – insieme a Beji Caid Essebsi, il primo presidente tunisino democraticamente eletto, è stato uno dei principali attori del compromesso tra islamisti moderati e laici che ha salvato la democrazia tunisina dalla guerra civile. Questo passo cruciale è stato possibile grazie alla convinzione. maturata fin dagli anni ’80, che l’Islam sia compatibile con il pluralismo, la libertà, la modernità e la governance democratica. Ancora oggi, Ghannouchi rimane il principale teorico di una riconciliazione tra il pensiero politico islamico moderno e la teoria democratica, mentre il suo partito, Ennahda (“Rinascita”), resta il più grande del Paese.

“È ironico dover constatare questa mancanza di sforzi nel giorno in cui il presidente Joe Biden si è recato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per riaffermare un impegno retorico nei confronti della democrazia”, continua Diamond, “un impegno verbale a cui non corrisponde alcuna strategia seria, né a livello globale né nelle necessarie specificità di alcuni singoli Paesi”. Nader Hashemi, professore di Politica del Medio Oriente e dell’Islam all’Università di Denver, gli fa eco: “C’è un articolo sul New York Times, intitolato ‘Biden alle Nazioni Unite per esortare le nazioni a proteggere e coltivare la democrazia‘. Al che ho twittato questa mattina [19 settembre 2023]: ‘Tranne che nel mondo arabo'”. Per il CSID, Hashemi ha elencato una serie di eventi accaduti nelle ultime settimane per sottolineare che invece “quando si tratta di società arabe e islamiche, è chiaro che la dittatura e i despoti sono il modo di operare e la forma di governo che gli Stati Uniti amano sostenere“.

Hashemi sottolinea che “l’amministrazione Biden ha scavalcato un accordo del Congresso per ridurre gli aiuti americani all’Egitto a causa della sua grave situazione dei diritti umani. Abbiamo visto le conseguenze immediate di questo annuncio, quando un importante dissidente egiziano, Hisham Kassem, è stato condannato al carcere per aver semplicemente criticato online il regime di al-Sisi”. Secondo Hashemi, nelle ultime settimane è stato rinnovato un altro accordo, questa volta con il Bahrein. Subito dopo, “la figlia di un dissidente, Maryam Khawaja, il cui padre – Abdulhadi Al-Khawaja – è un importante attivista per i diritti umani del Bahrein e uno dei leader della Primavera araba, ora in carcere con una condanna all’ergastolo, ha cercato di imbarcarsi su un aereo per tornare in Bahrein per presentare una petizione per suo padre, ma le è stato negato l’accesso al Paese. La sequenza di questi eventi non è una casuale”.

Tornando alla Tunisia, l’amministrazione Biden ha finora proposto di tagliare gli aiuti economici statunitensi alla Tunisia il prossimo anno – con un piano di spesa totale di 68,3 milioni di dollari, in calo rispetto ai 106 milioni iniziali – come segno di preoccupazione per l’indebolimento delle istituzioni democratiche. Tuttavia, secondo gli esperti, è improbabile che la mossa abbia un grande impatto su Tunisi. Dopo l’arresto di Ghannouchi, il Dipartimento di Stato americano ha condannato tutte le incarcerazioni politiche come una “preoccupante escalation da parte del governo tunisino contro gli oppositori percepiti”, ma non ha mai sospeso gli aiuti al Paese o imposto sanzioni ai suoi leader, come richiesto in una lettera indirizzata a Biden lo scorso maggio. Il 16 luglio 2023 l’Unione Europea ha invece perfino firmato un memorandum d’intesa con la Tunisia per contrastare l’immigrazione e per un valore complessivo di 1 miliardo di euro di sostegno economico – pur in parte vincolato al Fondo Monetario Internazionale – ma che non affronta tutte le preoccupazioni legate ai diritti umani, compresi quelli dei migranti, e al continuo peggioramento della repressione degli oppositori. Per ora, i soldi dell’UE sono ancora fermi a Bruxelles, sia per il blocco degli Stati membri sia per il rifiuto di Saied di accettare le condizioni poste sul denaro.

Tuttavia, secondo Monica Marks, docente di Politica del Medio Oriente presso la New York University di Abu Dhabi, la mancata risposta a questi arresti – in particolare a quello di Ghannouchi – potrebbe anche essere pericolosa “perché dà potere agli estremisti“. “Convalida la tesi secondo cui le urne sono un percorso inutile per il cambiamento in Medio Oriente e in Nord Africa”, sottolinea Marks. “Per gli autoritari della regione e per i reclutatori di jihadisti, l’incarcerazione di Ghannouchi è un regalo, perché insegna a molti spettatori che si può essere la parte più moderata e annacquata del cosiddetto ‘islamismo’, e si possono fare un sacco di compromessi, ma si verrà comunque rinchiusi”. I Paesi occidentali sono stati miopi anche in passato: per sostenere l’esperimento democratico tunisino, sostiene Diamond, “gli Stati Uniti e l’Unione Europea avrebbero dovuto sviluppare molto prima un piano di massicci aiuti e investimenti economici su cui puntare molto”.

La speranza ora, secondo il presidente del CSID Radwan Masmoudi, è che Rached Ghannouchi venga rilasciato dopo aver scontato la sua pena di un anno. Dalla fine di aprile, Ghannouchi è detenuto nel carcere di Mornaguia, alla periferia di Tunisi. Secondo la sua famiglia, raggiunta da Reset DOC, dal suo arresto la moglie ha potuto fargli visita solo una volta. “Abbiamo aggiornamenti soprattutto attraverso gli avvocati, che possono vederlo più regolarmente”, dice la figlia Yusra Ghannouchi, “sta bene, ma siamo ovviamente preoccupati viste le condizioni delle carceri tunisine e la sua età”.

Anche se il leader di Ennahda venisse rilasciato al termine della pena, la situazione per tutti gli altri prigionieri politici e per la cosiddetta “eccezione tunisina” rimarrebbe critica. Secondo Diamond, c’è ancora una via d’uscita: “Quello che bisogna fare è creare le condizioni per una dinamica di rimbalzo come abbiamo visto in altri Paesi”. Ciò include l’unificazione dei partiti di opposizione e degli attori della società civile. “Il segreto della transizione democratica è unire l’opposizione democratica e dividere il regime“, afferma Diamond, “e se si vuole ripristinare la democrazia dopo una parentesi autoritaria, si applica lo stesso principio”. La pressione internazionale è fondamentale, sottolinea, perché “abbiamo assolutamente bisogno di elezioni. Il messaggio dovrebbe essere: niente più aiuti, niente più cooperazione di alcun tipo finché non avrete un piano per il rilascio dei prigionieri politici ed elezioni credibili“.

 

Foto di copertina: l’ex presidente tunisino Beji Caid Essebsi (a sinistra), saluta Rached Ghannouchi prima del compromesso per la formazione di un governo di unità nazionale a Carthage, a 15 chilometri da Tunisi, 13 luglio 2016. Foto di Fethi Belaid/AFP.

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