IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Una grande banda non è una piccola mafia

Ancorché sia chiamata da tutti “banda”, quella di Carminati è stata ricondotta a un’associazione mafiosa già dalla polizia che l’ha battezzata “Mafia capitale”. Oggi Merlo su Repubblica elabora uno spericolato teorema secondo il quale si può parlare a pieno titolo di mafia in riferimento alla banda Carminati-Buzzi perché ricorrono i caratteri propri del meridionalismo che ne sarebbe il signum individuationis quanto a cattiva qualità della vita, carenza di pulizia, ordine pubblico, senso civico. A stare a Merlo, siccome Roma si è meridionalizzata, allora ogni associazione a delinquere che in essa sorga non può che essere di stampo mafioso. Ragionando con questo metodo dovrebbe discendere che laddove si riscontrino i caratteri del settentrionalismo, che sono appunto buona qualità della vita, presenza di pulizia, ordine pubblico e senso civico, una città del Sud dovrebbe essere preservata dalla mafia configurandosi ogni banda criminale come associazione a delinquere semplice. L’errore è di fondo.

La banda Carminati non è riconducibile agli effetti del 416 bis perché non ha nulla dell’organizzazione mafiosa del tipo prevista appunto dal Codice penale, altrimenti occorrerebbe riempire di un nuovo contenuto l’art. 416 quando si rideterminasse il significato di organizzazione per delinquere non mafiosa. Della mafia la banda Carminati, remake moderno della banda della Magliana, non ha innanzitutto il presupposto fondamentale dell’affiliazione nei gradi previsti dalla mafia vera e propria e secondo riti celebrativi che sono del tutto imprescindibili. La mafia, che sia Cosa nostra o la ‘ndrangheta o la camorra, si articola in un ordine di gerarchie nelle quali ogni affiliato trova un suo ruolo e le sue funzioni. Non ha un capobanda e dei luogotenenti, ma un boss che è a capo di una commissione alla quale fanno capo le rappresentanze provinciali e i mandamenti retti da persone diverse e molte volte in contrasto. Mutuare dalla mafia solo lo spirito di mafiosità per fare di una banda organizzata un’associazione ad essa assimilabile significa rimescolare gli elementi che la storia del 416 bis ha inteso sviluppare per giungere a un concetto di mafia che ha precise caratteristiche e connotati inconfondibili. Inoltre la mafia si distingue per il territorio, ben delimitato, sul quale esercita il suo potere attraverso le proprie articolazioni. Che non possono ridursi a una sola, estesa a tutto il territorio sotto dominio, com’è nel caso della banda Carminati. E ancora: la mafia risponde a un codice d’onore per il quale l’affiliato non può commettere adulterio (regola oggi derogata solo per i latitanti), non deve parlare con estranei all’organizzazione, deve dire sempre la verità agli altri mafiosi, deve essere devoto alla chiesa, non può stabilire con le forze dell’ordine patti o intese, non fa lobbismo, non si occupa di politica: tutti precetti che nella banda Carminati diventano variabili indipendenti, indistinte e imprecisate.

Secondo Merlo si fatica a chiamare mafia la banda romana ed è vero perché nei fatti non lo è. L’art. 416 bis stabilisce che “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”. Occorrono dunque quattro requisiti di base: il potere di esercitare una intimidazione, il vincolo, cioè l’affiliazione, l’assoggettamento, cioè la gerarchia, e l’omertà, cioè il silenzio. Nel caso della banda romana mancano senz’altro – o sono così sfumati da risultare un’altra cosa – tutt’e quattro i requisiti nella fattispecie mafiosa, perché l’intimidazione è propria anche dell’associazione semplice, il vincolo associativo è privo di giuramenti, riti di sangue e concelebrazioni, mentre l’assoggettamento e l’omertà sono il frutto più di una complicità collegiale e di una rete di correità subordinata alla forza di un singolo capo che non di un credo di obbedienza in un sistema accettato e condiviso al di là dello scopo immediato del lucro, che è il solo scopo comunitario.

E’ pur vero che anche la banda Carminati esercitava un’influenza politica e intratteneva con le mafie vere e proprie rapporti di cointeressenza, ma questo andamento è proprio innanzitutto di qualsiasi associazione per delinquere che punta a perseguire obiettivi utilitaristici in termini di vantaggi economici e non a porsi in alternativa allo Stato e alle istituzioni pubbliche com’è nella vocazione della mafia. Ritenere che una grande organizzazione criminale, spietata ed efficiente, possa essere al minimo una piccola mafia significa rendere un favore alla mafia stessa. Che al tempo del bandito Giuliano trovò molto comodo operare facendo ricadere sul “re di Montelepre” tutte le nefandezze, come i sequestri di persona, che faticava a perpetrare. Salvo poi prenderne le distanze e deciderne la morte, così da ristabilire una differenza tra mafia e banditismo che oggi si tende invece ad assimilare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *