IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Salvini e le pazze idee

Come osserva su “Repubblica” Sebastiano Messina, quel che ha fatto Matteo Salvini è di aprire la busta con l’avviso di garanzia non davanti ai suoi avvocati ma ai suoi followers. Oggi il ministro conta su facebook più di 3 milioni 100 mila sostenitori, uno zoccolo più che duro e una platea che non ha nulla da invidiare al migliore giornale, degna senz’altro di essere scelta per un intervento pubblico. Il punto è che non si è trattato affatto di una presa di posizione espressa attraverso un mezzo che pure sta facendo strame delle agenzie di stampa, perché il ministro dell’Interno ha inteso rivolgersi, in diretta e dalla sua stanza al Viminale, ai suoi seguaci, a quanti cioè condividono la sua fede. Che poi il verbo si sia propagato agli “esoterici”, gli estranei alla community, è solo effetto della forza d’urto del suo peso, giacché Salvini aveva tutti i mezzi per raggiungere un pubblico eterogeneo, ma ha scelto facebook come convocando un raduno a Pontida o chiamando le proprie schiere in piazza d’armi.
Salvini ha fondato la sua iniziativa confidando su un credo che ritiene intoccabile: la legittimazione avuta dall’elettorato, peraltro crescente in maniera esponenziale, tale da inficiare un’altra iniziativa, anch’essa di tipo istituzionale e stavolta giudiziaria, frutto di un’autorità che non nasce dal voto come negli Usa ma da un riconoscimento dello Stato al suo esercizio. Secondo Salvini il discrimine è dato dall’idea di democrazia intesa come potere non sul popolo (alla maniera degli antichi greci che la parola coniarono) ma del popolo, secondo il significato maturato nei secoli. Essendo diventato ministro grazie ai meccanismi della rappresentanza democratica, Salvini pretende di dichiararsi titolare di un diritto alla gestione del ministero perché basato sul voto popolare, il quale a sua volta costituisce un diritto costituzionale spettante a ogni cittadino. E’ di questo aspetto che bisogna innanzitutto discutere.
Ragionando secondo il “vangelo Salvini”, il diritto al voto è sacro e fa di ogni elettore un cittadino rappresentatario di interessi legittimi sostenuti da rappresentanti eletti in Parlamento e nominati nel governo. Ma tale diritto vale davvero tanto? E la democrazia va vista come un totem inscalfibile? Nella scala dei diritti umani quello alla difesa personale e dunque alla tutela della propria vita è senz’altro più sentito del diritto ad eleggere gli organi legislativi, senonché lo Stato non permette al cittadino di esercitarlo armandosi (se non in ristrette condizioni) o di farlo valere senza esorbitare dalla legittima difesa. Il diritto alla dignità è anch’esso considerato più importante del diritto al voto, ma lo Stato non si fa scrupolo alcuno a sfrattare una famiglia e a pignorarle i conti. Più sacri del diritto al voto, visto come un’investitura popolare a detenere il mero e misto imperio, sono anche il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto allo studio, il diritto a una pressione fiscale equa, ma nemmeno Salvini, che di molti di essi si è fatto strenuo paladino, si è tanto impegnato ad affermarli come sta facendo con il suffragio che gli procura consenso.
Il suffragio universale è una conquista della società civile dell’Occidente libero, ma non basta a rilasciare una licenza ad agire senza vincoli. I vincoli sono quelli posti precedentemente da altri elettori che votando hanno determinato governi artefici di provvedimenti legislativi, indirizzi politici, costumi sociali che l’ultimo in carica non può ignorare. Nei fatti, il problema dell’immigrazione, che Salvini vuole affrontare con il pugno duro, deve tenere conto delle acquisizioni che il fenomeno in Italia ha già assunto anche nella coscienza nazionale. Il voto che dà forza al ministro leghista e lo spinge a sfidare la magistratura è dunque un voto che non vale come attribuzione di poteri incondizionati perché altrimenti non avremmo un sistema democratico ma dittatoriale: talché preoccupa non poco la frequenza con cui Salvini, inalberando la bandiera della democrazia, si appella al voto, atteggiamento che potrebbe mascherare ben altri propositi. Detto ciò, è anche necessario aggiungere che il ministro ha ragione nelle sue intemerate.
In sede innanzitutto dottrinaria invale la questione se l’incriminazione per sequestro di persona configuri un eccesso di potere da parte della magistratura inquirente, che se imputa un rapimento al ministro che dispone misure di contenimento dei flussi migratori clandestini, discutibilissimi sul piano politico ma non della legalità, a maggior ragione dovrebbe muoversi contro decisioni dell’intero governo tese a minare la libertà personale non degli stranieri ma degli italiani, incombendo su di essi divieti, dal Daspo al soggiorno, emessi da figure istituzionali poste a un grado certamente più inferiore di un ministro. A parte tale questione, l’interrogativo che richiede davvero risposta riguarda l’ordinamento giuridico in sé: può un magistrato offuscare l’immagine di un ministro, determinando con una mera notifica di indagini gravissimi contraccolpi sulla tenuta del governo di cui fa parte, come in realtà sta succedendo, senza che sia piuttosto un giudice a valutare  i presupposti per avviare un’inchiesta? Nel caso di Marchionne,il mondo non fu informato della sua malattia e il plenipotenziario della Fiat fu avvicendato ancora in vita perché la notizia avrebbe potuto turbare gli interessi finanziari della holding, fattispecie prevista da una legge ad hoc, mentre nel caso di Salvini la notizia di una sua possibile incriminazione è stata divulgata già a ridosso dei fatti della Diciotti e la sua imputazione data per certa e imminente, oltre che auspicata vivamente da forze politiche e giornali di sinistra.
Il caso Salvini è ben più grave anche di quello che vide bersaglio nel 1994 Berlusconi presidente del Consiglio, raggiunto da un semplice mandato di comparizione durante un vertice internazionale a Napoli: in quella occasione, più volte deprecata, la notizia fu data da un solo giornale, mentre stavolta è uscita proprio dagli uffici della Procura di Palermo.
Lo scontro istituzionale è innegabile, così come la sotterranea manovra, fomentata anche dall’Europa, tesa a liquidare quanto prima l’esperienza giallo-verde al pari, come fu, di quella berlusconiana. Le regole di base stabiliscono che la magistratura fa quanto le pare giusto nell’ambito della sua autonomia costituzionale e l’esecutivo fa quanto trova opportuno nella sfera della stessa inviolabile indipendenza. Che un magistrato incrimini un ministro non in relazione a fatti commessi a suo personale vantaggio, per concussione o peculato per esempio, ma in vista di obiettivi politici peraltro reiterati negli anni e oggetto di un programma di governo, che nessun procuratore ha visto contrario al Codice penale e che le forze di maggioranza hanno approvato alla luce del sole, è indizio di una insorgente volontà di mandare a casa Salvini. Non ci sorprenderemmo se nei prossimi giorni due capi di stato esteri, facendone il nome, si guardassero davanti alle telecamere e abbozzassero un ghigno di scherno come per Berlusconi.  

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