IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Da Natale a Capodanno, i sei giorni che sconvolgono l’uomo

I sei giorni che dividono Natale e Capodanno riempiono uno spazio temporale sospeso tra una data nella quale il tempo si ferma e un’altra in cui esso accelera. Il Natale, fatto di ricordi e rimpianti, reitera sé stesso e porta al passato, il Capodanno ci rilancia nel futuro ed è intriso di speranze e promesse. Un attimo dopo la mezzanotte si entra in un anno che è in immediato rapporto con quello di nascita a segnare un’età che avanza di colpo. Lo spirito del Natale richiama invece la propria vita, la memoria dell’infanzia, le persone morte entro un automatico ciclo di ritorni immutabili: l’albero, il presepe, i regali, la cena, la messa. Anche il Capodanno vive di schemi uguali e dunque rivive, ma in esso prevale la coscienza del domani, cenone e brindisi non essendo che viatici alla realizzazione di progetti e ad attese banausiche, mentre il Natale invita al raccoglimento, a guardarsi indietro, ripensare il passato. Il Natale è staticità, il Capodanno è divenire. L’uno è fermo, l’altro in movimento. Gli elementi costitutivi del Natale hanno una proprietà di coesione maggiore di quelli del Capodanno, una forza superiore tale da farli sentire e renderli più presenti. Diciamo Natale e ripensiamo a noi stessi guardandoci dentro, diciamo Capodanno e vediamo gli altri attorno a noi pensando a come saremo.
Tale diversità è anche frutto della natura delle due date: la sacralità del Natale contro la laicità del Capodanno. Il fatto che siano così ravvicinate, tanto da essere accomunate in un’unica idea di festività, induce straniamento e lascia che i sei giorni che le separano producano gli effetti di un passaggio da una condizione a un’altra, da uno stato di coscienza a un altro. Un viaggio non nel tempo ma dentro la struttura del tempo, a scoprire come il presente non sia che uno startgate, un ponte, un ambulacro nel quale svestirsi di panni per indossare altri diversi.
Tuttavia la celebrata magia del Natale sarebbe solo una suggestione senza il Capodanno che lo integra – e quella magia spiega – nel doppio di un vorticoso passaggio di condizione che è ordinato in maniera irenica e non disforica, conducendo da un sentimento di malinconia a un’ebbrezza di euforia, dal pessimismo nel quale con i rimpianti del passato albergano anche i rimorsi all’ottimismo della promessa e dell’aspettativa, giacché angosciante sarebbe stata l’ipotesi di un Natale che venisse dopo Capodanno costringendo a dismettere la speranza di fronte all’osservanza della contrizione. Capodanno porta la festa in piazza, l’alba da attendere ballando con gli amici e non con la famiglia, la gozzoviglia, la gioia della vita piena di sorprese, instilla il proponimento di essere non buoni ma concreti, fattivi e volitivi. Natale invece porta nella nascita del Bambino il sentore già della sua crocifissione, della sua fine orribile, e anziché di fronte alla vita che verrà mette di fronte alla morte che è stata, risveglia il ricordo dei cari scomparsi, sollecita la memoria autobiografica e invita in un afflato religioso ad essere migliori come uomini.
Anche il Natale, per chi è fervente cristiano, è in realtà luogo della speranza, tempo di avvento, sguardo rivolto al futuro, ma visto in risposta a un atteggiamento collettivo, da condividere più che da vivere. Il prossimo invale nel Natale come ideale comune, modello ecumenico da fare proprio, impegno pubblico, perché individualmente il Natale è raccoglimento in sé, ritiro spirituale, intimo momento di bilancio, confronto con la propria vita e con quanto essa è stata. Il Capodanno sottende al contrario una spinta non apollinea ma dionisiaca, un prorompimento verso il prossimo inteso non come altro da sé, da soccorrere e nobilitare, ma come altro per sé, da coinvolgere e oggettivare. Incoraggia i propositi e non i pensieri, è manifestazione pubblica di sé, espressione del proprio ego, attività e movimento.
Nei sei giorni da quello a questo l’uomo occidentale compie senza saperlo una metamorfosi spontanea della quale prende solo una consapevolezza inavvertita. Eppure quel che succede in lui è forse uno dei più grandi misteri della condizione umana, una prova che non tutti superano ogni anno con disinvoltura e disincanto. Se molti, fra tutte le feste, dicono che non vorrebbero mai che venissero le vacanze di Natale è proprio perché hanno paura di sostenere un esercizio che spesso porta a uno stato di prostrazione e di sofferenza. Inconsciamente avvertiamo una presenza ignota, sappiamo di essere messi di fronte a un nemico da affrontare, ma non ne cogliamo la natura e la portata. Alle prime luminarie e ai primi spot televisivi che annunciano il Natale molti tremono ma non sanno perché. E tanti tirano un sospiro di sollievo quando le feste “passano” come un pericolo scampato. Un pericolo che è doppio. Superato il primo c’è il secondo, anch’esso gravido di incognite. Nel momento in cui, allo scoccare della mezzanotte, ci si scambiano gli auguri il pensiero di tutti è rivolto alla più grande incognita umana: il futuro. è proprio in quel momento che tutti pensano al successivo San Silvestro più che a quello che stanno festeggiando: “Ci sarò?”. Il domani è colmo di speranze ma anche di timori. E di tremori e fremiti sono fatti Natale Capodanno. Le feste più belle e attese, ma anche le più temute perché ci mettono a nudo.

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