IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Migranti, quando la volontà popolare è ambivalente

Come la giustizia, la volontà popolare gode in Italia del massimo credito. Ha sempre ragione e merita fiducia. Almeno in teoria, perché l’opinione cambia secondo i casi. Prendiamo il ministro Salvini e la questione dei migranti. L’Italia ha votato a favore del governo in carica, quindi ha espresso la sua volontà, approvando un programma politico che, per quanto gli compete, Salvini non sta che realizzando rigo per rigo: con una precisione e un rispetto appunto della volontà popolare e dell’impegno con gli elettori che non s’erano mai visti così puntuali e immediati. La sua politica di contenimento dell’immigrazione sta però suscitando violente critiche, provenienti tutte dal Paese benpensante che da un lato avvalora i principi democratici e da un altro punta a farsi da correttore di essi, quello stesso Paese che ad ogni nuovo sondaggio incrementa il consenso a favore della Lega e del governo proprio e soprattutto per la severa manovra del Viminale in fatto di controllo delle frontiere. Per ultimo Andrea Camilleri, intervistato su Repubblica non come scrittore ma come pensatore, tanto che la sua intemerata contro Salvini (“parla sempre dei suoi bambini e non vede i bambini morti che galleggiano nel Mediterraneo”) è stata pubblicata nelle pagine politiche e non culturali, si è associato al coro nazionale di indignazione e deplorazione inteso a condannare l’atteggiamento governativo ma di fatto diretto a sconfessare la volontà popolare: cosicché lo stesso Camilleri può dirsi sorpreso degli italiani più che di Salvini, deducendo ragioni che lo spingono a ricordare gli anni del consenso fascista e presagire un ritorno al funesto passato che in realtà sembra in qualche modo baluginare.
Ma stando a ciò che oggi va facendo Salvini, qual è la sua colpa al di là delle battute al vetriolo e degli slogan da perenne campagna elettorale? La questione dell’accoglienza degli stranieri, profughi o emigranti, si pone ormai da tempo in tutto il Vecchio continente nei termini di un’emergenza irrisolta: da un lato c’è chi vuole porvi fine liberalizzandola in nome di un sentimento umanitario che si sposa con le ragioni dei vantaggi derivati dal crescente contributo di manodopera, mentre da un altro lato c’è chi vede in essa una minaccia sociale con rilevanti ricadute sul piano dell’ordine pubblico e dell’accesso alle risorse economiche del Paese accordato a chi viene prima degli italiani. Si dimentica però di fare riferimento ad esperienze storiche vissute anche dall’Italia nella lunga stagione dell’emigrazione oltreoceano, quando il controllo delle partenze dai porti italiani era sottoposto a regole così drastiche che intere famiglie venivano separate proprio sul molo al momento dell’imbarco, da autorità peraltro italiane, se solo un membro avesse una semplice congiuntivite o indisposizione di stomaco. Un’altra cernita veniva effettuata a Ellis Island dai protezionisti americani, anche riguardo a eventuali tendenze politiche di tipo marxista. Né facile come oggi è stato fino agli anni Ottanta emigrare in Australia o in un qualsiasi Paese europeo, essendo indispensabile una copiosa  documentazione che prevedesse anche la presenza nel Paese di destinazione di un parente stretto già stabilmente residente. Persino viaggiare in Europa come turista era problematico. A me successe personalmente che fui fatto scendere alla prima stazione dal treno che dalla Germania andava in Olanda.solo perché non avevo il biglietto di ritorno.ed ero perciò considerato un lavoratore e un emigrato indesiderato, deciso a rimanere ad Amsterdam. Una motivazione, per giunta ben valida, era addirittura richiesta agli italiani che volessero trasferirsi ad Addis Abeba al tempo dell’Impero fascista.
Oggi qualsiasi etiope o un africano in genere può venire in Europa accampando l’unica ragione della miseria o della guerra e rivendicare un diritto all’accoglienza che è visto come un obbligo in capo soprattutto all’Italia non solo dai migranti ma anche dagli altri stati comunitari e dalla chiesa cattolica. L’invalenza ormai consolidata del political correct (che ha per esempio fatto sparire dai cinema i film western per nobilitare i pellerossa), della coscienza solidaristica che si è ammantata dei crismi dell’antirazzismo e del cosmopolitismo, della scelta di campo delle classi più avvertite e degli intellettuali a favore dell’immigrazione ha inaugurato un’epoca nella quale un governo che in Italia voglia mettere mano alla regolamentazione del fenomeno rischia l’accusa perlomeno di nazi-fascismo, ancor più se il sostegno popolare incoraggia l’iniziativa di governo perché così possono essere evocati i fantasmi delle folle oceaniche e gli anni del consenso di massa, dell’obnubilamento nazionale che portò alla rovina.
Se Salvini sbaglia a mostrare i muscoli e dichiarare “finita la pacchia”, gli intellettuali sbagliano a loro volta a ignorare i risvolti negativi di una immigrazione incontrollata sostenuta in nome di un’uguaglianza che non c’è e che nessun Paese professa. La chiesa ha grandi responsabilità nell’opera che le spetta di discernimento delle coscienze e non deve dimenticare, entro lo spirito dell’accoglienza umanitaria, la parabola di Emmaus. Cosa fa infatti il viandante samaritano? Dà due denari a un albergatore perché ospiti “l’uomo incappato nei briganti”. Non se lo porta dunque a casa, ma lo lascia in albergo e si preoccupa appena che il proprietario si prenda cura di lui. Un albergo che non è né a Gerusalemme né a Gerico perché il samaritano, che è sulla via tra le due città, prosegue il viaggio dopo aver caricato l’uomo sul suo “giumento” e averlo affidato alla locanda. La proposta cristiana è dunque rivolta ad aiutare gli immigrati nei limiti della propria libertà, salvaguardando i vantaggi personali. Quanto agli intellettuali, basta l’aneddoto riferito dallo scrittore polacco Witold Gombrowicz che vede sulla spiaggia una tartaruga rovesciata e si premura di rimetterla in sesto, poi ne vede un’altra e la salva, così continua fino a quando non si accorge che tutta la spiaggia è piena di tartarughe rovesciate, sicché va via. C’è un limite nelle cose che si devono e si possono fare. Questo limite non siamo ancora riusciti a fissarlo.

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