IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Contro il virus dosi di escapismo

Una buona medicina contro il coronavirus è quella che combatte la paura dell’epidemia. Questa medicina si chiama “escapismo”, che consiste nella scelta di estraniarsi dal presente per vivere in un altrove temporale di proprio gradimento. La sperimentò su di sé Italo Calvino per rifuggire la sua attualità che deprecava e riparare in un mondo distopico e acronico regolato dalla sola forza capace di togliere l’uomo dal suo tempo e dal suo spazio: la letteratura. L’escapismo fu il solo mezzo di conforto se non di salvezza dei detenuti del lager nazisti, la cui unica possibilità di evadere era quella di riunirsi e raccontarsi storie, come la comitiva boccaccesca sotto la peste. Per non pensare al flagello della pandemia, i giovani fiorentini si radunano narrandosi novelle umoristiche e triviali come antidoto agli orrori della peste nera. Al pessimismo rispondono con l’ottimismo, cosa che non ci suggerisce di fare l’attuale emergenza pandemica perché i mass media, i giornali e i siti web non ci martellano che di informazioni sul coronavirus accrescendo uno stato di angoscia che a lungo andare potrebbe diventare il male più diffuso.
Sono stati contingentati gli esercizi e i servizi pubblici, ma nessuno ha pensato a ridimensionare l’impeto di talk show e telegiornali il cui carattere principale è di instillare ansia e confusione. Nessuno ha per esempio impedito al giornalista del “Fatto quotidiano” Andrea Scanzi di registrare video nei quali a febbraio dava del deficiente a quanti osservavano il lockdown e pretendeva che il coronavirus non comportasse che una banale influenza, quando poi a marzo si è scagliato contro quanti non rispettano l’ordine di stare a casa. Nessuno ha impedito a medici, scienziati e sanitari di andare in onda e contraddirsi, ora rassicurando e ora allarmando, né c’è stato modo di fermare quella specie di bollettino dal lazzaretto che è diventata ogni pomeriggio la comunicazione del numero dei morti e dei contagi.
L’unico modo per sfuggire a questa sindrome che appare una roulotte russa, per la quale si spera che i morti siano in regioni e città lontane dalla propria, è quella di ignorare l’informazione televisiva, fonte continua di turbamento che si alimenta sempre più, per mantenere alto il livello di attesa e di interesse, di aspetti che indulgono al macabro, al pietismo, al raccapricciante, con telecamere che circolano tra i posti di terapia intensiva, testimonianze di parenti a lutto, profezie su ecatombi di morti, notizie su cure miracolose e sui rischi più impresagibili.
Ma non basta spegnere il televisore e il computer. Dovendo rimanere a casa occorre rimpiazzarli e non c’è che un mezzo capace di venirci incontro: la cultura e in particolare la letteratura. Leggere un romanzo permette di essere escapisti e di trasferirsi in un altro tempo a propria scelta. Come i bambini che a letto chiedono ai genitori di avere raccontate una bella storia per tenere lontane le empuse della notte, così noi potremmo trovarle in libreria le belle storie che ci distolgano dalla terribile empusa del momento, il mostro che è messo in agguato fuori dalla porta. Ma le librerie sono tra quegli esercizi che il governo Conte ha pensato di chiudere, non diversamente dalle chiese che in gran numero sono inaccessibili per evitare assembramenti. Senonché librerie e chiese costituiscono dei pronto soccorso dello spirito, risorse per vincere la paura del momento. Se il nostro corpo è prigioniero del mondo e dei suoi tormenti, lo spirito dovrebbe essere libero di godere della vita quanto il corpo gli nega, anche per guarirlo dalle fobie che minacciano di ucciderlo. Lo capirono i giovani di Boccaccio nel Trecento che trovarono come sfuggire alla morte isolandosi in campagna e novellando, così affidandosi alle forze dello spirito. Non lo capiamo noi nel Duemila, che dei mostri facciamo incubi inconsci, incapaci di mutare l’incubo in un mostro reale da affrontare. Nulla ci ha insegnato Ulisse che quando arriva tra Scilla e Cariddi sceglie di affrontare il mostro marino anziché il gorgo naturale, perché è prevedibile e cioè scansabile. E sopravvive, con poche perdite, fuggendo: ciò che non sappiamo fare noi, rifuggendo il presente e scegliendo di farci ghermire, in un atroce gioco a dadi, dal gorgo sconosciuto e imprevedibile della natura.

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