IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

La guerra persa dei giornali contro i siti

I quotidiani in Italia stanno morendo. Bastano alcuni numeri. Secondo dati ufficiali Ads, a marzo Corriere della sera e Repubblica, i maggiori, hanno venduto 175911 e 130164 copie al giorno quando nel marzo 2010 e nello stesso mese del 2000 la media giornaliera era di 440 mila e 580 mila per il primo e di 400 mila e 540 mila per il secondo. Alla crisi economica e all’implosione della carta stampata si è aggiunto il Covid che in un solo mese ha fatto perdere, da febbraio a marzo, alla testata milanese circa 20 mila copie e a quella romana circa 7 mila, perdita questa tutto sommato contenuta. Le perfomances degli altri giornali nazionali sono ancora peggiori, mentre quelle dei quotidiani regionali e locali addirittura disastrose. La Sicilia di Catania che nel 2010 vendeva 55 mila copie ora ne vende poco più di 8 mila.
La congiuntura economica esplosa nel 2009 ha solo dato un primo colpo di ariete alla fortezza della editoria di informazione perché a fare breccia è stata la macchina dei siti web, decisamente squalificati professionalmente ma gratuiti. La domanda di informazione si è rivolta ad essi accettando che con le notizie vere avesse pure quelle fake e quelle pubblicitarie. L’effetto è stato di un netto peggioramento non solo dell’informazione in sé ma anche dell’opinione pubblica come coscienza collettiva capace di porsi come punto di confronto con il potere politico e di interpretare i cambiamenti sociali e culturali.
Intanto sono intervenuti alcuni fatti ad aggravare la situazione: il potere economico e finanziario si è nuovamente impadronito della stampa e per ultimo ha messo fine all’esperienza di Repubblica, giornale andato nelle mani del più grosso gruppo imprenditoriale italiano di tipo egemonizzante ed oligarchico che ne ha fatto un quotidiano di servizio e di funzione quali sono tutti gli altri, nessuno dei quali davvero indipendente. Repubblica nacque e si distinse per essere un grande quotidiano controllato da un giornalista fondatore, direttore e di fatto editore e si è tenuto dal 1976 ad ora a un livello dignitoso di autonomia, difesa e pur sofferta, rispetto al potere economico. La crisi ne ha ridotto l’immunità e consentito la penetrazione di virus che hanno mutato la natura originaria. Virus ben noti e che rispondono ai nomi delle famiglie che da sempre hanno visto i giornali come i mezzi preferenziali per esercitare un dominio economico-politico fondato sul principio della “libertà di stampa” concepito come licenza concessa non ai giornalisti ma agli stessi editori. Il cambio di direttore a Repubblica non ha significato alcun mutamento della fattura del giornale ma un atto di potere della nuova proprietà che, come ogni editore, ritiene validi non i punti-qualità ma i punti-fedeltà.
Al di là di nuovi assetti, equilibrismi politici e recessioni, giornali e giornalisti hanno dal canto loro fatto non poco per aprire nuove falle nel bastimento che affonda. Incerti se fare la guerra ai giornali online sul piano della qualità o sul loro terreno, hanno scelto di sfidarli dotandosi anch’essi di siti web chiamati a fare concorrenza a quelli non legati a testate di carta. Hanno in sostanza fatto come quei pescivendoli che, avendo una “casa del pesce”, per combattere gli abusivi in giro con il carrettino praticano un prezzo inferiore mettendosi per strada anche loro dando un occhio ora al carrettino e ora al bancone, stando contemporaneamente all’aperto e al chiuso. Perdippiù molti giornali “sitati” hanno imposto un costo di accesso ad articoli online ritenuti più ghiotti e disponibili in edicola. Da un lato hanno perciò replicato la logica, rifuggita dai giornali online e propria di quelli cartacei, di farsi pagare l’offerta di informazione e da un altro non hanno affatto diversificato tale offerta proponendo sul web, persino con gli stessi titoli, gli articoli stampati. A maggior ragione dunque i lettori, che vedono online quanto hanno comprato, finiscono per rinunciare al giornale pagato ricevendolo in gran parte gratuito comodamente al telefono. L’incapacità dei quotidiani più grandi di produrre due generi del tutto diversi di informazione, facendo ben intendere e dimostrando che una sarebbe stata di serie A e l’altra di serie B, così relegando i giornali online nella schiera del dilettantismo, è stata per i quotidiani minori, che ne hanno scimmiottato la regola di divulgare sui siti – peraltro in anticipo – quanto pubblicano sulla carta, un’operazione suicidaria che si è ampiamente andata realizzando.
Giornali come Repubblica hanno fatto di più: per risparmiare i costi della carta e quelli redazionali, hanno eliminato gli inserti dai quotidiani di carta per trasferirli sui loro siti, ma a pagamento: senza rendersi conto che la logica che ispira l’utente web è ben diversa da quella del lettore che va in edicola pronto a tirare fuori il portamonete, giacché l’utente si rifiuta per principio e costituzione di dover pagare un servizio che nella vasta molteplicità dell’offerta online ha sempre avuto del tutto gratuito. Non essendo mai stato messo di fronte alla differenza che passa tra un giornale di qualità stampato (che, avendo un costo, ha anche un valore intrinseco) e un giornale di ben minore scelta, come chi sa bene che un conto è comprare un abito al mercato e un altro in una boutique, l’utente reputa che siano la stessa cosa giornale e sito, dal momento che anche i giornali stampati gestiscono siti con le stesse notizie degli altri giornali online e addirittura presenti nelle proprie pagine. L’utente non distingue tra un sito e un altro, ma potrebbe farlo come lettore se gli viene provato che non è al primo che i giornali si rivolgono. Proponendosi anche loro nelle vesti di giornali online hanno ottenuto di alimentare proprio quel fenomeno che intendevano contrastare ed essendo di gran lunga di minor numero sono stati fagocitati da quelli e a quelli assimilati. Il lettore è stato a sua volta assimilato dall’utente, identità che comprende ogni altra, utenti essendo tutti i consumatori quando lettori sono i soli cittadini che mutuano il ruolo dell’opinione pubblica.
Una perniciosa sindrome di Stoccolma ha ghermito i quotidiani e la stampa periodica, entrata in stato confusionale: esalta la stampa di qualità a pagamento e nello stesso tempo si confonde con l’informazione propria delle fake news, adottando – al colmo dell’intento di fare meglio quanto ritengono il peggio – gli stessi meccanismi, cosicché nei siti dei grandi giornali troviamo pubblicità frammista alle notizie e spacciata per informazione, video curiosi che circolano nei blog dei teen agers, titoli-esca fatti per indurre l’utente a cliccare e aumentare il numero dei visitatori, notizie che ristagnano in fondo alla home page ma giù superate da sviluppi che campeggiano in testa alla home, foto accattivanti e ingannevoli, notizie gossip disseminate come spezie: insomma, ci si sarebbe aspettato che i giornali online provassero a emulare i giornali stampati adottandone lo spirito e rubando il mestiere, mentre vediamo che sono i giornali a fare di tutto per fare come i siti dilettanteschi, che loro stessi hanno voluto che crescessero nelle forme abnormi di oggi. Ubi maior minor cessat: e il major non sono i giornali tradizionali.
Cosa potrebbero questi per imporre al mercato la differenza e permettere al lettore che non si trasformi in utente? Quello che i siti non legati ai giornali, privi come sono di scuola, di esperienza giornalistica e professionalità, non potranno mai fare: appunto il giornale. Se le testate cartacee tradizionali proponessero online un giornale identico nella grafica ma diverso nei contenuti, sfogliabile e scaricabile (esattamente come oggi viene dato quello in edicola, riprodotto sul web a pagamento), non potrebbe essere più possibile che i giornali veri salgano sul carro di quelli falsi. Un giornale online impaginato come un giornale vero, però con un diverso taglio sostanziale, quanto anzi più diverso da quello cartaceo, che magari rimandi a quello in edicola e che sia soprattutto gratuito o valga come buono sconto per comprare l’altro. Ciò richiede uno sforzo che sarebbe innanzitutto un formidabile colpo di acceleratore perché comporta avere una redazione tecnicamente preparata, un background di professionalità e una formazione che i giornali online non hanno e che per potere eguagliare dovrebbero fondare giornali veri e dunque impegnarsi in investimenti economici non minori. Solo così il lettore continuerà a fare il lettore, con tutte le implicazioni connesse, e l’utente continuerà a fare l’utente, con tutte le differenze di fondo.

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