IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il coronavirus al tempo dell’Italietta

Ora potrebbe sembrare che, quando il 26 marzo dell’anno scorso Papa Francesco rifiutò di dare la mano ai fedeli e poi lo scorso 2 gennaio ha ritirato scontroso la sua da quelle di una pellegrina asiatica, sia stato il cielo ad avvisarlo dell’opportunità di un gesto che sarebbe diventato molto comune. Il coronavirus ha rispolverato antiche liturgie anche in vescovi e parroci che invocano platealmente le sfere celesti perché fermino l’epidemia come un tempo si faceva con la peste o il colera. Il ricorso al divino, nelle forme di una credenza popolare che cede alle processioni di tabernacoli e alle impetrazioni curiali sulle corde di canzoncine strapaesane, si accompagna al campionario di riti magici che fanno leva sugli impulsi più sordidi, dagli unguenti miracolosi ai comportamenti scaramatici, e si serve nell’epoca dell’informazione digitale delle fake news per sobillare le coscienze, giocare con la credulità, risvegliare il gusto per il complottismo e l’apocalittico. La superstizione, che rinasce secondo Spinoza più sono sentiti e diffusi il bisogno materale e il pericolo reale, va prevalendo dunque sulla fede che non richiede stati eccezionali e cresce meno motivi abbia per infervorare gli animi. Il credo diventa credenza e minaccia di farsi credulità.
In questo quadro generale si determinano azioni che sembrano irrazionali: ogni Stato decide da sé e per sé, rivelando in Europa che l’Ue non c’è che per limitare le quote-latte e vincolare i mercati nazionali; il divieto di assembramento ignora l’esistenza di famiglie numerose che nel chiuso delle loro case formano assembramenti ancora più micidiali che all’aperto; molte attività vengono mantenute per salvaguardare interessi collettivi come quello di comprare giornali in edicola ma non come l’altro di comprare libri, quando per la trasmissione del virus non occorrono folle ma bastano singole persone, che libere di circolare tornano a casa dove trovano e contagiano altre persone non autorizzate a uscire; per consentire a un numero limitato di auto di circolare è stato permesso che tutti i meccanici e gli elettrauto possano tenere aperte le loro officine, nonché tutte le stazioni di servizio sono state autorizzate a operare, mentre a una riduzione della gente per strada avrebbe dovuto corrispondere un proporzionale contingentamento di farmacie, rivendite alimentari, trasporto merci, per cui sono stati mantenuti servizi pubblici esorbitanti rispetto alla domanda residua; si è voluto tenere attivi gli uffici pubblici ma, quanto alla sanità, è stata sospesa l’intera attività delle Asp relativa alla diagnostica e alla medicina specialistica con il rinvio di ogni prenotazione; e si è voluto chiudere i bar, ritenuti voluttuari, ma sono stati autorizzate le lavanderie perché la nostra biancheria non rimanga sporca per due settimane.
Non è poi di minore rilievo l’appello al senso di responsabilità individuale lanciato in mancanza di controlli stradali che siano severi e minuziosi anche nei piccoli centri: controlli sulla mobilità della popolazione che avrebbero potuto valersi delle tecnologie satellitari e informatiche, affidando a un software e al Gps l’individuazione di quanti risultassero dai loro telefonini portatili diretti, a piedi o in auto, verso destinazioni non comprese tra quelle previste: identificate attraverso i numeri telefonici, sarebbe stato facile e automatico denunciarle o arrestarle. Le risorse telematiche sono state invocate invece ai soli fini di una socializzazione virtuale intesa a occupare il tempo da trascorrere in casa anche per continuare a lavorare da remoto.
C’è molto di approssimativo e di estemporaneo nelle misure adottate, tentate per primi in Europa con lo sguardo all’esempio della Cina, che è quasi fuori dall’emergenza grazie all’esercizio di provvedimenti di contenimento portati al successo da un regime dittatoriale che certamente non si è rivolto al senso di responsabilità quanto piuttosto allo spirito di sottomissione. Misure come quelle introdotte in Italia, che hanno solo socchiuso il Paese, frutto di attese, tentennamenti, ritardi, scontri e divergenze tra istituzioni statali, regionali e comunali, sono destinate invero a sortire un rallentamento della diffusione del virus, quasi che lo scopo primario sia di alleggerire il carico delle strutture ospedaliere e non di debellare l’epidemia: obiettivo questo possibile se nei termini più assoluti l’Italia si fermasse e fosse fatto obbligo, anche con l’esercito in strada, di restare a casa come in uno stato di coprifuoco, limitando a due ore al giorno adempimenti essenziali quali l’approvvigionamento di viveri e di medicine. Il precedente cinese dimostra il teorema secondo cui più dura, meno dura: solo una draconiana e implacabile coercizione che tenga tutti gli italiani a casa può fare sperare che il virus sia sconfitto.
Ma l’Italia dei furbetti – quella che è pronta a fare sollevare le carceri, a vendere al mercato nero igienizzanti e mascherine, a fare delle autocertificazioni altrettanti lasciapassare intestati a un generico stato di necessità, tale che persino un prete, scoperto in processione, lo ha giustificato dichiarandosi sul posto di lavoro – è matura per rispondere a questa istanza? Ed è pari all’altezza della situazione la stessa informazione televisiva (la sola che abbia presa sulle masse, perché quella cartacea non supera i tavoli istituzionali), che ha trasformato l’emergenza in uno show non stop live, disputandosi esperti, esaltando come paladini senza tema gli inviati nelle zone rosse, guardando più all’audience che agli elenchi dei contagiati, attribuendosi i vari conduttori di talk meriti di cassandre e di pontificatori, cimentandosi in logorroiche maratone che altro effetto non hanno che di aumentare l’ansia e confondere le poche certezze acquisite, sempre alla ricerca di eroi, siano un comandante di nave o un’infermiera, così da rendere epica anche la paura?
Il coronavirus è arrivato in Italia come un angelo del giudizio che ha scelto per primo il nostro Paese in Occidente non per caso, come sembrerebbe, ma perché evidentemente il più vulnerabile e fragile, sfidandolo peraltro nella sua parte più progredita ed efficiente, giacché al Sud avrebbe avuto l’effetto di un Attila devastatore. Ma sarebbe mai potuto attecchire in Sicilia o in Calabria un virus che sembra preferire le aree ricche e superpopolate del pianeta? L’avanzata provincia di Hubei in Cina (sessanta milioni di abitanti, quanti sono quelli di tutta l’Italia) e la Lombardia, regione-traino italiana, sono le aree colpite per prime e più duramente da un virus che non è come l’Aids, che si propaga soprattutto tra le capanne africane, e che appare di gran lunga più temuto. Un timore superiore al pericolo che di fatto esso costituisce e che se fosse stato dello stesso grado quanto alle decine di migliaia di morti per cancro ai polmoni che i poli petrolchimici registrano in Italia avrebbe portato grandi e piccole città a ridosso delle ciminiere quantomeno a vivere costantemente in mascherina, che nessuno ha invece mai indossato benché il rischio non fosse di esporsi a eventuali contatti fisici ma all’inquinamento dell’aria da respirare.
Nel solo triangolo siciliano Augusta-Priolo-Melilli i morti per cancro ai polmoni sono stati nei decenni più di diecimila, ma mai hanno destato la preoccupazione – o la premura del governo regionale – che adesso sta suscitando il coronavirus. Che quando andrà via, come tutte le epidemie della storia, lascerà certamente un trauma o quantomeno un insegnamento, ma intanto siamo nel pieno di un’epidemia che prima faceva alzare spallucce e ora fa rizzare i capelli: creando peraltro scenari da incubo nella prospettiva che si possa arrivare alla selezione, affidata ai medici, di intubare chi è più giovane, ribaltando così la regola storicamente e universalmente valida in tema di protezione civile e nella marineria secondo cui donne, vecchi e bambini hanno la precedenza.
Andrà tutto bene, promette l’ottimismo nazionale della volontà più tenace e pugnace: un auspicio che sta legando il Paese, da Nord a Sud, in una speranza comune, aspettando di vedere realizzata la quale intanto Nord e Sud si dividono alzando confini tra una regione e l’altra e, dentro ogni regione, anche tra un Comune e l’altro. Il forestiero può essere un untore, sconosciuto come sconosciuto è il virus, quindi è un nemico. Il “distanziamento sociale” è il nuovo verbo che in due settimane ha fatto strame di tutti i processi umanitari e solidaristici che sono stati predicati e professati. L’integrazione ha lasciato il posto alla disintegrazione, non più razziale, ma persino familiare nel sospetto che sotto il proprio letto respiri e tossisca un contagiato. Il coronavirus passerà, è vero, ma le sue cicatrici potrebbero deturpare il volto dell’Italia per molto, molto tempo. E sarà questo il danno maggiore.

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