IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Ci sono anche evasori che non sono cicale

La principale obiezione al decreto sulla pace fiscale verte sulle ragioni di chi ha sempre pagato senza sconti né condoni, mostrando innanzitutto senso civico e rigore etico. La contestazione muove dal timore che, graziando evasori e morosi, si incoraggi l’ineducazione civile e la perpetuazione della condotta illegale. In linea generale non si può non essere d’accordo sui guasti di un doppio binario nel quale i contribuenti sono divisi tra cittadini di serie A e serie B dove i primi non sono però i più disciplinati ma quelli che incassano privilegi nella forma del perdono fiscale. Chi paga le tasse alla fine viene visto come un cittadino secchione che non riceve alcun premio perché zelante ma l’etichetta del suddito fesso. Le conseguenze negative sono molteplici, non ultima la disobbedienza e la sovversione.
Ma occorre osservare meglio il feticcio della probità, partendo da un principio: nessuno è ricco per merito proprio, se il merito è visto come prova di talento e ingegno. Nelle società occidentali attuali, come un po’ nel resto del mondo e in ogni epoca, ad ogni incremento di ricchezza in capo a un soggetto corrisponde un proporzionale incremento di povertà in capo ad un altro, giacché la ricchezza disponibile e sfruttabile è come una torta che non può essere né ingrandita né rimpicciolita: la sua distribuzione è legata all’abilità chi chi riesca a tagliarsene le fette più grandi, arrivando prima, facendo a gomitate, eliminando altri richiedenti, mercanteggiando e brigando. I grandi capitali e i patrimoni si formano né possono non formarsi che a danno si altri, cui venga sottratta la sua pur piccola fetta di torta. In un’economia di pari opportunità e di rispetto delle eguaglianze non è possibile che qualcuno si possa avvantaggiare economicamente e, peggio ancora, finanziariamente, ciò che più esattamente implica l’esercizio della speculazione, forma sotto la quale si decide il profitto. Non si tratta di far valere e recuperare teorie marxiste, ma di considerare il liberismo uno strumento di sopraffazione, giacché le risorse attingibili dallo sfruttamento della natura, dal lavoro, dalle invenzioni dell’uomo, dagli sviluppi della tecnologia non sono indeterminate e assomigliano alla nostra torta: da immaginare proprietà di nessuno e che venga scoperta su un tavolo nascosto da una frotta di bambini i quali si lanciano in una corsa contando sulla propria forza fisica e sulla propria astuzia.
Ora, se la ricchezza, per fare un altro esempio, è come il corpo elettorale al quale i candidati a un organo statale chiedono il consenso, nel presupposto che i voti disponibili sono prestabiliti e che solo quelli possono essere divisi tra i richiedenti, la colpa di chi non venga eletto o di chi rimanga senza torta è di non aver fatto meglio degli altri, magari impiegando mezzi leciti ma forse inopportuni, non convenienti o non appropriati. La Chiesa cattolica, dopo le confische dei suoi beni da parte di Napoleone, protestò vibratamente e minacciò scomuniche industriali senza mai volersi rendere conto che il suo intero patrimonio immobiliare era stato nei secoli precedenti frutto di implacabili leggi di successione nonché di lasciti e donazioni da parte dei privati atterriti dalla paura della dannazione eterna: al di fuori di ogni merito che non fosse il tenace uso della più perniciosa e pervicace coercizione spirituale di massa. In sostanza la Chiesa rivendicava una ricchezza di cui si era impossessata e impadronita ma senza alcun titolo di legittimità e soprattutto di giustizia.
Non sono note nel mondo e nella storia forme di arricchimento che non siano conseguenza di sfruttamento e speculazione, anche quando la ricchezza sia ridistribuita ai ceti meno fortunati. I colossi arcimiliardari di oggi, da Google ad Amazon, sono diventati tali per le superlative capacità imprenditoriali dei suoi artefici, che però nulla avrebbero sortito dei formidabili risultati ottenuti se non avessero piegato la loro tecnica alla conquista del mercato con mezzi che non fossero egemonizzanti, monopolistici e dunque prevaricanti sulle possibilità altrui. L’idea che queste mega holding si siano rese benemerite avendo dato lavoro a migliaia di persone deve fare i conti con i metodi della produzione capitalistica che ancora oggi presenta un quadro pressoché disumano nel quale un imprenditore teso al profitto impiega lavoratori salariati che sono i reali artefici dei guadagni ma che di quei guadagni non ricevono che il minimo a fronte di un prezzo altissimo da pagare in termini di alienazione dal lavoro, salute e qualità della vita.
Se le cose stanno così, anche in tempi in cui la tecnica non è più un mezzo ma un fine che la vede intenta solo a rinnovare se stessa, i fenomeni di arricchimento tanto più crescono e si diffondono quanto più i processi di impoverimento sono soggetti a più repentini e drammatici rivolgimenti e mutamenti. Le nuove forme di povertà non sono più, come nella storia, legate allo sfruttamento da parte dei ricchi in fatto di vessazioni tributarie e angherie sociali, inasprite da un incolmabile stato di separazione di ceti e censo, ma sono l’effetto immediato di turbamenti che avvengano nella sfera della ricchezza. Un tempo un povero poteva rimanere indifferente, non potendo cambiare la sua sorte di derelitto, di fronte alla rovina di un casato, ma oggi una classe economicamente inferiore risente subito gli effetti di un terremoto nel mondo di sopra, non perché la società si è più uniformata ma perché lo sfruttamento capitalistico produce maggiori e più pesanti conseguenze, non solo dentro un’aria circoscritta e omologa ma anche a grandi distanze e ad ogni livello socio-economico. Anche una banca americana, come ha dimostrato la crisi del 2008, può portare effetti nefasti in un paesino della Puglia minandone l’andamento economico e sociale. Quel che avviene in questo paesino è che persone le quali hanno regolarmente pagato le tasse, non possano più farlo perché nell’impossibilità materiale di farlo. Non pagano il mutuo della casa, non pagano il bollo auto, non pagano le successive cartelle nere, non pagano le imposte sui rifiuti urbani e le altre tasse comunali, a volte nemmeno l’assicurazione della macchina, e riservano le loro sempre più esigue risorse al pagamento delle bollette di luce, telefono, acqua e gas. Non vanno più nemmeno dal dentista, rimandano esami radiografici specialistici, rinunciano a comprare giornali e libri o andare al ristorante e al cinema: insomma si attestano sulle posizioni di chi si conta gli spiccioli nella mano. Possono dirsi evasori quanti, per colpe originarie non loro, si trovano nell’impossibilità di mantenere il tenore di vita e il ruolo di cittadini che possono dimostrare di avere in precedenza avuto?
Ma nello stesso paesino del Tavoliere pugliese ci sono quanti continuano a pagare le tasse e assolvono con scrupolo ogni compito spettante al cittadino modello. Il loro merito non è di essere ligi ai doveri di ogni contribuente, ma di non essere finiti nel mirino della crisi o della bolla economica esplosa da qualche parte nel mondo. Se immaginiamo una folla che scappa da un teatro in fiamme o un esercito spinto all’assalto del nemico, chi riesce a farcela e rimanere in vita è anche chi ha spinto di più, atterrato e scavalcato qualche altro destinandolo alla morte, applicato il principio “mors tua, vita mea”.
Bollare allora come “furbetti” quanti non pagano le tasse e si trovano indebitati rovescia in realtà il quadro, perché i veri furbetti sono quanti con i mezzi più disparati riescono a tenersi a galla, hanno più entrate, “si sono dati da fare” nei mille modi che oggi la società permette e possono attestarsi dunque lungo la linea dalla quale è facile, dall’altra parte del fiume della vita, accusare chi non ha fatto come loro e perciò non fa il bravo cittadino non perché non vuole ma perché non può – e non può per colpe non proprie ma di apparati e persone sconosciuti. Vedere con gli occhi delle formiche tante cicale in queste persone e rimproverarle per non essere state previdenti non fa venire meno anche ogni forma di solidarietà cristiana ma induce forme di intolleranza e di disprezzo verso gli stati di minorità che nulla di diverso hanno delle mostre di razzismo così comunemente deplorate e però diffusamente praticate. Prima di accusare chi non paga la tasse occorre che sia accertata la sua fedina fiscale, se ha sempre evaso o se contingenze generali e circostanze individuali lo abbiano messo nell’impossibilità di adempiere. Additare allo sprezzo pubblico tutti i beneficiari degli interventi di sanatoria  del governo gialloverde e accusare questo di essere ingiusto e fomentare i privilegi è come accusare l’uomo della parabola incappato nei briganti di non essersi saputo difendere e il buon samaritano di avergli prestato soccorso.

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