Se “destra” e “sinistra” non servono più

La prima parte dell’articolo è qui.

Ora è possibile inoltrarci nell’analisi delle posizioni di alcuni autori che ritengono ormai superata la diade. Prima di passare al piano teorico-concettuale possiamo fornire alcuni esempi che la storia recente ci offre.

In primo luogo due fenomeni, di crescente dimensione, sembrano decretare la morte della destra e della sinistra. Il primo di essi è il crescente dominio del potere dei tecnici nella politica. Il secondo è, invece, il crescente affermarsi dei populismi e dell’anti-politica. Quanto al primo basti pensare al governo tecnico di Mario Monti che ha attuato una politica non classificabile come di destra o di sinistra. E lo stesso ex premier in un’intervista a Radio Anch’io del gennaio 2013 affermò senza mezzi termini: «Il polo di destra e il polo di sinistra sono distinzioni che hanno avuto un significato in passato, oggi ne hanno molto meno. La distinzione fondamentale è tra chi vuole cambiare il Paese […] e chi a sinistra […] e a destra […] si oppone a questo cambiamento». Quanto al secondo l’esempio più lampante è fornito in Italia dal Movimento 5 Stelle che non perde occasione per sottolineare di essere oltre la destra e la sinistra. Questo perché l’approccio dell’antipolitica «ha determinato – scrive Carlo Galli in Sinistra – la sconfitta dell’intero sistema politico, sostituito da una politica che non ha mai assunto al proprio centro il tema della Parte, ma che ha riproposto, in modo ideologico, l’idea della società come unità, come Tutto, e che pertanto ha trasformato l’avversario parziale in nemico totale, da escludere». Un Tutto ideologico, quello dell’anti-politica e dei populismi, che quindi mal si concilia con l’idea di una politica delle Parti che è necessaria alla sussistenza della dicotomia destra/sinistra.

Lasciando il contesto italiano anche in altri paesi europei sono ravvisabili dei sintomi di un certo superamento della destra e della sinistra. Possiamo in tal senso riferirci alla Svezia dove nel 2006 la destra di Fredrik Reinfeldt ha ottenuto una storica vittoria sui socialdemocratici non mettendo in discussione il welfare state ed anzi puntando, scrive Campi in La destra nuova sulla «difesa dell’ambiente, le pari opportunità […] l’etica del lavoro, la lotta alle corporazioni e ai privilegi». Oppure si può far riferimento al New Labour di Tony Blair, come Andrea Romano in The Boy, che ha fatto propria «la convinzione che il mercato possa assolvere ad una funzione di pubblico interesse».

Proprio l’esempio del blairismo permette di spostarci dal piano storico a quello concettuale. Tra gli autori che dichiarano superata la diade figura, infatti, il teorico della terza via del New Labour di Blair vale a dire Anthony Giddens. Il sociologo inglese in Oltre la destra e la sinistra ha con forza sostenuto un ribaltamento concettuale: «Frequentemente, si scoprono a voler conservare, anziché scardinare, le istituzioni – e in particolare il welfare state – i socialisti. E chi sono gli aggressori, i radicali, che desiderano smantellare le strutture esistenti? Molto spesso sono i conservatori – i quali, a quanto sembra, non vogliono più conservare». Inoltre, secondo il sociologo inglese, il vecchio conservatorismo sosteneva la gerarchia, l’aristocrazia, la supremazia del collettivo o dello stato sull’individuo, l’importanza del sacro mentre la nuova destra neoliberale sposa l’individualismo. Si potrebbe obiettare a Giddens che i valori della destra “classica” che sembrano rifiutati dal neoliberismo sono comunque ancora presenti nella destra comunitarista. E tuttavia bisogna ammettere che tale destra è sicuramente fortemente minoritaria rispetto all’egemonia conquistata da quella neoliberale. Anche a sinistra, secondo Giddens, ci sarebbe stata un “inversione a u” in quanto si sarebbe smarrita quella tensione verso il nuovo a vantaggio di una difesa dell’esistente, solitamente appannaggio della destra.

La tesi del superamento della diade destra/sinistra si evince anche dalla principale opera di Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo. La storia, secondo il politologo statunitense, non può dirsi che conclusa dinanzi alla progressiva affermazione dell’ideologia liberale. Il liberalismo, infatti, nella sua assenza di contraddizioni blocca il meccanismo dialettico hegeliano e determina l’impossibilità di un suo superamento. Questa fine della storia è però, in un certo senso, anche la fine della sinistra e della destra. La prima infatti si spendeva per raggiungere l’obiettivo del riconoscimento universale mentre la seconda auspicava la possibilità di far emergere le disuguaglianze, di permettere la megalotimia cioè il desiderio di esser riconosciuto superiore agli altri. Fukuyama sostiene che «nessuna delle società liberali esistenti è basata esclusivamente sull’isotimia, ma tutte permettono un certo grado di megalotimia innocua ed addomesticata». In definitiva la democrazia liberale realizzerebbe un riconoscimento universale facendo permanere, tuttavia, delle possibilità di “sana” disuguaglianza (rintracciabili nel capitalismo e nella sfera economica, nella politica e nello sport). Sinistra e destra perderebbero così gran parte della loro ragion d’essere.

Anche Giovanni Sartori ritiene problematica la definizione, nella società attuale, dei termini della diade destra/sinistra: fino alla caduta del muro di Berlino «tutto quello che avveniva nell’Urss, o che conveniva alla politica sovietica, era “di sinistra” (per definizione), mentre tutto quel che avveniva nel mondo capitalistico era di “destra” (per definizione). Da allora la sinistra per definirsi “di sinistra” è in difficoltà e sbanda parecchio» (cfr. La democrazia in trenta lezioni). Un’analisi quella di Sartori che sembra applicabile alle difficoltà che incontra, per esempio, il Partito Democratico in Italia nella costruzione della sua identità. In tal senso basti ricordare le discussioni sulla collocazione europea del Pd o le polemiche di cui è oggetto il leader del centrosinistra Matteo Renzi considerato, da alcuni settori del partito, “non di sinistra”. Sartori sottolinea poi il fenomeno dell’eterogenesi dei fini: se la sinistra è altruismo e la destra è egoismo va tenuto in conto che «l’egoismo può ottenere risultati di interesse collettivo e […] l’altruismo può degenerare in un danno generalizzato».

Marco Revelli, invece, in Sinistra Destra riporta vari argomenti con cui si è sostenuto il superamento della diade destra/sinistra di cui essenziale è quello della spoliticizzazione contemporanea. Secondo questa tesi al giorno d’oggi la crescente burocratizzazione e neutralizzazione dell’azione statale fa venire meno la natura dicotomica della politica che Carl Schmitt aveva messo in evidenza. La politica odierna, sempre più appiattita sull’amministrazione, non sarebbe più dicotomica. Al contrario caratteristiche dello scenario contemporaneo sarebbero «la cessazione della disputa sui ‘fini’ […] sostituita ormai solo dalla competizione per l’accaparramento dei ‘mezzi’ in un mondo in cui tutti, indifferentemente, sembrano riproporsi la mera gestione dell’esistente; […] la conseguente riduzione dello spazio della ‘decisione’ rispetto a quello della ‘funzione’; il prevalere della mediazione parlamentare sul conflitto sociale». Tutto ciò minerebbe quel substrato dicotomico e conflittuale, dunque propriamente politico, di cui la diade destra/sinistra ha necessariamente bisogno.

Revelli menziona poi l’argomento “catastrofico” che è l’esatto contrario del precedente e si basa, infatti, su una presunta radicalizzazione del conflitto nell’età contemporanea. Secondo questo argomento «la delegittimazione assoluta di ogni esistente nel quadro di un ‘disordine’ senza precedenti, e quindi senza ‘norme’ né ‘nomi’ – la dimensione ‘catastrofica’, appunto, assunta dall’antagonismo politico nell’età contemporanea -, farebbe saltare l’equilibrio lineare-assiale della polarità ‘Destra/Sinistra’». Insomma secondo questo argomento, nel disordine dell’epoca globale si assiste a delle situazioni di conflitto radicale che non possono essere contenute dalle classiche categorie politiche destra/sinistra. Interessante è anche l’argomento “temporale” fondato sulla constatazione che la temporalità dei nostri giorni è caratterizzata da un tempo appiattito sull’istantaneo. Tuttavia affinché la destra e la sinistra sopravvivano sarebbe necessario una certa quantità di tradizione, dunque di passato, e una certa quantità di aspettative, vale a dire di futuro.

Altri autori ritengono invece che, fatta salva la natura dicotomica della politica, siano altre le dicotomie, rispetto a quella classica di destra/sinistra, a descrivere efficacemente lo spazio politico dell’età contemporanea.

Dario Antiseri – in Destra e sinistra due parole ormai inutili – sottolinea in tal senso che il grande principio che permette una buona qualità della democrazia è la competizione. Per questo «la grande distinzione, dunque, è quella offertaci dalla demarcazione costituita dall’abbracciare o meno lalogica della competizione. E contrari alla competizione sono, appunto, tutti i conservatori: di Destra e di Sinistra». La distinzione importante sarebbe dunque quella tra conservatori, contrari alle nuove idee che la logica della competizione può far emergere, e liberali. Questi ultimi, invece, accettano la competizione la quale è da intendersi come un ricercare insieme le soluzioni migliori in modo agonistico. E secondo Antiseri la competizione così intesa è di vitale importanza per la democrazia.

Secondo Costanzo Preve – che con Giano Accame ha scritto Dove va la destra? Dove va la sinistra? – la dicotomia che «oggi orienta o dovrebbe orientare non è più quella obsoleta Destra/Sinistra, ma quella Sostenitori dell’impero americano/Avversari dell’impero americano». Destra e sinistra, infatti, in un contesto come quello attuale in cui le decisioni sono prese in gran parte da oligarchie finanziarie non avrebbero più senso ed anzi sarebbero funzionali solo ad occultare tale realtà. Il nuovo asse attorno a cui ruota lo spazio politico sarebbe quello degli Usa e del loro ruolo di nazione a vocazione imperiale.

C’è poi chi come Lorenzo Infantino ritiene superata la distinzione destra/sinistra in nome della libertà individuale e del libero mercato: «la distinzione è fra coloro che vogliono avvalersi di una società di mercato e quanti vogliono invece rifugiarsi sotto il mantello protettivo e corruttore della politica interventista». Infantino critica dunque Bobbio per aver eluso il tema del “mercato” sottolineando che il termine compare solo due volte in Destra e Sinistra. La vera dicotomia sarebbe tra coloro che, a destra come a sinistra, avversano lo sviluppo del mercato e coloro che da un punto di vista liberale lo auspicano. Più in generale la dicotomia proposta da Infantino è tra chi auspica un allargamento della libertà individuale e chi ritiene che essa debba essere subordinata agli interventi dello Stato. Questa proposta, a mio modo di vedere, può avere una certa ragionevolezza. In tal senso si può sottolineare che la destra comunitarista e la destra sociale si trovano al fianco della sinistra nella critica al neoliberismo e ad una globalizzazione economica senza limiti. Diverse sono, spesso, le giustificazioni di queste critiche. Ma un dato di fatto è acquisito: destra comunitarista ed ampi settori della sinistra condividono la critica all’ideologia neoliberista ed al mercato lasciato totalmente libero di autoregolarsi.

Dino Cofrancesco, infine, alcuni anni prima dell’uscita di Destra e Sinistra di Bobbio aveva proposto (in Destra e Sinistra. Per un uso critico di due termini-chiave) di dividere lo spazio politico tra ideologie romantiche/spiritualiste da un lato e classiche/realiste dall’altro. Le prime insistono solo sui giudizi di valore e sul dover essere perdendo di vista l’analisi della realtà. Le seconde, invece, si “abbassano” anche al piano dell’essere, dei giudizi di fatto, dell’analisi razionale della realtà. Ecco perché, secondo Cofrancesco, la dicotomia destra e sinistra ha senso se ci fermiamo al piano valoriale ma «per chi voglia sapere come va il mondo, per chi voglia orientarsi nell’universo dei fatti politici sorretto da un uso critico della ragione, la dicotomia realismo-romanticismo risulta necessariamente più importante dell’altra». Ne vien fuori un interessante rimescolamento delle culture politiche per cui il conservatorismo si viene a trovare a fianco del socialismo scientifico e del liberalismo nella stessa “famiglia” dei realisti. Così come il libertarismo, nella classificazione di Cofrancesco, si trova insieme al fascismo per il suo romanticismo.

Da questo “viaggio”, che vista la vastità del tema non ha pretesa di completezza ed esaustività, emerge con chiarezza che il discorso su destra e sinistra è più che mai attuale. L’identità dei due termini di questa fondamentale dicotomia politica rimane qualcosa di sfuggente che non si riesce mai ad afferrare completamente. A tratti davvero sembra che nello scenario multiforme, non lineare, disordinato del mondo globalizzato non ci siano più confini certi e chiaramente delineabili nemmeno per quel che riguarda la destra e la sinistra. E ciò spesso ci fa concludere che forse la destra e la sinistra hanno ormai fatto il loro corso e non siano più in grado di descrivere efficacemente lo spazio politico attuale. Significativo è quanto sottolinea Ilvo Diamanti nell’intervista a La Repubblica del 18 settembre 2013: «Lo vediamo anche nelle nostre ricerche: 7 italiani su 10 dichiarano senza difficoltà di essere di destra o di sinistra, ma poi non sanno riempire di contenuti queste due definizioni». Sembrerebbe davvero che i due termini della diade siano ormai contenitori vuoti. E la difficoltà di definire la sinistra emerge anche dal sondaggio effettuato da La Repubblica che ha chiesto ai lettori di votare le parole che meglio definirebbero la sinistra. Il sondaggio, a cui hanno partecipato circa 65mila lettori, ha mostrato una grande frammentazione: la parola più votata è stata “lavoro” con il 10% dei voti, a seguire “equità” con il 7%, poi “uguaglianza”, “redistribuzione”, “laicità”, “legalità” entrambe con il 6%. Quindi numerose altre parole tra cui “libertà”, “moralità”, ecc. Non si tratta certo di un sondaggio a cui attribuire una validità scientifica e tuttavia questa estrema frammentazione nei risultati del sondaggio ci offre a grandi linee un’indicazione: l’identità della sinistra nell’era globale, e di riflesso quella della destra, non è facilmente definibile.

In generale quello che sorprende di più è la comparsa a sinistra di temi tradizionalmente associati alla destra (basti pensare alla legalità o all’efficienza). Sul versante opposto anche la destra fa propri temi tradizionalmente più vicini alla sinistra. Siamo, sembrerebbe, davvero sul punto del superamento della destra e della sinistra. Prendiamo in tal senso un esempio concreto: l’ambientalismo. Esso è stato spesso, anche dall’opinione pubblica, associato alla sinistra. E tuttavia dobbiamo constatare che anche a destra esso ha fatto la sua comparsa. Roger Scruton infatti, nel suo Manifesto dei conservatori, dedica un intero capitolo alla difesa dell’ambiente. I conservatori mirano infatti a conservare un ordine sociale, un’ecologia sociale che sarebbe compromessa senza un equilibrio ambientale. Tuttavia il percorso delineato dal filosofo inglese per giustificare un approccio ecologico è differente da quello della sinistra. Per i conservatori la difesa dell’ambiente passa necessariamente per una difesa, o meglio un recupero, di una piena sovranità degli Stati nazionali minacciata dagli organismi sovranazionali: «la protezione dell’ambiente è una causa persa se non riusciamo a trovare la motivazione umana che dovrebbe condurre la gente in generale – e non solo i suoi autoproclamatisi rappresentanti – a portarla avanti. E qui, io penso, è dove gli ambientalisti e i conservatori potrebbero e dovrebbero fare causa comune. E tale causa comune è la lealtà locale o, più precisamente, nazionale». Dunque solo l’amore per la propria terra e per i propri concittadini sarebbe la leva su cui attuare una difesa dell’ambiente. Ogni politica globale, dunque lontana dai singoli soggetti, sarebbe addirittura controproducente in quanto incapace di motivare al sacrificio ed al rispetto dell’ambiente. Un forte ripiegamento sul locale e sulla dimensione nazionale che non può trovare d’accordo la sinistra la quale giustificherà la difesa dell’ambiente per una strada differente.

Proprio questo esempio dell’ecologia ci mostra che anche se molte tematiche sono ormai comuni, la differenza tra destra e sinistra permane ed è nel diverso modo con cui esse affrontano tali tematiche condivise. Mi sembra in tal senso opportuno concludere da dove eravamo partiti e cioè dal pensiero di Bobbio che proprio riferendosi all’esempio dell’ecologia e della sua trasversalità afferma: «vi sono però vari modi di giustificare questo radicale mutamento di atteggiamento […] rispetto alla natura, per effetto del quale si è passati dalla considerazione della natura come oggetto di mero dominio e docile strumento dei bisogni umani all’idea della natura (anche quella inanimata) come soggetto di diritti o come oggetto di utilizzazione, sì, ma non arbitrariamente illimitata».

Dunque stesse posizioni, spesso, ma differente percorso per giustificarle. In questa differenza di “secondo livello” rispetto a quella terminologica lessicale destra e sinistra possono sfuggire alla loro morte da più parti diagnosticata.

  1. La sostanza del dibattito mi pare sia se sia possibile”tradurre” la diade destra/sinistra in termini che la rendano ancora percepibile “dal senso comune” ( uguaglianza/dis, esclusione/inclusione ecc.. )
    Temo di no. E questo perché quelle “traduzioni” si sono relativizzate a causa della specializzazionedei saperi e dell’aumentata complessità del mondo contemporaneo.
    Per chiarire. Il taglio della foresta amazzonica fino a quando si ignorvano i suoi rkflessi sul clima poteva astrattamente essere considerato come una libera iniziativa privata volta ad aumentare il benessere di quelle popolazioni. Un tema che avrebbe potuto poi dividere destra e sinistra sul come redistribuire quella ricchezza.
    La scoperta del suo influsso negativo sull’eqhilibtio climatico del pianeta ha semplicemente “cancellato” quel problema facendo cadere la necessità di quella distinzione. E gli esempi potrebbero continuare.

  2. Credo che sia stato importante richiamare un dibattito iniziato circa vent’anni fa dal grande Bobbio e rimasto di drammatica attualità, in particolare nel nostro paese.
    Fra le molte sfumature, che la sua chiara sintesi mette in risalto, degli interventi successivi, mi sembra che manchi la considerazione delle particolari caratteristiche che il dilemma proposto da Bobbio assume in Italia. Sembra che nessuno degli intervenuti si sia soffermato a considerare che l’Italia è un paese moderno con forti tratti da paese pre-moderno. La cultura politica risente di secolari distacchi dai centri propulsori dello sviluppo intellettuale dell’occidente. Non esiste e non è mai esistita una destra liberale in Italia, degna di questo nome, e la sinistra non solo è stata comunista fino a pochi anni fa, ma non ha nemmeno fatto poi una seria riflessione storica sul suo passato, che ne identificasse i limiti e permettesse di disegnare un progetto rifondativo.
    L’Italia condivide con i partner occidentali più avanzati gli stessi problemi delle democrazie mature (decadenza del valore autonomo dei parlamenti rispetto ai governi, scarsa qualità del dibattito pubblico, appiattimento sulla gestione dell’esistente, immaturità decisionali, paralisi di fronte alla prepotenza tecnica della grande finanza deterritorializzata, ecc.) che i vari intervenuti nel dibattito hanno messo in evidenza, ma aggiunge di suo un grado insopportabile di mancanza di etica pubblica, e, soprattutto, l’ignoranza di massa dei principi fondamentali della democrazia rappresentativa che tanti libri di Bobbio descrivono. La maggioranza del personale politico di destra è totalmente avulso da qualunque problematizzazione del concetto di democrazia, e una parte troppo grande di quello di sinistra ha appreso solo a parole le lezioni del filosofo torinese scomparso dieci anni fa, per non dire dei cattolici impegnati in politica che quasi sempre mancano del senso della laicità dello stato.
    Quindi a rendere ancora più pericolosa la crisi italiana, e contemporaneamente appiattite la destra e la sinistra, è la scarsa qualità della cultura politica, causa prima della trasformazione a cui abbiamo assistito del sistema maggioritario in un “eterno” referendum “de una persona”, che rende il popolo una potenziale preda di qualunque avventuriero malintenzionato, sufficientemente scaltro da affermarsi sulla scena dei mass-media.

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