Vent’anni fa “Destra e sinistra”
Rileggiamo oggi la discussione

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Norberto Bobbio. Tanti sarebbero i modi per rendere omaggio al celebre filosofo torinese nominato anche, nel 1984, senatore a vita dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. I temi trattati da Bobbio sono, infatti, numerosi e di notevole spessore. Basti pensare al rapporto tra politica e cultura su cui è incentrato per l’appunto il testo del 1955 Politica e cultura o alla sua concezione della democrazia come metodo espressa nel volume Il futuro della democrazia del 1984. Tuttavia tra i numerosi testi pubblicati da Bobbio uno è diventato un vero e proprio best seller. Si tratta di Destra e Sinistra, pubblicato nel 1994 da Donzelli, che nell’arco di pochi mesi vendette ben 500mila copie innescando un ampio dibattito politico-culturale. Per questo un buon modo per ricordare il filosofo torinese è senza dubbio quello di mostrare come, a vent’anni dalla pubblicazione di quell’opera, il dibattito sulla dicotomia destra/sinistra, che proprio grazie all’opera di Bobbio assunse una notevole centralità, sia più che mai vivo. Prima di inoltrarci in questo “viaggio” tra le varie posizioni su questa tematica è doveroso ricordare la posizione del filosofo torinese.

Il nucleo della posizione di Bobbio è che la diade destra/sinistra ha ancora una validità e che essa si basa su un’altra dicotomia, quella diseguaglianza/uguaglianza. In sostanza la sinistra si legherebbe all’idea di uguaglianza e la destra a quella di disuguaglianza. Occorre però precisare che non stiamo parlando di concetti assoluti. Bobbio sottolinea che gli uomini sono tanto eguali che diseguali come mostra l’esempio della morte: tutti gli uomini muoiono ma ognuno in modo diverso. Così, come chiarito in Destra e Sinistra, «si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna; inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità».

Poco più avanti Bobbio chiarisce che «è proprio il contrasto tra queste scelte ultime che riesce, a mio parere, meglio di ogni altro criterio a contrassegnare i due opposti schieramenti che siamo abituati […] a chiamare sinistra e destra». Come massimo rappresentante dell’ideale egualitario il filosofo torinese pone Rousseau mentre per l’ideale inegualitario questo ruolo spetta a Nietzsche. Infine mi sembra opportuno sottolineare che per Bobbio la sinistra è egualitaria ma non è detto, e per lui non era nemmeno auspicabile, che fosse egualitarista. Infatti un movimento egualitario tende a ridurre le diseguaglianze mentre l’egualitarismo è da intendersi come eguaglianza di tutto in tutti. E la sinistra per Bobbio deve essere egualitaria ma non egualitarista: «Il concetto di uguaglianza è relativo, non assoluto. È relativo almeno a tre variabili di cui bisogna sempre tener conto […]: a) i soggetti tra i quali si tratta di ripartire i beni o gli oneri; b) i beni e gli oneri da ripartire; c) il criterio in base al quale ripartirli». La formula “tutto a tutti” per Bobbio e la sua proposta di socialismo liberale è dunque inaccettabile. In ogni caso la dicotomia eguaglianza/diseguaglianza, che come visto va sfumata e problematizzata, è alla base della possibilità di distinguere la destra dalla sinistra.

Numerosi sono gli autori che continuano a considerare valida anche nell’età della globalizzazione la diade destra/sinistra che, è bene ricordarlo, nasce all’epoca dalla Rivoluzione francese. Tali autori spesso propongono criteri identificativi delle due categorie politiche differenti rispetto a quelli proposti da Bobbio.

Gianni Vattimo – in La sinistra nell’era del karaoke – preferisce individuare l’identità della sinistra nella riduzione della violenza mentre quella della destra nella competizione, nella concorrenza e dunque, in certa misura, proprio nella violenza. Il filosofo precisa che «quando io parlo di violenza non mi riferisco solo all’uso di mezzi coercitivi e polizieschi, come quelli che furono tipici del fascismo. Penso ad una violenza più generale, a quella che può praticare una democrazia ispirata a valori di destra e che esalta la competizione». In realtà Vattimo non rifiuta la tesi bobbiana ma preferisce affiancare, per quanto riguarda la sinistra, alla tematica dell’uguaglianza quella della riduzione della violenza. Secondo il filosofo del pensiero debole ciò comporta dei vantaggi.

Quello della riduzione della violenza sarebbe infatti un criterio più immediato e diretto rispetto all’uguaglianza che va circostanziata in quanto «non si tratta di preferire l’uguaglianza in assoluto, ma l’uguaglianza secondo un criterio: di fronte alla legge, per il diritto di voto, il diritto alla salute e via dicendo». Ciò per non correre il rischio di cadere, come già Bobbio aveva messo in luce, nell’egualitarismo. Ed è proprio per evitare alla sinistra il rischio di essere identificata con “un’ideale grigio, quale potrebbe apparire l’egualitarismo” che Vattimo preferisce parlare di riduzione della violenza. Un’interpretazione che non convince fino in fondo Bobbio il quale obietta che «la riduzione della violenza è […] una caratteristica della democrazia, più che della sinistra. La democrazia è la riduzione della violenza perché permette, attraverso regole concordate, di risolvere i conflitti senza il ricorso ad essa, cioè attraverso la discussione e il voto». Ed ancora, l’autore di Destra e Sinistra sostiene che vi è una destra democratica che non ricorre alla violenza. Infine Bobbio rifiuta l’accezione negativa che Vattimo dà alla concorrenza, intesa come violenza. La concorrenza infatti può essere anche, in un sistema liberale, un elemento positivo.

La sopravvivenza della diade destra/sinistra è sostenuta anche da Carlo Galli il quale ritiene che non siano i contenuti a definire le due categorie politiche quanto piuttosto il modo con cui destra e sinistra rispondono a delle sfide, come quella posta dall’epoca moderna. Galli compie, in questa prospettiva, un percorso genealogico arrivando a sostenere che l’essenza delle due categorie politiche è da rintracciare nel loro modo di rispondere a quel disordine che caratterizzava l’alba della modernità. Il Moderno, per meglio dire, ha una doppia natura: da un lato è disordine dall’altro è portatore di una soggettività ordinatrice. In base alla genealogia proposta dal politologo emiliano la sinistra si lega al concetto di ordine mentre la destra a quello di disordine.

Per la sinistra, infatti, la realtà pre-politica può essere razionalizzata nella direzione della libertà e dell’uguaglianza facendo emergere, con l’azione politica, degli elementi normativi (i diritti) che sono insiti nella natura umana: «la sinistra non coincide con l’ipotesi della razionalità del reale, ma solo della sua razionalizzabilità intorno al soggetto, in termini di uguale dignità» (cit. Perché ancora destra e sinistra). La sinistra dunque “sposa” il lato dell’ordine e punta sulla centralità del soggetto come portatore di ordine. La realtà viene, infatti, ordinata per raggiungere il fine di soggetti ugualmente liberi di determinarsi. Al contrario la destra «è definita primariamente dalla percezione dell’instabilità del reale, della sua anomia, della sua mai piena ordinabilità: una contingenza, un disordine, che possono assumere l’aspetto […] dell’opportunità».

Galli ritiene che la diade è ancora valida in quanto anche nell’età della globalizzazione permangono dei tratti dell’età moderna: la politica è tutt’ora sospesa tra natura ed artificio ed il fiorire del soggetto continua ad essere la questione politica fondamentale. In un lavoro ancora più recente dal titolo eloquente, Sinistra, Galli si focalizza solo su uno dei due termini della diade. Secondo il politologo al giorno d’oggi occorre capire come la sinistra può rispondere al neoliberismo. Galli sottolinea che la politica è agire come Parte e contemporaneamente è provare a dare una direzione ad un Tutto. In tal senso la sinistra deve rispondere al neoliberismo individuando e rendendo protagonista quella Parte che ha subito il dominio del capitalismo ed attorno ad essa costruire un’egemonia. Tale Parte, in grado di esprimere un alto tasso di universalità, è quella del lavoro che nell’epoca del neoliberismo è stato sconfitto dal capitale: «la sinistra dovrà […] saper individuare un punto d’attacco concreto, una Parte – appunto, il lavoro – che […] intersechi la vita dei più; la Parte alla quale orientare, ripoliticizzandole, le istituzioni».

La sinistra dunque deve farsi carico di quella Parte che pur essendo particolare può esprimere un buon tasso di universalità e trasversalità. Essa, come detto, è individuata nel lavoro ed è composta da tutti coloro che subiscono i meccanismi del capitale e del neoliberismo. Se la sinistra si farà carico di questa Parte, cercando di creare una nuova egemonia, per Galli ne uscirà rafforzata anche la democrazia. Infatti il politologo sottolinea che il lavoro, a differenza di quanto sostiene il neoliberismo, non è un fatto privato ma ha una dimensione politica, sociale, relazionale. E la sconfitta del lavoro, che è precarizzato e privatizzato comporta una regressione ad una sorta di stato di natura con la conseguente sconfitta della democrazia. Insomma alla sinistra spetta il compito di mettere al centro il lavoro, attraverso un’operazione che Galli chiama new New Deal, e di creare un nuovo umanesimo che individui «nel lavoro e nel suo soggetto, la persona, il luogo del bisogno e dell’emancipazione, della libertà e della potenza».

La prospettiva di Galli, secondo cui la destra accetta il disordine della realtà mentre la sinistra vuole ordinarlo, è in parte simile a quella esposta da Ambrogio Santambrogio in Destra e sinistra. Un’analisi sociologica. Secondo il sociologo, nella modernità si perde la dimensione naturale dell’ordine sociale e ciò impone di delineare un ordine sociale costruito normativamente. Nella modernità, infatti, viene meno l’olismo ed il principio gerarchico a vantaggio di individualismo ed autonomia. Si crea così una tensione tra individualismo e socializzazione e la vera domanda posta dalla modernità è quella relativa al come mettere insieme universale e particolare. L’ordine sociale, insomma, non ha più una dimensione naturale ma va costruito. Per questo «occorre sottolineare che entrambe, sia la destra che la sinistra, sono normative, anche se in modo diverso. La prima rispetto a un dato, qualunque esso sia, che deve essere riconosciuto come imprescindibile; la seconda rispetto a una potenzialità, qualunque essa sia, che deve essere realizzata». La destra si lega dunque al dato, che comunque deve essere oggetto di una legittimazione normativa, laddove la sinistra lo vuole superare. L’originalità dell’analisi è evidente: spesso è solo alla sinistra che si associa l’approccio normativo mentre Santambrogio sostiene che entrambi gli elementi della dicotomia destra/sinistra sono normativi. La differenza è che il normativismo della destra è radicato nella realtà mentre quello della sinistra è esterno alla realtà.

Santambrogio sottolinea inoltre che la diade destra/sinistra è ancora viva su un versante politico in quanto rappresenta al meglio la natura bipolare della politica. Da un punto di vista sociale invece la dicotomia ha perso lo smalto dei vecchi tempi. In passato, infatti, vi era una relazione univoca tra il soggetto e l’organizzazione a cui esso delegava la sua rappresentanza. Per esempio la classe operaia votava per il partito operaio così come quella borghese per il partito borghese. Tuttavia nella post-modernità a causa di una società molto più complessa, fondata sulle pluri-appartenenze, non è automatico che un operaio voti per una formazione politica di sinistra così come non è scontato che un borghese scelga un partito di centrodestra. Un’analisi, questa di Santambrogio, che può trovare qualche conferma dalle analisi dei dati elettorali italiani: secondo un’indagine di Demos & Pi alle elezioni del 2013 il 40.1% degli operai ha votato per il M5S, il 25.8% per il centrodestra mentre solo il 21.7% ha scelto il centrosinistra. Tuttavia tale discorso non va assolutizzato. Si tratta di linee di tendenza più che di fenomeni assoluti.

Anche Marcello Veneziani riconosce ancora una validità, seppur minore rispetto al passato, alla dicotomia. Secondo il giornalista – in La cultura della destra – infatti «destra e sinistra hanno perso corpo e senso nella politica ma designano in modo impreciso due modalità pre-politiche, che riguardano cioè orientamenti e sensibilità di tipo culturale, esistenziale e sociale». Insomma destra e sinistra più che indicare con precisione dei programmi politici indicherebbero differenti mentalità. Veneziani passa poi a delineare queste diverse sensibilità pre-politiche sottolineando che «le culture della sinistra partono da un sogno e intendono viverlo nella dimensione della storia; le culture della destra invece separano la dimensione del sogno da quella della realtà e abitano nell’una o nell’altra, senza pretendere di correlarle o peggio di inverare l’una nell’altra». Per questo la sinistra si lega al concetto di utopia, da dover poi realizzare nel reale, mentre la destra si ancora al reale e ripone l’ideale in qualcosa che non può in alcun modo esser realizzato nella realtà: il mito.

Ernesto Galli della Loggia, invece, in una lunga intervista (Intervista sulla destra) pubblicata lo stesso anno di Destra e Sinistra di Bobbio si focalizza su un termine della diade e ritiene che caratterizzante della destra sia «la prevalenza sugli ordinamenti politici di valori non politici, ma storici, spirituali, psicologici». Di qui consegue, sottolinea lo storico, una “svalutazione radicale della politica”: per la destra la politica è infatti una necessità inevitabile ed il fine da conseguire sarebbe la sua abolizione. Inoltre, per Galli della Loggia, essere di destra significherebbe essere contro il proprio tempo laddove la sinistra vuole muoversi al passo con la storia.

Articolata appare, invece, la posizione di Luciano Canfora in Critica della retorica democratica. Egli, per un verso, condivide la proposta di Alessandro Pizzorno di distinguere la destra dalla sinistra basandosi sulla dicotomia esclusione/inclusione: «la sinistra, se vuole essere tale, si schiera per l’inclusione, per l’accettazione dell’altro, del diverso, dell’escluso. La destra invece esclude». Tuttavia Canfora ritiene anche che il passaggio del potere decisionale nelle mani di organismi economici sovranazionali ha radicalmente ridimensionato il significato della diade destra/sinistra travolta dal nuovo paradigma dell’efficienza. Il filologo barese ritiene, infatti, che destra e sinistra siano sempre più indistinte dal punto di vista della politica economica perché si è ormai imposto il paradigma dell’efficienza incarnato dagli organismi internazionali a cominciare dalla Banca centrale europea. Per questo «la ex discriminante destra-sinistra si è attestata sul piano del “gusto”, dello stile, delle predilezioni cinematografiche». Una situazione, quella così descritta, in cui Canfora ritiene indispensabile una rinascita della sinistra per opporre alla logica del profitto la causa della giustizia sociale.

La seconda ultima parte dell’articolo è qui.

  1. Nel nostro paese, attualmente governato da una sinistra erede del più grosso Partito Comunista occidentale, e con addirittura un presidente del consiglio (Gentiloni) proveniente dal Movimento Studentesco, Movimento Lavoratori per il Comunismo, Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, (e chi più ne ha più ne metta), la forbice tra ricchi e poveri è troppo divaricata, gli stipendi dei politici sono i più alti del globo, ma soprattutto i salari dei lavoratori (mi riferisco a quelli occupati) sono tra i più bassi dell’occidente industrializzato.
    Più che della solita incoerenza italica si tratta della sua ennesima tragicomica beffa!
    Norberto Bobbio ha certamente preso un granchio associando alla dicotomia destra/sinistra i valori di eguaglianza/diseguaglianza
    BIASIMO INVERSO

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