“Le auguro salute e uno sguardo saldo e fiducioso verso il futuro in questo mondo completamente cambiato (che non sarà più il mio)”. Era il 6 gennaio quando Jürgen Habermas mi scrisse queste parole in un messaggio che poteva sembrare soltanto un saluto per il nuovo anno. Oggi, con la sua scomparsa, quelle parole risuonano quasi come un testamento. Vi si ritrova la cifra che ha attraversato la sua vita: la capacità di guardare al futuro con fermezza e fiducia critica, anche quando i tempi si fanno incerti e la storia sembra prendere direzioni inquietanti.
Negli ultimi mesi Habermas viveva il dolore per la perdita della moglie Ute Wesselhöft, compagna di vita per oltre settant’anni, una donna che seppe vivere di luce propria. Il loro fu un legame profondo, umano e intellettuale insieme. Habermas le dedicò Teoria dell’agire comunicativo e ne ricordò con commozione il ruolo nella prefazione della sua ultima grande opera, Una storia della filosofia. Chi li ha conosciuti sa quanto quel rapporto fosse fatto di dialogo quotidiano, di attenzione reciproca e di una vita condivisa che accompagnava anche il lavoro filosofico.
Con lui si chiude davvero una stagione della filosofia europea. Apparteneva alla generazione cresciuta all’ombra del nazismo. Da giovane aveva visto il crollo morale e politico della Germania e la necessità di ricostruire una democrazia reale. Questa esperienza segnò profondamente il suo pensiero. La sua filosofia nasce proprio da lì: dalla convinzione che la democrazia non possa mai essere data per acquisita e che la ragione pubblica debba essere continuamente difesa contro ogni forma di autoritarismo e ogni possibile ritorno di quel passato.
Su questo sfondo si sviluppa la teoria dell’agire comunicativo, dove la ragione diventa polifonica e dialogica. Non si fonda sul dominio di una razionalità astratta, ma sulla possibilità del confronto tra interlocutori liberi e uguali, attraverso il linguaggio. Per Habermas la democrazia non è soltanto un insieme di istituzioni, ma un processo vivo: la formazione della volontà collettiva attraverso la discussione pubblica.
Questa idea non era soltanto una teoria. Era anche una pratica concreta. Ricordiamo il Kolloquium del lunedì sera a Francoforte, dove si incontravano studiosi provenienti da diversi Paesi e discipline, che si concludeva con una cena conviviale. In quelle discussioni non era il rango accademico a fare la differenza, ma la qualità degli argomenti. Dal dottorando al professore più affermato, tutti erano invitati a prendere la parola. Si partecipava a qualcosa di raro: una comunità di ricerca in cui il pensiero si costruiva insieme, attraverso un dialogo aperto, capace di accettare anche il disaccordo. Prendeva forma concreta l’idea habermasiana di una comunicazione libera dal dominio, in cui nessuno possiede la verità in anticipo ma tutti possono contribuire a cercarla.
Per gli studenti di Filosofia nell’Italia dei primi anni Ottanta, in un’epoca segnata dal terrorismo e dalla crisi delle grandi ideologie, Habermas rappresentava una risposta possibile. Il suo pensiero apriva la possibilità di ripensare la teoria critica in una prospettiva nuova, capace di tenere insieme filosofia, sociologia e teoria della democrazia.
Fino alla fine dei suoi 96 anni, non ha mai smesso di credere nella possibilità della democrazia, pur temendo il progressivo esaurimento dei serbatoi emancipativi della modernità, tale da spingerlo a comprendere le radici normative del pensiero post-metafisico, a partire dalle tradizioni religiose. Continuava a intervenire sul futuro dell’Europa, sui rischi della guerra e sulle trasformazioni della società contemporanea.
Nel 2019 fu invitato a Cortona per celebrare i suoi novant’anni, così come la pubblicazione della monumentale Storia della filosofia. In quell’occasione Habermas riconobbe con emozione che si trattava probabilmente del suo ultimo seminario pubblico. Fu un momento intenso, in cui si percepiva la gratitudine reciproca tra lui e la comunità di studiosi che negli anni si era formata attorno al suo lavoro. Nel 2025, Habermas ha ricevuto a Roma il Premio Antonio Feltrinelli per la filosofia, il più prestigioso riconoscimento dell’Accademia dei Lincei, da me ritirato a suo nome.
Di fronte alla sua scomparsa si potrebbe essere tentati di sentirsi orfani. Ma forse la lezione più profonda di Habermas invita a un’altra consapevolezza. Più che orfani, possiamo sentirci eredi di una tradizione critica che ci chiama alla responsabilità e al pensare non omologato. La sua eredità non consiste soltanto nelle sue opere, ma in un metodo: discutere, argomentare, ascoltare, difendere lo spazio pubblico contro ogni forma di dominio. Portare avanti questa eredità significa non limitarsi a studiare Habermas nelle università, ma praticare la democrazia nella vita pubblica, come cittadini e cittadine attivi, contro ogni dominio colonizzante.
Forse è proprio questo il senso più profondo di quell’ultimo messaggio: guardare al futuro con fiducia critica, anche quando il mondo cambia e sembra farsi più fragile. La ragione comunicativa continua infatti a vivere nelle comunità che continuano a esercitarla.
Questo articolo è stato in origine pubblicato sul Corriere della Sera il 15 marzo 2026.


