Nonostante il peso e la forza della scuola di origine – “la teoria critica” di Adorno e Horkheimer – la filosofia di Jürgen Habermas si è affermata subito come una diversa, indipendente impresa teorica. Il giovane dottorando di Düsseldorf che preparava la sua dissertazione sulla “sfera pubblica” stava cercando una direzione sua nel ridefinire il rapporto con l’eredità illuministica, con Kant, Hegel, Marx. E questa direzione prevedeva una rottura con il pensiero negativo e con la critica radicale dei Lumi, in cui i maestri di Francoforte vedevano la matrice paradossale della ragione calcolatrice, di una deforme strumentalizzazione dei rapporti umani, delle mostruosità del fascismo e del comunismo, di Hitler e Stalin. Per questo quando uscì, nel ’62, Strukturwandel der Öffentichkeit (Il mutamento strutturale della sfera pubblica, che sarebbe poi stato pubblicato in italiano come Storia e critica dell’opinione pubblica), Adorno prese le distanze da quel lavoro. In certo senso aveva ragione: quell’opera rompeva con il suo pensiero pur portando con sé, forte, il segno di una critica della mercificazione, della degradazione umana, dell’autoritarismo cieco che avevano afflitto e affliggevano l’Europa, ma dava a quella critica un segno positivo, non di abbandono ma di ripresa del progetto illuministico. E lo faceva in un modo originale e innovativo, e con una forza teorica, e presto anche politica, da intellettuale pubblico quale era, che avrebbe rigenerato l’idea stessa di democrazia.
Il primo passo del nuovo corso habermasiano è proprio questo: la scoperta della sfera pubblica come dimensione vitale per gli ordinamenti rappresentativi. Se la “rappresentanza” nelle società feudali indicava l’esibizione simbolica della grandezza del potere, la Versailles di Luigi XIV, con l’affermarsi del capitalismo e della borghesia si determina uno spazio libero, autonomo rispetto al potere dello Stato, quello di una vita pubblica dove si confrontano conoscenze, si scambiano informazioni, dove nascono i giornali, si discutono idee nei caffè e nei salotti e nei circoli. Al posto di una rappresentazione a senso unico del potere politico, subentra una libera conversazione, il dialogo e il contraddittorio. Questo ambito emancipato è il luogo di nascita dell’opinione pubblica. Ed è solo a partire da qui, da questo polmone che le fornisce ossigeno, che può essere concepita e che può iniziare la sua esistenza la moderna democrazia.
Di questa genesi dell’opinione pubblica l’opera di Habermas traccia una storia in modo tanto influente da spingere a una rilettura della stessa Rivoluzione francese e della storia politica inglese: se la Francia è il luogo di elezione dei philosophes e dei salons éclairés, il paese dove per primo Pierre Bayle formulò l’idea della modernità come “régime de la critique”, l’Inghilterra fornisce alla democrazia la matrice lockiana della “law of opinion”.
L’avvento dei mezzi di comunicazione di massa influenza la sfera pubblica in modo distorsivo perché tende a trasformare il pubblico di un’ideale conversazione illuminata in audience di consumatori. La commercializzazione della sfera pubblica ne corrode l’autonomia. In certo senso produce un ritorno a quelle forme di rappresentanza del potere (Versailles) che la Rivoluzione francese aveva spazzato via. Per questo si può parlare per Habermas sia di “rifeudalizzazione” della dimensione pubblica sia di “colonizzazione dei mondi vitali”, e cioè di invasione di ambiti privati, famigliari e dell’immaginario personale, da parte di poteri commerciali. La deliberazione pubblica e la stessa giustizia non saranno più la stessa cosa con l’avvento della televisione di massa.
Habermas riprendeva e sviluppava qui un tema caro alla teoria critica di Adorno (e Walter Benjamin, la “riproducibilità” tecnica e industriale), ma non lo faceva per lanciare un anatema su tutto il presente e per rimandare la salvezza in una lontana dimensione escatologica. La sua analisi critica è radicale, e fornirà ispirazione per tutto il secolo, e oltre, agli studi sui mass-media e i loro effetti sociali, nonché agli studi sulla democrazia e le sue deformazioni (da Karl Popper a Bobbio e Sartori. Curioso che proprio il conservatore Nicola Matteucci sia quello che più apertamente ha riconosciuto il debito con Habermas nella sua teoria dello Stato). Ma quella di Habermas è una prospettiva realistica, riformistica, terapeutica. Il modello ideale illuministico avrà sempre per lui un valore normativo: le condizioni di autonomia e libertà vanno difese quando sono minacciate e ricreate quando vengono annichilite dalle pressioni strumentali, commerciali o politiche. Il debito che la modernità ha nei confronti dell’Illuminismo non viene dunque cancellato, ma in certo senso rinnovato; quel progetto incompleto, contrastato, interrotto rimane un compito da riprendere e continuare indefinitamente.
Quell’opera giovanile conteneva in nuce l’intera opera filosofica, successiva, di Habermas, ma si trattava di un lavoro da compiere sviluppandolo sia in direzione di una teoria deliberativa della moderna democrazia, nelle sue forme complesse della rappresentanza e del pluralismo organizzato, sia in direzione di una teoria della conoscenza. E il filosofo compirà questo lavoro attraverso le fasi successive di Conoscenza e interesse (1971), poi con la Teoria dell’agire comunicativo (1981). Metterà poi a fuoco nelle opere successive la fondazione deliberativa del diritto (con Fatti e norme, 1992), sempre a partire da una concezione della razionalità che ha le sue basi nella relazione intersoggettiva basata sulla comunicazione umana attraverso il linguaggio. Tornerà poi sul tema della prima opera, che, diceva, resta il suo maggior successo editoriale (fortunata tesi di dottorato!) e lo farà in questi ultimi anni, fino all’ultimo operoso, nell’aggiornatissimo Nuovo mutamento della sfera pubblica, (R.Cortina 2023, a cura di Marina Calloni), dedicato ai social, allo sgretolamento e polverizzazione della sfera pubblica, afflitta dalle “echochambers”. Malauguratamente, notava Habermas, non c’è quasi più distinzione professionale tra autori e consumatori di informazione, con la conseguenza che la polarizzazione partigiana divora la dimensione deliberativa delle democrazie.
Habermas non ha mai abbandonato l’idea che la “sfera pubblica”, intesa come area di libero e autonomo confronto di opinioni tra soggetti aventi uguale dignità e messi di fatto nelle condizioni di discutere le questioni rilevanti per la comunità costituzionale, sia insostituibile. Obiettivo permanente della politica, della legislazione, delle nostre cure di cittadini dovrebbe essere sempre la difesa e la rigenerazione dell’Öffentlichkeit, che si tratti di misure antitrust, di proteggere la libertà, il pluralismo, di difendere i cittadini dalla paura o da bisogni estremi.
Il deficit normativo, l’insufficienza delle risorse morali e cioè delle energie per riattivare una sana sfera pubblica, ha spinto negli ultimi vent’anni il pensiero di Habermas in una direzione che lui stesso ha definito “postsecolare” in un celebre dialogo con il cardinale Ratzinger nel 2004. Di fronte all’evidente impoverimento delle risorse coesive dello Stato liberale e al paradosso per cui, per la sua stessa natura, un ordinamento libero e secolare non semina moralità ma la consuma, Habermas in una serie di opere dedicate al dialogo tra religione e sapere guardava alla possibilità di chiamare in soccorso delle moderne società i valori normativi, i “depositi semantici” come li chiamava, riposti nella fede, a condizione naturalmente che non siano violati i principi istituzionali della laicità.
Di più, posto di fronte al generale sconcerto per il vacillare della democrazia in gran parte del mondo, anche nelle sedi più storicamente collaudate, il filosofo si è posto un interrogativo ancora più radicale sul tema del “deficit normativo” e su dove nella storia del pensiero umano si siano trovate e raccolte le energie che hanno spinto il progresso, dalla barbarie e dal caos fino alla carta dei diritti umani e al sogno kantiano di una democrazia che trionfasse universalmente. Ed ha riesaminato la storia della filosofia in una ricerca che lo ha impegnato nei dieci anni tra i suoi ottanta e novanta. Una storia del pensiero che è una storia dello stock normativo dell’umanità, in parole più semplici, della forza morale che ha spinto il progresso dall’epoca assiale (Buddha, Confucio, le Upanishad, Socrate) all’Impero romano, al Medioevo cristiano, fino ai Lumi e ai giorni nostri. (Storia della filosofia. La costellazione occidentale di fede e sapere. Feltrinelli 2024) Sono le ultime pagine, fitte e numerose, della sua eredità.
È tornato spesso sul punto, anche di recente, con la stessa energia del 1962: “Vediamo come, persino in Occidente, procedure e istituzioni democratiche possano ridursi a vuote facciate se viene loro a mancare una sfera pubblica funzionante”. E quando si trovava di fronte alle tendenze “centrifughe” dei social, insisteva sulla necessità di “concentrare l’attenzione” su poche questioni politicamente importanti, cosa per la quale occorre saper scegliere. E concludeva che “nel mare magnum dei rumori digitali” nient’altro ci può salvare che “le competenze del buon vecchio giornalismo, oggi non meno indispensabili di ieri”.
Questo articolo è stato in origine pubblicato su Repubblica il 15 marzo 2026.
Immagine di copertina: Jürgen Habermas durante un discorso al Palazzo Reale di Amsterdam, Olanda, il 6 novembre 2013. (Foto di Jerry Lampen / ANP / AFP)


