L’ultima volta che Seyla Benhabib ha visto Habermas è stata nel dicembre scorso. “Sono andata a trovarlo in Germania. Era come sempre perfettamente consapevole di ciò che accade nel mondo”, ricorda la filosofa turco-americana. Docente alla Columbia di New York, nota per gli studi sui diritti individuali (tra i suoi saggi, I diritti degli altri, per Raffaello Cortina e Cittadini globali, edito da il Mulino) è ritenuta una delle eredi più brillanti di Habermas, qui riflette su come il suo maestro ci ha “insegnato a portare la filosofia fuori dalle aule universitarie e nel mondo in cui viviamo”.
Perché Habermas è stato così centrale per il pensiero del XX secolo?
“In primo luogo, per il suo coraggio. Il coraggio di un ragazzo cresciuto nel Terzo Reich, durante il nazismo, che per tutta la vita si è chiesto: ‘Come è potuto succedere? Come possiamo evitare che accada di nuovo?’. Dopo la guerra, divenne adulto in un Paese che non voleva ricordare, che seppelliva il passato con il silenzio e il duro lavoro, ma lui fu capace di mettere in questione Heidegger, le sue asserzioni sulla Storia e sulla tecnologia. Non ha mai smesso, attraverso la teoria critica, di fare quest’operazione fondamentale: calare la filosofia nel tempo presente, insegnarci a chiederci che cos’è la repressione, quale potenziale emancipatorio ha la nostra società e altre domande di questo genere. Credo che il mio lavoro sui diritti sia nato da questo, combinando il suo pensiero e quello di Hannah Arendt”.
Democrazia partecipativa, sfera pubblica, dibattito razionale. Che posto hanno in questo momento storico così tragico e conflittuale le parole d’ordine della sua riflessione?
“La situazione in cui ci troviamo è una trasformazione radicale delle istituzioni fondamentali che sono state costruite dopo la Seconda guerra mondiale, e in molti modi è una regressione. Ma vorrei sottolineare che non si tratta soltanto di un problema di geopolitica. Si tratta piuttosto di una minaccia più radicale al nostro stesso essere umani, e le categorie che Habermas ha introdotto nella sua riflessione filosofica ci aiutano a comprenderlo”.
In che modo?
“Se perdiamo il dibattito razionale, se non possiamo più distinguere tra la verità e la propaganda, tra verità e post-verità, non solo perderemo le democrazie ma anche qualcosa di fondamentale, nella socializzazione umana e nella natura umana, andrà perduta. Vediamo tutti, ad esempio, che il presidente Trump ha una personalità narcisistica, che non distingue tra ciò che vuole credere e ciò che accade davvero. Ciò è pericoloso, perché è fondamentale per i bambini, poi per gli adulti, essere in grado di distinguere tra se stessi e le loro fantasie e il mondo. Mi pare che i social media stiano minando questa capacità epistemologica di chiedersi dove finisco io e dove inizia la realtà. Se la perdiamo, se perdiamo la capacità di confrontarci, dibattere realmente, questo è un problema per i sistemi democratici e anche per la psiche umana. Credo che anche in questo Habermas sia stato geniale: ha saputo trasformare un tratto autobiografico, essere cresciuto da bambino in un mondo dominato dalle bugie della propaganda hitleriana, in una chiave per leggere la contemporaneità ma anche la natura umana”.
Tornando all’attualità: pensa che negli ultimi anni avesse perso fiducia nell’unità dell’Europa, la sua grande battaglia? Come viveva l’allontanamento dagli Stati Uniti degli ultimi tempi?
“Credo fosse preoccupato dai tempi dell’appello per l’Europa unita firmato con Derrida. Era il 2003 e c’era la guerra in Iraq: già da allora sentiva che il peso dell’Europa stava diminuendo. Poi di recente lo ha spaventato l’allentarsi dell’asse euroatlantico. Ma credeva nel dialogo molto profondamente”.
Che eredità lascia ai giovani filosofi, e ai giovani in generale?
“Ci ha insegnato a non smettere di pensare, e anche a credere che quel pensiero sia fondamentale, che non siamo irrilevanti. Il mondo non è solo quello della realpolitik, del compromesso e dell’ideologia. Il pensiero filosofico ha contribuito a sviluppare le istituzioni per questo mondo. Dobbiamo continuare a essere coinvolti”.
Questo articolo è stato in origine pubblicato su Repubblica il 15 marzo 2026.


