Il terremoto di Haouz: ricostruire
una regione martoriata

Sono passati cinque mesi dal terremoto che l’8 settembre 2023 ha colpito le province di Al Haouz, Marrakech e Safi, in Marocco. Conosco quelle zone, le frequento fin dall’infanzia. L’epicentro del sisma, il più devastante nella storia del Paese, era a soli 72 chilometri da Marrakech, a Ighil, un comune rurale di 5mila abitanti nella provincia di Al Haouz. Al Haouz sorge nel cuore dell’Alto Atlante, i 38 comuni rurali che lo compongono sono sparsi su un’estensione di territorio montagnosa, difficile da raggiungere anche in tempi normali. Soffre da sempre dell’insufficienza delle infrastrutture e dei servizi. Una marginalizzazione che il terremoto ha aggravato e che rischia di prolungarsi, nonostante i bei propositi di ricostruzione che il governo marocchino non fa che ripetere.

Sono tornato in quei luoghi il giorno cento. Porto in me delle fragilità e dei ricordi intimi legati al terremoto. Nel 2004 durante un soggiorno nel mio Paese, ero ancora studente a Siena, il caso volle che mi trovassi ad Al Hoceima la notte stessa in cui la città e la regione del Rif furono colpite da un tremendo terremoto che provocò più di 700 vittime e ingenti danni. I miei familiari e io eravamo in mezzo alla distruzione, in uno stato di shock, incredulità e paura. In seguito a quell’episodio mia sorella, che viveva in città, soffrì per anni di attacchi di panico e fece di tutto per ottenere un trasferimento. Dopo un sisma, la vita non smette più di tremare. Il terremoto è una ferita aperta nel profondo della terra e delle anime.

Cento giorni è stato forse il tempo di cui avevo bisogno per elaborare il lutto. Pensavo che il terremoto di Al Hoceima sarebbe stato un episodio isolato nel corso della mia esistenza. Uno di quei fatti che ci ricordiamo tutta la vita e che qualche volta raccontiamo non senza un po’ di orgoglio e finto eroismo. Alle ore 23 e 11 minuti dell’8 Settembre 2023 crolla questa certezza.

 

Il terremoto visto da Casablanca

Quella notte ero a casa dei miei genitori. La prima scossa squarciò il silenzio della mia stanza. Capii subito che si trattava di un terremoto. Una scossa dura pochi secondi, ma per chi ci si trova nel mezzo sembrano un’eternità. La seconda scossa fu anche più tremenda, fece saltare la luce. Scesi correndo nel piano di sotto dove si trovavano i miei genitori, erano svegli ai piedi del letto. Da fuori cominciava ad arrivare il trambusto e l’agitazione della gente mentre si riversava per strada. Tutti i residenti dell’isolato stavano lasciando le loro case, tutta Casablanca con i suoi cinque milioni abitanti, gran parte del Marocco quella notte stava cercando di mettersi in salvo e avrebbe passato la notte per strada.

In Marocco abbiamo una certezza: complici il clima piacevole e un certo fatalismo crediamo di vivere in un paese protetto dalle calamità naturali. Nella mente dei marocchini i terremoti, i cicloni, gli tsunami sono fenomeni legati a terre lontane ed esotiche, ma anche questa certezza si rivela falsa. In poco più di 60 anni i marocchini hanno vissuto tre terremoti devastanti, moltissime alluvioni e diverse stagioni di siccità. Inoltre la desertificazione e il dissesto idrologico sono realtà odierne con cui dover fare i conti.

Un milione e 600mila persone sono state colpite dal sisma, che ha causato circa 3mila vittime e la distruzione o il danneggiamento di almeno 50mila case. Questo significa la perdita degli averi e dei risparmi di una vita, dei documenti, dei mezzi di sostentamento, dei mezzi di lavoro, a volte del posto di lavoro, dei punti di riferimento e del tessuto sociale. Lascia orfani, vedovi e vedove, famiglie spezzate e altre completamente decimate. Ai sopravvissuti a volte non servono solo i beni di prima necessità ma anche il sostegno per ricostruirsi una vita e un’identità.

Gli aiuti e il ruolo degli influencer

Nelle prime settimane dopo la catastrofe abbiamo vissuto un momento incredibile di solidarietà e di mobilitazione a favore dei terremotati. Lo slancio di generosità della gente comune ha anticipato l’intervento della protezione civile e dell’esercito. Già dalle prime ore del mattino in centinaia si erano organizzati con camion, macchine proprie e mezzi di fortuna per far arrivare gli aiuti. La decisione del governo marocchino di non accettare le offerte d’aiuto da parte di molti Paesi del mondo, in testa la Francia – in calo di popolarità a cause delle divergenze politiche che da anni segnano i rapporti tra Rabat e Parigi – ha rafforzato questa spontanea generosità fino a generare un forte senso di appartenenza. Con il terremoto dell’Al Haouz abbiamo assistito infatti a qualcosa di diverso rispetto a tutti i precedenti momenti difficile che il Paese ha attraversato. La stessa attenzione mediatica si è concentrata anche sulla reazione positiva del popolo e delle autorità marocchine.

Oltre all’indole generosa della popolazione, c’è da dire che il terremoto di magnitudo 7 ha fatto tremare gran parte del Marocco, incluse le metropoli di Casablanca, Rabat e Marrakesh. Non era più un evento lontano di cui si sente parlare ma che non ci riguarda, ha scosso la terra sotto i nostri piedi e ha fatto tremare le pareti delle nostre case e certezze. Ormai inoltre la società marocchina vive nell’era digitale, ad appassionare i marocchini e orientare l’opinione pubblica non sono più i partiti politici, i sindacati o le associazioni. Nell’era della depauperazione della militanza politica, delle lotte sindacali o del volontariato civico sono le dirette Facebook dei seguitissimi e famosi tiktoker e youtuber, i blog Instagram dei vari influencer, armati di smartphone e dal linguaggio semplice e sensazionalistico a rappresentare la primaria fonte di opinion maker del Paese. Internet e i social network sono stati una decisiva cassa di risonanza per attirare un’enorme quantità di aiuti da parte di aziende, personaggi famosi, associazioni e marocchini comuni.

Assistevo a tutto ciò con un misto di orgoglio e di preoccupazione. Da una parte provavo un certo sollievo perché c’era bisogno di questa coesione e c’erano delle ricadute positive sulle popolazioni terremotate in un momento in cui avevano bisogno di tutto. Dall’altra parte temevo che, allo scadere delle manie d’esibizionismo degli uni e di voyeurismo degli altri, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Una volta l’attenzione si sarebbe spostata su altro cosa ne sarebbe stato dei terremotati, soprattutto durante la stagione invernale dove le temperature scendono sotto zero?

 

La raccolta fondi e i preparativi per il viaggio     

Mi sono trovato al centro di una raccolta fondi rispondendo all’invito del mio maestro di meditazione che ha riunito i suoi accoliti in due veglie spirituali. Il ricavato è stato impiegato per l’acquisto di attrezzature per l’illuminazione e radioline a energia solare e per attrezzature informatiche. Per far recapitare questi doni ci siamo appoggiati all’associazione Jood Ong, che si era distinta in periodo Covid-19 nell’assistenza ai senzatetto.

Prima di tornare nell’Al Haouz prendo i contatti con Hind Laidi, fondatrice e presidente di Jood Ong. Mi dà appuntamento in un deposito nella periferia di Marrakech. Dietro alla sua scrivania noto subito una gigantografia della zona dell’Al Haouz. Pur conoscendo bene la zona, scopro per la prima volta i nomi di alcuni villaggi di cui non avevo mai sentito parlare prima. Hind Laidi mi dice che questo terremoto ha avuto almeno il merito di aver fatto conoscere ai marocchini parti del loro Paese a loro sconosciute. Laidi stessa fino a quel momento ha operato soprattutto a Casablanca.

Mi trovo subito in sintonia con questa donna. È diretta e pragmatica, dai suoi grandi occhi blu trapela una luce che riflette tenacia. Dopo cento giorni, Jood Ong – dice Laidi – è l’unica associazione che opera ancora sul territorio con una sede fissa. Dopo che l’esercito e la protezione civile hanno preso le redini delle operazioni di soccorso e assistenza e con il calare dell’attenzione, il pellegrinaggio dei volontari e dei curiosi è andato scemando.

Jood Ong continua a distribuire generi alimentari a decine di migliaia di famiglie, è riuscita a predisporre 138 prefabbricati per ricollocare le famiglie più fragili, ha messo a disposizione una roulotte che gira per i paesini attrezzata per docce e medicazioni. Oltre alle necessità primarie l’associazione favorisce l’organizzazione dei momenti ricreativi per i più piccoli e delle attività terapeutiche per i sopravvissuti. Mi dice convinta che il suo posto è qui, e che si sta organizzando per trasferirsi a Marrakech almeno per i prossimi tre anni.

Il viaggio nell’Al Haouz

Lascio Hindi Laidi e decido di inoltrarmi nell’Al Haouz. Prendo la provinciale 223 che da Marrakech va verso Ighil traversando Tahanaout, Moulay Brahim e Esni. Al Haouz è una zona berbera, popolo il cui nome nome che deriva dal greco barbaros, straniero. Oggi, questi primi abitanti del Marocco si stanno riappropriando del loro antico nome: amazigh, uomo libero. Hanno gelosamente custodito la propria lingua e identità per oltre 5mila anni. Il terremoto ha lasciato circa 300mila persone senza un tetto sopra la testa. Il governo ha stanziato 140mila diham marocchini (circa 14mila euro) per le abitazioni completamente danneggiate e 80mila dirham marocchini (circa 8mila euro) per le abitazioni gravemente danneggiate. Inoltre ha destinato 30mila dirham marocchini per ogni nucleo familiare colpito.

Nelle settimane successive al terremoto comitati tecnici composti dai rappresentanti delle autorità locali hanno cominciato a ispezionare le abitazioni per stabilire le liste degli aventi diritto al risarcimento. Questi comitati hanno sollevato molte polemiche: l’accusa è di mancare di comunicazione e trasparenza in un Paese dove la corruzione è ancora dilagante e in una regione in cui il concetto di proprietà privata è recente. Ancora oggi la situazione catastale di moltissimi terreni è ambigua. Le famiglie da queste parti potevano stabilirsi dove volevano seguendo logiche familiari e tribali. Spesso sono qui da generazioni, alcuni da secoli, ma non possiedono nessun atto di proprietà. Si tratta generalmente di famiglie povere che vivono di coltivazione di piccoli appezzamenti di terreni, di raccolta di alberi di frutta e di allevamento di pecore.

Il contesto è molto dispersivo e il terremoto ha messo in luce le difficoltà di accesso ai douar (paesini) annidati in cima alle montagne con sentieri stretti che non permettono il passaggio dei mezzi. Una situazione che rende difficile ridotare di servizi primari (ospedali, scuole, acqua potabili…) i 34mila paesini lontani l’uno dall’altro e con una densità demografica ridotta a pochi nuclei. Gli edifici nella maggior parte di questi villaggi sono costruiti con metodi tradizionali a mani nude, utilizzando spesso la torba, un impasto di argilla mescolato a paglia e colato tra due assi di legno. In altri villaggi si usano pietre secche ammassate una sull’altra, senza cemento. È un’arte di costruire e abitare ancestrale, sono case termofisiche (calde in inverno, fresche di estate) ed economiche per una popolazione che non può permettersi cemento e ferro, ma anche molto fragili. Quando le famiglie si allargano, si aggiungono altri piani senza rinforzare il piano terra. La realizzazione di una casa costituisce da queste parti un’occasione in cui tutti gli uomini partecipano alla realizzazione delle fondazioni, viene sacrificato un montone e tutti gli abitanti sono invitati a condividere un cuscus.

Per costruire è necessario richiedere delle autorizzazioni. Ma la legge richiede almeno un ettaro di terra e sono pochi gli abitanti delle montagne che ne possiedono così tanta, perciò spesso le costruzioni sono abusive e le autorità chiudono un occhio con delle tangenti. A volte la famiglia vive da generazioni su terreni che non le appartengono. Dal 2011, le norme edilizie antisismiche si applicano a tutti gli edifici, tranne quelli che utilizzano tecniche tradizionali (legno, paglia, palme, fango), inoltre non si applicano agli edifici di un piano per uso professionale o domestico con una superficie non superiore a 50 metri quadrati.

Faccio una sosta vicino a Tahanaout parlo con le persone accampate in tenda sul ciglio della strada. Non ho tanta voglia di evocare ricordi dolorosi, ma la discussione va sempre verso il terremoto e quella fatidica notte dell’8 settembre, nonostante il dramma le persone con cui parlo lasciano trapelare una grande dignità e rassegnazione.

Continuo a guidare in direzione di Moulay Brahim, sono stato molte volte in pellegrinaggio per il santo patrono del villaggio. Le tracce del terremoto cominciano ad essere evidenti, appena si arriva alla salita che porta verso il centro. Qui le case sono quasi tutte lesionate. Nella zona che si chiama Zawyya, le case sono crollate in vario modo, come schiacciate da un gigante indifferente e vorace. Se c’è una facciata intatta, basta fare un giro intorno alla casa per scoprire che sono state colpite le altre. Se sui quattro lati non ci sono crepe, il terremoto ha fatto sì che dove c’erano le scale, adesso c’è un buco profondo. La piccola moschea e l’antico santuario che risalgono al 1600 e che in tempi normali sono pieni di fedeli e pellegrini in cerca di miracoli o di redenzione sono state silenziate dal terremoto. In passato anch’io ho acceso dei ceri qui. Su un angolo del santuario ridotto in macerie ormai trovo un mezzo cero. Lo accendo per tutti.

 

Nel ghetto ebraico di Marrakech

Il Nobel Elias Canetti e tanti altri hanno scritto di questo storico e mitico luogo. Il Mellah (il quartiere ebraico) di Marrakech è stato fra le zone più danneggiate nella città d’ocra. Anche qui la memoria mi porta verso i ricordi d’infanzia quando d’estate venivo in visita ai parenti che abitavano nella vecchia medina. Marrakech è una città-mondo, ti avvolge in un’atmosfera fiabesca e gioiosa, si prende quasi cura dei suoi visitatori. La città dei sette santi che non smetteva di vibrare neanche di notte e la cui piazza di Jamaa Lefna era una destinazione per i turisti di tutto il mondo è stata martoriata negli ultimi anni. La città aveva perso il suo brio già sotto Covid-19. Ora il terremoto ne colpisce il cuore.

Camminando per il Mellah mi lascio avvicinare da un abitante del posto che mi propone di farmi da guida. In tempi normali avrei rifiutato, ma questa volta accetto volentieri. L’uomo è assai malandato, di un’età indefinibile, mi racconta che lavorava nel turismo, ma che i turisti ora tardano a tornare. Facciamo un giro nel quartiere di Simeone, è stato fra le aree più danneggiate del Mellah, qui cinquanta famiglie hanno dovuto abbandonare le loro case e sono ancora ospiti di una struttura messa loro a disposizione dal comune. Ogni giorno tornano nel quartiere per rassicurarsi che le loro case siano ancora in piedi. La mia tristezza viene un po’ addolcita quando, girando l’angolo, mi trovo davanti alla storica sinagoga Salat Al Azama, con le porte spalancate nonostante le macerie e il rischio di crolli. Mi sembra come un segnale di resilienza e speranza per Marrakech e per l’Al Haouz.

Tutte le immagini di Rabii El Gamrani, ogni diritto di riproduzione è riservato. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *