Il ruolo del Qatar tra Israele e Hamas:
Trionfo diplomatico o doppio gioco?

Il Qatar è un piccolo Paese del Golfo che è tornato recentemente alla ribalta come mediatore nella crisi degli ostaggi tra Hamas e Israele, grazie alle buone relazioni intrattenute sia con Washington e Tel Aviv che con i movimenti della Fratellanza musulmana nel mondo arabo, di cui Doha rappresenta il principale sponsor nella regione. In effetti, a oggi è riuscito a realizzare l’unico scambio di prigionieri riuscito tra Israele e Gaza, ottenendo il rilascio di 121 ostaggi in cambio di 240 prigionieri politici palestinesi e una tregua di sette giorni che ha beneficiato Hamas e favorito l’arrivo di aiuti umanitari, drammaticamente necessari, nella striscia.

Il capo del Mossad, David Barnea, si sarebbe poi incontrato ripetutamente in Europa (a Oslo e poi Varsavia), grazie alla mediazione della Cia, con il primo ministro Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, per un nuovo ciclo di negoziati finalizzato al rilascio di ulteriori prigionieri (ne restano ostaggi altri 129), ma il nuovo tentativo sarebbe naufragato a causa della scelta strategica del Gabinetto di guerra israeliano di non accordare ulteriori tregue ma spingere, al contrario, per un’intensificazione dell’operazione militare di terra anche nella parte meridionale della striscia. Una scelta, per altro, fortemente osteggiata da una parte dell’opinione pubblica israeliana, che è scesa già due volte in piazza a Tel Aviv per chiedere le dimissioni di Benyamin Netanyahu e la priorità del rientro degli ostaggi.

Il Qatar si sta distinguendo come uno dei pochi “vincitori” nella guerra ancora in corso, presentandosi come l’unico mediatore in grado di conseguire risultati concreti, offrendo la sua disponibilità per la ripresa di eventuali negoziati qualora il governo israeliano dovesse cambiare linea politica su pressione dell’opinione pubblica nazionale o della comunità internazionale, che però stenta ad affermare una propria voce, come si è evinto dall’ultima risoluzione (Res. 2720/2023) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che doveva portare a un cessate il fuoco ma ha, invece, autorizzato solo l’invio di più consistenti aiuti umanitari nella striscia.

Il piccolo emirato del Golfo non si offre per la prima volta come mediatore neutrale nel conflitto arabo-israeliano: nel 2010 ospitò una conferenza finanziata dalla Qatar Foundation tra esperti di area e membri dei servizi segreti di Stati Uniti, Israele e Hamas a Doha, per avviare i contatti politici che portarono al rilascio del soldato Gilad Shalit, detenuto dal 2006 nella striscia di Gaza, in cambio della liberazione di 1.024 prigionieri palestinesi, aiutando così Hamas a conseguire uno dei suoi maggiori successi politici e mediatici presso l’opinione pubblica palestinese.

Da allora, il Qatar si è offerto di ospitare l’Ufficio politico di Hamas con il pretesto ufficiale di mantenere dei canali negoziali indiretti tra Stati Uniti e Hamas in caso di eventuali conflitti a Gaza e per evitare che l’Organizzazione islamica palestinese trovasse ospitalità presso i nemici dell’”Asse della resistenza, un’alleanza composita di Paesi (Iran e Siria di Bashar al-Assad), milizie sciite (Hezbollah libanese), partiti palestinesi islamisti e non (Hamas, il fronte popolare per la liberazione della Palestina, la Jihad islamica) in Libano, milizie sciite pro-iraniane attive in Iraq e Siria (Popular Mobilization Forces, Kata’ib Hezbollah, Hashd al-Shaabi, Harakat al-Nujaba, Liwa Fatemiyoun, Liwa al-Baqir), tutte coordinate a distanza dai Guardiani delle Rivoluzione islamica (Islamic Revolutionary Guards Corps, IRGC) di Teheran. Doha è riuscita così a coltivare legami privilegiati con importanti capi politici dell’organizzazione come Ismail Haniyeh, Khaled Mashaal e Abu Marzouq, tutti residenti a Doha, e a offrirsi come stabile finanziatore del governo della striscia dal 2016, con 30 milioni di dollari al mese per il pagamento dei salari della pubblica amministrazione, del carburante e per il sostegno alle famiglie più indigenti tramite assegni mensili di cento dollari ciascuno.

Tuttavia, in un tentativo di equilibrismo nella rappresentanza dei frammentati interessi palestinesi, il Qatar ospita anche l’ex deputato alla Knesset del partito nazionalista Balad, Azmi Bishara, a cui ha affidato la conduzione di una nuova emittente televisiva – Al Araby Television Network, che trasmette in arabo da Londra – considerata vicina alle posizioni dell’“Asse della resistenza” (e in particolare ad Hezbollah) e che punta a contrastare la rivale e ben più nota emittente Al-Jazeera, affiliata ai Fratelli Musulmani, segnalando un tentativo di apertura regionale oltre la “logica dei blocchi”.

In effetti, è il pragmatismo oltre le ideologie dominanti e le alleanze regionali la vera risorsa che il Qatar può esibire in un Medio Oriente diviso in due blocchi contrapposti, scanditi da una rivalità tra grandi potenze regionali – in particolare tra Iran e Arabia Saudita – ulteriormente intensificata dalle mai concluse guerre in Siria e in Yemen. Nondimeno, è lo stesso Qatar ad aver alimentato conflitti regionali dopo le Primavere arabe, provocando nel 2017 la spaccatura con il “quartetto” (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto) a causa dei suoi tentativi di ingerenza negli affari interni degli altri Paesi arabi, orientati a fomentare rivolte di piazza organizzate dai rispettivi movimenti della Fratellanza musulmana. Se la rottura diplomatica e commerciale tra i Paesi del Golfo (più Egitto) è formalmente rientrata nel 2021, il Qatar non ha ottemperato a nessuna delle tredici richieste avanzate dai Paesi arabi per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, tra cui figuravano l’interruzione dei rapporti con l’Iran e i suoi proxy (Hezbollah in primis), ma anche l’ospitalità concessa a transfughi e dissidenti arabi di tutte le nazioni vicini alla Fratellanza Musulmana, e il supporto finanziario a gruppi radicali come Daesh e persino al-Qa’eda.

Non a caso Doha è ancora considerata un fattore di destabilizzazione nella guerra in Siria, dove finanzia Hayat Tahrir al Sham e altri gruppi jihadisti attivi nella provincia ribelle di Idlib, nel nord ovest del Paese, che il regime di Assad non riesce a riconquistare militarmente nonostante continui bombardamenti. Ciò nonostante il principe ereditario di Riyadh, Mohammed Bin Salman, ha ritenuto fosse necessario superare i vecchi antagonismi regionali in considerazione della mancanza di una copertura militare forte da parte degli Stati Uniti, che avrebbe lasciato gli Stati del Golfo soli in un eventuale confronto diretto con l’Iran – da cui sarebbero usciti militarmente sconfitti. Ha, dunque, cambiato corso riavvicinandosi consecutivamente al Qatar (2021) e a Teheran (marzo 2023) e riammettendo la Siria di Assad nella Lega Araba (maggio 2023).

Doha ha ampiamente beneficiato nelle sue relazioni diplomatiche, a livello regionale e non solo, dall’accoglienza dei mondiali di calcio 2022, la cui cerimonia di apertura ha visto riuniti tutti i maggiori capi di Stato e di governo della regione, tra cui antichi rivali come l’emiro di Dubai Mohammed bin Rashid al-Maktoum e quello di Dubai Mohammed bin Zayed Al Nahyan, i cui rispettivi emirati hanno indirettamente beneficiato del traffico aereo e turistico globale in direzione di Doha, nonostante la loro aperta competizione come potenziali mediatori nei negoziati tra Stati Uniti e talebani in Afghanistan, di cui Doha ospita una rappresentanza politica dal lontano 2010.

Se il Qatar ha riconquistato una certa legittimità a livello regionale e internazionale anche grazie a eventi internazionali come i mondiali di calcio, è bene ricordare che Doha resta un attore spregiudicato nelle relazioni internazionali, slegato da logiche di appartenenza e battitore libero (o, perlopiù, alleato con la Turchia di Erdoğan) privo di qualsiasi approccio normativo nella comunità internazionale. Tensioni e scandali hanno infatti preceduto non solo l’organizzazione dei mondiali di calcio, al centro della bufera mediatica insorta intorno alla scoperta di sistematiche pratiche di corruzione di deputati del Parlamento europeo (luglio 2022) in cambio di un miglioramento dell’immagine del Paese nei media europei, del boicottaggio di una risoluzione dell’ Eurocamera critica delle violazioni dei diritti umani dei lavoratori stranieri impiegati nella costruzione degli avveniristici impianti sportivi e di un’esenzione dai visti per i cittadini qatarini in viaggio in Europa.

Nondimeno, a preoccupare l’Unione Europea non sono solo le ingerenze dirette ma anche i finanziamenti indiretti di fondazioni e Ong vicine al governo di Doha per la costituzione di associazioni religiose, l’apertura di canali tv e moschee in giro per l’Europa, come rivelato nella celebre indagine (“Qatar papers”, pubblicata da Michel Lafon nel 2019) condotta da due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot, nel 2018. Secondo tale inchiesta giornalistica, una fondazione vicina all’emiro al-Thani, la Qatar Charity, avrebbe investito al 2014 oltre 72 milioni di euro in Europa, in primis in Francia e Italia, per la costruzione di moschee e luoghi di culto, ma anche per l’avvio di istituzioni di alta formazione, come l’Istituto europeo di scienze umane (IESH) di Saint-Léger de Fougeret, la costruzione di licei islamici, la “moschea dei martiri” a Poitiers e quella di Milano e di uno stadio “religioso” a Lione: tutti progetti al servizio della diffusione in Europa di una corrente islamica politicizzata e profondamente conservatrice, il cui obiettivo fondamentale rimane conquistare le menti e i cuori dei giovani musulmani europei, immigrati di seconda generazione, attraverso la predicazione (da’wa) e la beneficenza ai poveri per rafforzare, invece di combattere, il comunitarismo religioso.

Perché il problema, come ha fatto giustamente notare l’ex ministro degli Interni italiano Marco Minniti, non è tanto “chi finanzi (moschee e istituzioni), ma a quale scopo” (intervista del 25 ottobre 2018, “Qatar papers”) e il Qatar ha una comprovata influenza negativa in Europa, avendo contributo alla radicalizzazione dell’Islam in Bosnia Erzegovina e Kosovo negli anni ’90 attraverso il finanziamento di unità di mujaheddin stranieri, ma anche attraverso il finanziamento di sistemi educativi religiosi paralleli allo Stato che hanno trasformato il Kosovo nel primo Paese esportatore di jihadisti europei verso la Siria e l’Iraq nei conflitti che hanno attraversato il Medio Oriente dal 2003.

Infine, se i dati dell’inchiesta condotta dal sito Middle East Media Research Institute (MEMRI) e pubblicata lo scorso dicembre dovessero essere confermati, il Qatar avrebbe anche versato milioni di euro (rispettivamente, 15 milioni di dollari nel 2012 e 50 nel 2018) per influenzare le campagne elettorali israeliane del 2013 e del 2019 a favore del Likud (Fubini, La Stampa, 23 dicembre), rivelando un controverso quanto insospettabile rapporto tra l’islamismo politico sostenuto da Doha e il partito nazionalista del Likud guidato da Netanyahu.

Non si tratta di adottare una logica binaria (amico-nemico) e un approccio morale di mutua esclusione in cui il Qatar si troverebbe dalla parte opposta della barricata in quanto vicino ad Hamas o ad altri gruppi fondamentalisti avversati dai Paesi occidentali, ma di valutare pragmaticamente l’apporto che il Qatar può fornire nelle crisi internazionali, nella consapevolezza che Doha possieda una propria agenda spesso in conflitto con gli interessi strategici occidentali.

 

 

Immagine di copertina: l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani saluta il pubblico al termine della finale dei Mondiali del 2022. Foto di Jewel Samad / AFP.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *