Fughe, torture, abbagli storici. Il crollo dei regimi sul taccuino di un inviato

Nel 1979 da un giorno all’altro avevo visto disfarsi il regime dello Scià di Persia. Dieci anni dopo, da un giorno all’altro avevamo visto crollare il muro di Berlino. Subito dopo cadde, sempre all’improvviso, l’Unione sovietica. Prima ancora c’era stata la caduta di Saigon. Il primo titolo del libro reportage del mio amico Tiziano Terzani diceva: “Liberazione”. “Caduta” divenne nelle edizioni in anni successivi: la dice lunga su come mutano i punti di vista. Prima ancora, nel 1949, si erano liquefatte, in Cina, le armate di Chiang Kai-shek. I soldati erano passati armi e bagagli all’esercito di Mao, gli ufficiali avevano seguito il Generalissimo nella fuga a Taiwan, assistita dagli americani. In America infuriò la polemica su chi aveva “perso la Cina”. L’opinione pubblica era stata colta di sorpresa. Forse anche alcuni addetti ai lavori. Altri avevano previsto, ma non erano stati ascoltati. Qualcuno aveva sbagliato. Ma che succedesse tutto così in fretta non se l’aspettavano nemmeno i vincitori. Anche loro erano rimasti spiazzati.

Le notizie di queste ultime settimane dall’Afghanistan mi hanno dato strane sensazioni di déja vu. L’insurrezione a Teheran era durata pochissimo, praticamente una sola notte. La mattina dopo vidi lunghe file di soldati delle truppe speciali della guardia imperiale, i Javidan, gli Immortali, lasciare le loro caserme senza che gli insorti dovessero sparare un colpo. Erano tutti volontari, professionisti. Erano considerati i fedelissimi allo Scià. Avevano giurato di difenderlo a costo della vita. Si erano già strappati le odiate mostrine nere. Avevo visto sino a poche settimane prima i soldati sparare sulla folla indifesa. Era chiaro che la partenza improvvisa dello Scià aveva cambiato tutto. A nessuno si può chiedere di morire per un tiranno in fuga. C’era stata di mezzo la fatwa di Khomeini che li scioglieva dal giuramento e, al tempo stesso, gli prometteva condono plenario se si univano al popolo. I talebani devono averne preso nota quando hanno per prima cosa rassicurato che non ci sarebbero state rappresaglie contro i regolari afghani che consegnavano le armi o, meglio ancora, si univano a loro. Passarono tutti nelle file dell’Esercito della Repubblica islamica. I primi a cambiare casacca furono quelli dell’aviazione, a cominciare dai piloti, che erano stati addestrati in America. Più impressione dei militari che si arrendevano mi fece però un altro corteo, molto più triste: lunghe file di persone legate con delle corde. Non avevano uniformi, ma abiti in cattivo stato. Erano afghani.  Venivano, ci fu spiegato, accompagnati alla frontiera, espulsi come indesiderati. Erano clandestini “economici”, malvisti da destra e da sinistra. L’invasione sovietica dell’Afghanistan ci sarebbe stata solo a fine 1979. Nei giorni seguenti si videro degli impiccati tirati su con le gru. Trafficanti di stupefacenti, assassini, rapinatori, stupratori, ci venne detto. Per lo più immigrati clandestini, afghani. “Terroristi”, o portatori della “corruzione in terra”, non erano ancora parole in voga.

 

Traumi d’Oriente 

Anche nella Cina del 1949 le città si erano arrese una dopo l’altra, come tessere di un gigantesco domino. A Pechino l’ingresso dell’esercito popolare di Liberazione avvenne in sordina. Tanto che lo dovettero replicare qualche giorno dopo per fotografi e cineoperatori. Anche a Shanghai la caduta della città venne vissuta quasi con sollievo, metteva fina a settimane di ansia. I nuovi conquistatori non potevano essere molto peggio dei giapponesi, o del governo che scappava, era l’opinione più diffusa. Nella cosmopolita Shanghai “La fermeture”, la chiusura degli 800 bordelli e l’invio in campi di rieducazione delle 4000 prostitute registrate fu presentata come “liberazione delle donne”. Non fece cattiva impressione che fucilassero trafficanti di droga, sfruttatori di prostitute e altre note canaglie. A Pechino il comandante nazionalista aveva concordato la resa. A Shanghai il comandante era scappato con la cassa. L’ultima sua disposizione per la difesa della città dalle orde comuniste era stata la costruzione di una enorme quanto inutile palizzata. Tutti in città sapevano che si era intascato il costo, in combutta con gli imprenditori di legname.

Il peggio sarebbe venuto negli anni successivi. La cosiddetta “pacificazione”, la cosiddetta “guerra contro il banditismo” avrebbe richiesto uno sforzo militare immenso e fatto più vittime della guerra civile. È impossibile fare i conti. Ma solo a sommare gli annunci ufficiali dei “successi” delle campagne “per la soppressione del banditismo” e dei “controrivoluzionari”, nei primissimi anni ’50, si arriva a un paio di milioni di “giustiziati”. Senza contare i “proprietari terrieri”, e gli altri “cattivi elementi” linciati dai contadini. C’erano 8 milioni di villaggi in Cina. In alcune zone non successe nulla, in altre ci furono stragi. Ecco perché della statistica si dice che è una scienza triste, oltre che imprecisa. La Cina è il Paese dei grandi numeri. C’è chi ha notato che, anche nelle ipotesi peggiori, si trattava di meno dello 0,01 per cento della popolazione.

La repressione nella Cina del Sud-ovest fu particolarmente dura e sanguinosa, forse anche perché lì passava, attraverso l’isola di Hainan, restata più a lungo in mano ai nazionalisti, una delle principali vie di fuga via mare verso Taiwan. Le truppe migliori erano state evacuate a Taiwan con un ponte aereo. Erano state lasciate indietro quelle più scasciate. Alcuni dei comandanti di Chiang erano passati armi e bagagli all’esercito rosso, accolti con tutti gli onori. Poi ci avevano ripensato e si erano ridati alla guerriglia. Alcuni disertavano perché non volevano essere mandati “volontari” in Corea. Altri disertarono agli americani in Corea. Come se non bastasse i contadini prendevano molto a male le nuove requisizioni per il sostentamento delle armate che li avevano “liberati” e il milione di volontari inviati in Corea. Cominciarono a massacrare i liberatori. Sud e Sichuan erano competenza del corpo d’armata comandato da Deng Xiaoping. La repressione fu durissima e spietata. Solo tra Guangxi e Guangdong furono “eliminati” un milione di “banditi”. Non capisco la sorpresa per il modo in cui trent’anni dopo schiacciò con i carri armati gli studenti a piazza Tiananmen.

Le esecuzioni avvenivano in pubblico, folle di centinaia di migliaia seguivano attraverso gli altoparlanti. Ma stranamente furono in pochi a documentare il dopo del cambio di regime.

À Pechino fu fucilato in pubblico, giusto fuori dalle mura meridionali, al Tianqiao, il ponte del cielo, anche un italiano, Antonio Riva. Assieme al libraio ed editore francese Henri Vetch, al tedesco Walter Genther, al giapponese Ruichi Yamaguchi, all’arcivescovo Tarcisio Martina, tutti residenti da molti anni erano accusati di essere agenti stranieri e di aver complottato di assassinare Mao, con un vecchio mortaio, in piazza Tiananmen, nel primo anniversario della proclamazione della Repubblica popolare. A tirare le fila del complotto sarebbe stato il colonnello Barrett l’agente americano che aveva tenuto i rapporti con Mao a Yenan. L’accusa non reggeva. Anni dopo i responsabili dell’inchiesta avrebbero confidato a Barbara Alighiero, che ha scritto un bel libro sull’episodio più conosciuto in Cina che in Italia, (L’uomo che doveva uccidere Mao, Excelsior 1881) che era stata montata per ragioni politiche, per dare un segnale. Non potendo prendersela con gli americani, che non c’erano più, se l’erano presa con cittadini di Paesi che non avevano più rapporti diplomatici con la Nuova Cina di Mao. La loro unica colpa probabilmente era quella di essersi attardati a stare a Pechino, nella convinzione che non gli sarebbe successo nulla.

Non c’erano state scene di panico e fughe di massa, tranne l’evacuazione a Taiwan. Chi poteva si era già messo in salvo a Taiwan o in America. La peggiore perdita di vite si ebbe quando una nave stracarica di profughi si scontrò, causa nebbia, con un mercantile quando era già in vista di Taipei: annegarono tutti. I cinesi avevano una lunga storia di esodi e di emigrazione, malamente respinta in America, per ragioni economiche, non politiche. Quando, negli anni ’80, Reagan aveva sollevato con Deng Xiaoping la questione della libertà di lasciare la Cina per i dissidenti, Deng gli aveva risposto: “Quanti milioni ne volete?”. Gli americani avevano lasciato cadere l’argomento.

Brutte, da incubo, le immagini dall’aeroporto di Kabul. Hanno evocato per molti quelle dell’evacuazione da Saigon, il panico, la ressa per imbarcarsi sugli ultimi elicotteri, l’elicottero che precipita dal tetto dell’ambasciata Usa. Non ritirata ma rotta disordinata, disorganizzata, fuga, si salvi chi può, abbandonando materiale bellico, amici, donne, bambini. In Vietnam avevano organizzato, nelle settimane precedenti la caduta di Saigon, un ponte aereo dedicato ai bambini. Riuscirono a portare via 2000 orfani, poi adottati da famiglie americane. L’avevano chiamata Operation Babylift. “È il minimo che possiamo fare”, aveva dichiarato l’allora presidente Gerald Ford nell’autorizzare l’operazione. Ma il primo dei voli di Babylift precipitò poco dopo il decollo, uccidendo tutte le 178 persone a bordo, inclusi i 78 bambini. Non si sa se a causa di un guasto tecnico o di un missile.

Dal Vietnam gli americani ne portarono via 300.000, poi accolsero altri 100.000 boat people. Il Canada e l’Australia ne accolsero 100.000 per uno. L’Italia inviò nel Mare cinese meridionale la Vittorio Veneto e l’Andrea Doria, salvando un migliaio di naufraghi. Mezzo milione furono respinti dai Paesi vicini, molti finirono in mano ai pirati, che li lasciarono annegare dopo averli derubati. 800.000 vietnamiti di origine cinese passarono in Cina. Accusiamo gli Stati uniti di Joe Biden di aver abbandonato gli afghani che avevano collaborato con loro e avevano creduto alla promessa di democrazia, di aver organizzato l’esodo tardi e malissimo, in modo caotico e col contagocce. Ma non mi pare il caso di dargli lezioni: sono riusciti a portare via oltre 200.000 persone nel giro di pochi giorni. Noi sì e no 5.000. E non ci si ricorda spesso che chi ha accolto in questi anni più afghani di chiunque altro al mondo è l’Iran, che ne ospita 4 milioni. Malgrado abbiano esordito nel 1979 con espulsioni forzose degli afghani, a differenza degli altri non sono mai intervenuti militarmente nell’Afghanistan con cui hanno un lungo e poroso confine.

 

Il crepuscolo dello Scià

Non c’era stato assalto all’aeroporto per lasciare il Paese a Teheran nel 1979. C’era stato, qualche giorno prima l’immenso corteo, milioni di persone, accorse ad accogliere Khomeini di ritorno dall’esilio a Parigi. Feci l’intero percorso fino all’aeroporto a piedi, in mezzo alla folla. Era festosa. Non ci furono, o almeno non ricordo scene come a Kabul o a Saigon. Alcuni colleghi erano partiti con l’ultimo aereo. Penso si siano pentiti per il resto della loro carriera. A uno capitò di prendere un aereo che fu poi dirottato da terroristi palestinesi. Riuscì a non scrivere un rigo. Anche a Saigon non erano molti i giornalisti rimasti ad attendere l’arrivo dei Vietcong. Incomprensibile: i giornali in fin dei conti ci pagavano per raccontare dal vivo.  A insorgere contro lo Scià era stata una coalizione composita. Non si capì subito – anche se avremmo potuto capirlo benissimo – che gli islamici erano la stragrande maggioranza, e non avrebbero tollerato concorrenza al potere. Pesava l’aver frequentato solo le élite, gli intellettuali, non la gente comune. Alcuni li avrei rivisti nei decenni successivi in America o in Europa, dove erano emigrati. Molti non li rividi mai più: finirono prigionieri a Evin, il carcere delle torture, o furono uccisi, negli anni della repressione più dura, quelli della guerra contro l’Iraq.

Sono tutte storie tristi. E non solo perché a fare una brutta fine erano quelli che frequentavo e avevo intervistato. Il primo presidente eletto della Repubblica islamica, Abdolhassan Bani Sadr fu, poco dopo l’inizio della guerra, sfiduciato da Khomeini, e scappò su un aereo guidato da un pilota militare. Non giovò al suo prestigio che sullo stesso aereo fosse fuggito assieme a lui Masud Rajavi, il capo carismatico dei Mujaheddin del popolo, una formazione armata laica, di estrema sinistra, fondata sul culto della personalità del capo. Bani Sadr è ancora in esilio a Parigi. Rajavi, che in seconde nozze aveva sposato la figlia di Bani Sadr passò, con i suoi guerriglieri, in Iraq, al servizio di Saddam Hussein. Se ne persero le tracce dopo l’invasione americane dell’Iraq e la caduta del suo protettore. La guerra tra Iran e Iraq era già finita, quando nel 1989 il capo del Partito democratico del Kurdistan iraniano, Abdul Rahman Ghassemlou, fu assassinato a Vienna da sicari iraniani, proprio mentre intavolava nella capitale austriaca trattative col governo degli ayatollah. C’è chi dice che a venderlo sia stato Mustafa Barzani, il capo dei fratelli curdi iracheni. Noureddin Kianouri, il capo del Tudeh, il partito comunista iraniano, l’avevo incontrato che era rientrato da poco dall’esilio in Urss. Mi aveva accolto prendendosela con Berlinguer, che aveva tradito l’Urss andando a Pechino dai Cinesi. Io insistevo che mi spiegasse invece cosa succedeva in Iran, e perché i comunisti avevano deciso di appoggiare a corpo morto Khomeini. Si limitò a rispondermi che la politica iraniana è molto complicata, troppo complicata perché la possano capire gli stranieri. Solo di recente ho appreso, da uno storico iraniano che ha scavato negli archivi del Pci conservati all’Istituto Gramsci, che si era lamentato per iscritto con Botteghe oscure, chiedendo che l’Unità mandasse un altro inviato. Mi fece pena apprendere che nel 1983 fu arrestato, su ordine di Khomeini, e accusato di spionaggio a favore dell’Unione sovietica. Lo costrinsero a confessare pubblicamente, in tv, lui e la moglie, di essere spie. Teneva le mani sotto il tavolo, non le mostrò nemmeno una volta. Lo avevano torturato spezzandogli una per una tutte le dita.

Non è che in fatto di lungimiranza altri fossero stati più felici. Il presidente Carter aveva trascorso il capodanno del 1978, giusto quello dell’anno precedente la caduta del regime, a Teheran. Si era complimentato con lo Scià per la saldezza del suo governo e il consenso di cui godeva. Qualcuno l’aveva evidentemente informato molto male. Giusto qualche giorno prima della fuga dello Scià i giornalisti italiani a Teheran erano stati convocati dal nostro ambasciatore. Ci spiegò che era stato ricevuto da “Sua Maestà” e l’aveva trovato tranquillo, al lavoro. Il giorno stesso della sua partenza mi trovavo a Teheran nell’ufficio di Ehsan Naraghi, brillante sociologo, già rappresentante dell’Iran all’Unesco, e consigliere, nonché parente dell’Imperatrice Farah Diba. Il suo telefono squillava in continuazione. Mi spiegò che era tempestato da telefonate di persone che lo imploravano di intercedere presso i sovrani perché desistessero dalla partenza. Lui li rassicurava che non c’era da preoccuparsi, un po’ di democrazia e di aria nuova e un po’ più pulita non avrebbe fatto male al Paese. Non lo vidi più. Poco dopo sarebbe stato arrestato, imprigionato e torturato nella famigerata prigione di Evin, sarebbe scampato per un pelo all’esecuzione e infine esiliato a Parigi.

Mi andò meglio con l’addetto stampa dell’Ambasciata Usa a Teheran che era andato a trovare prima ancora. Si chiamava Barry Rosen. Più che la testata del mio giornale gli aveva fatto impressione il cognome ebraico. “Anche tu del popolo della terra!”, mi salutò: due ebrei a Teheran. Fu lui a dirmi che le possibilità di tenuta del regime a quel punto erano “fifty-fifty”, cinquanta e cinquanta. Ne dedussi che anche gli Americani avevano abbandonato lo Scià, non avevano più molte speranze che il regime si potesse salvare. E lo scrissi. Non rividi più Rosen: divenne uno degli ostaggi rimasti prigionieri per 444 giorni di stenti, percosse, finte esecuzioni. Oltre ad essermi simpatico, era uno che aveva capito molto più dei suoi colleghi della Cia che pochi mesi prima avevano suggerito al loro presidente la malaugurata e malaugurante idea di esaltare un regime moribondo. Vent’anni dopo lessi che l’ex ostaggio aveva accettato di incontrare, in occasione di un convegno a Parigi, uno dei suoi carnefici, uno dei leader degli studenti che avevano dato l’assalto all’ambasciata, diventato nel frattempo un oppositore moderato degli ayatollah.

 

Prevedibile imprevedibilità

La caduta del Muro la vidi in televisione. Così come il colpo di Stato contro Gorbaciov che si concluse con la dissoluzione dell’Urss. Ero già a New York. Insonne, facevo zapping. Sentii una strana notizia sulla Cnn. Chiamai e tirai giù dal letto il direttore de l’Unità di allora, Renzo Foa. Riuscirono a fare un’edizione straordinaria. A far cadere il Muro di Berlino non erano stati anni di odiosi modi per impedire la fuga verso la libertà. Era stato l’annuncio alla radio che i cittadini della DDR erano liberi di recarsi in altri Paesi del Blocco di Varsavia.  Era il novembre del 1989. Nel giugno dello stesso anno c’era stata la strage di Piazza Tiananmen. Nessuno era preparato al crollo così improvviso del comunismo sovietico. L’intelligence americana degli anni di Reagan era convinta che l’Impero del male fosse forte quanto aggressivo. Non che fosse moribondo. Men che meno si era preparati alla riunificazione della Germania. Mi sono fatto l’idea che Reagan vinse anche perché coi sovietici non si limitava a litigare, ci parlava. Mi capitò di accompagnarlo nel primo viaggio a Mosca.

Nel 1949 la separazione con la Cina era stata astiosa, tragica. Eppure, sino a poco prima tra i comunisti di Mao e gli Americani mandati da lui a Yenan c’era stata quasi una storia d’amore. Il generale George Marshall – sì quello che poi avrebbe salvato l’Europa occidentale con il Piano Marshall – aveva ricevuto da Truman l’incarico di mediare tra Chiang e i comunisti, farli governare insieme. Ci aveva provato, con tutta la buona volontà. La missione era fallita. Gli toccò organizzare la fuga di Chiang a Taiwan. Joseph McCarthy lo avrebbe poi additato come principale responsabile della “perdita” della Cina. In una tirata di tre ore dinanzi alla commissione del Senato indicò “la follia criminale della disastrosa missione Marshall”, come fulcro di “un complotto così immenso e un’infamia così nera da far impallidire ogni altra impresa nella storia dell’uomo”. Tutti quelli che avevano tessuto i rapporti coi comunisti cinesi furono puniti, ebbero le carriere stroncate, se non peggio, al ritorno in America. Compreso il colonnello Barrett, presunto ispiratore dell’inesistente complotto per assassinare Mao. Nessuno a Washington voleva sentirsi dire che Mao stava vincendo. Così come a suo tempo non avevano dato retta alla proposta avanzata da Mao e Zhou Enlai di venire in America a trovare di persona Roosevelt. Così finirono per spingere Mao nelle braccia di Stalin. Non si può sapere se sarebbe potuta andare diversamente, come suggerì un discusso saggio degli anni ’70 della storica Barbara Tuchman. Forse si sarebbe potuto evitare di perdere trent’anni, quelli che separano la rottura totale dalla visita a Mao di Nixon e Kissinger.

Mi si affollano in mente domande alla rinfusa. Si potevano evitare quei trent’anni in cui nessuno parlò con la Cina, che nel frattempo si era fatta anche l’atomica? Erano necessari e inevitabili i trent’anni di rottura totale con l’Iran (per poi finire, con Trump, a rinnegare un accordo che poteva impedire che si facciano l’atomica, ed allearsi con i Sauditi, il vero nemico dell’Iran nella regione?). Che gli faranno ora a Washington a quelli che stilarono il rapporto in cui si diceva che la vittoria dei talebani in Afghanistan era inevitabile? Gli daranno un po’ più retta o gli addosseranno la colpa di aver “perso” l’Afghanistan? Non so rispondere. Lo confesso: non ho la minima idea di cosa succederà in Afghanistan nei prossimi mesi e anni. Figurarsi da qui a trent’anni. Mi fa sorridere, anzi mi preoccupa la sicurezza con cui si tracciano scenari futuri. Ho imparato che niente e quasi mai succede come previsto. Ma su alcune, poche cose mi sono fatto un’idea più precisa. La prima cosa è quasi una certezza: Mai dire mai. Chi l’avrebbe detto, nel 1949, che trent’anni dopo Nixon sarebbe volato a Pechino a incontrare l’arcinemico Mao? E che il Vietnam, dopo decenni di guerre feroci, e dopo il biblico esodo dei boat people sarebbe diventato, se non una democrazia, un rispettabile partner? Le fisime medievali e tribali dei talebani non possono essere paragonate alla sofisticazione diplomatica e culturale di una civiltà come quella cinese, o anche solo come quella iraniana, né allo spirito imprenditoriale cinese che trionfava tra le piccole tigri asiatiche anche quando era ancora incatenato in Cina. Quando al nation-building, l’esportazione della democrazia, ha funzionato in un solo caso: quello del Giappone. Anche perché a quei tempi un pochino studiavano, quella volta avevano ascoltato gli esperti: gli avevano lasciato l’imperatore.

 

Quest’articolo è stato pubblicato originariamente sul Foglio del 25-26 settembre.

Foto: Mao Zedong annuncia la creazione della Repubblica Popolare Cinese, il 1° ottobre 1949 (Archivio AFP).

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