Una nuova utopia realistica per la sinistra. Intervista a Salvatore Veca

La sinistra, in Italia e in Europa, è sempre più marginale perché non ha capito la grande trasformazione in corso nelle nostre società e non è più riuscita a rispondere ai bisogni dei cittadini. Essere consapevoli del problema non basta, bisogna anche affrontarlo proponendo un’idea di società giusta per cui valga la pena battersi. Salvatore Veca, docente di filosofia politica alla alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia e presidente onorario della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, raccoglie questa sfida in Qualcosa di sinistra (Feltrinelli 2019) identificando i problemi che una società progressista dovrebbe affrontare (questione ambientale, parità di genere, lotta alla povertà, inclusione dei migranti) e proponendo un’utopia realistica, un’idea di futuro possibile ispirato a una nuova visione politica.

Qualcosa di sinistra, professor Veca: siamo ancora in tempo per reclamarlo?

Anche se le riflessioni che ho sviluppato sono frutto di un lavoro di anni, ho deciso di presentarle perché dopo le elezioni politiche del 2018 ero disgustato dal fatto che la sinistra non fosse stata in grado di capire la grande trasformazione in corso e fornire risposte adeguate ai cittadini che, infatti, hanno preferito votare altri partiti.

Quando parla di grande trasformazione a che cosa pensa esattamente?

Al cambiamento radicale avvenuto nelle nostre società e innescato dallo sviluppo della globalizzazione come progetto politico, che ha portato il mercato ad essere misura di tutto e a trasformarsi in un monopolio senza frontiere, e dall’irruzione di internet in un mondo Gutenberg.  All’interno di questo contesto la politica ha meno possibilità di incidere perché è sottoposta a molti vincoli, opera in condizioni di incertezza sempre maggiori e si rivolge a pubblici frammentati. Invece di confrontarsi con questo cambiamento, la sinistra lo ha subito non riuscendo a rimodellare il proprio giudizio sulle cose e la propria agenda fino a perdere il sostegno di chi non si è più sentito rappresentato.

Come si esce da questa trappola?

Rimettendo in circolo delle idee che rispondano ai problemi dei cittadini e costruiscano una società in cui tutti sono trattati da pari. Per farlo bisogna però superare la frattura, tutta interna alla sinistra, tra mondo politico e culturale. Se infatti è sbagliato sostenere che gli intellettuali abbiano smesso di produrre idee, è vero che lo hanno fatto all’interno del contesto scientifico-accademico senza preoccuparsi della loro ricaduta politica.

Questo non può essere frutto di quella grande trasformazione di cui parlavi?

Non credo, o almeno non completamente. Il mondo è cambiato, ma è ancora possibile un fruttuoso passaggio tra cultura e politica. A destra questa elaborazione è stata fatta (dalla scuola di Chicago che è alla base delle politiche di Thatcher/Reagan fino ai think tank che ruotano intorno a Trump passando per i neo-cons che hanno ispirato l’azione di Bush) e ora è dominante. Per evitare che resti tale siamo noi di sinistra che dobbiamo riprendere a sviluppare una teoria che ispiri l’azione politica.

Qual è la sua proposta per questa teoria?

Un’idea di società giusta che superi la dittatura del presente in cui siamo immersi e sviluppi un’alternativa di lungo periodo in cui tutte le persone siano trattate da agenti e non da semplici pazienti morali. Non sto proponendo un progetto ideologico o una filosofia della storia, ma una prospettiva progressista che faccia propri ed elabori gli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile (lotta alla povertà e alle diseguaglianze, condizioni lavorative dignitose, tutela ambientale, parità di genere per ricordarne solo alcuni). Una società giusta non deve vedere il progresso come necessario ma come possibile e assicurare il pieno e sostenibile sviluppo di tutte le sue dimensioni (economica, sociale, ambientale).

Ha in mente delle politiche specifiche?

No perché penso che il compito di una buona teoria sia identificare i problemi che una società deve affrontare: diffusione delle diseguaglianze, diritti violati dei migranti, parità di genere, sostenibilità, ambiente. Le soluzioni andranno poi trovate dalla politica.

L’appello però è in primis a rimettere al centro le questioni redistributive.

Assolutamente sì, le ineguaglianze sono così diffuse che una visione progressista della società deve considerare come il primo problema da superare senza però ridurle a un semplice fatto economico. Una concezione multidimensionale dell’uguaglianza deve affrontare tutte le vulnerabilità che non permettono alle persone di essere agenti a pieno titolo: povertà, mancanza di lavoro o di un’abitazione, solitudine non volontaria.

Non teme sia un progetto utopico, il sogno irrealizzabile di un intellettuale?

È un’utopia realistica, che non accetta l’idea conservatrice che per cui non ci sono pratiche sociali e modi di vivere alternativi rispetto a quelli attuali, ma riconosce come queste alternative non possa essere create dal nulla ma si formino all’interno dello nello spazio che il mondo ci concede. Uno spazio che può, e deve, però essere modellato in modi diversi proprio a partire da quelle che sono le istanze dei cittadini.

Un disegno sufficiente per riconquistare il sostegno delle persone?

Se la sinistra tornasse a offrire un’idea di futuro basato su una visione dello sviluppo umano come libertà e su una prospettiva di progresso sociale multidimensionale e promettesse di battersi per questo sono certo che riaccenderebbe gli animi delle persone. Queste idee (questione ambientale, parità di genere, lotta alla povertà, inclusione dei migranti) sono un terreno di profondo conflitto e propongono un’idea di società che permette alle persone di vivere la vita che desiderano vivere.

Per chiudere, quale dovrebb’essere il primo compito di un approccio progressista?

Tornare a rivolgersi alle persone. Riprendere a scrivere lettere al mondo e assicurarsi che non tornino indietro perché il destinatario ha cambiato indirizzo.

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