«Reset» passa sul web con vecchi amici e sguardo al futuro

«Reset» con questo numero interrompe la pubblicazione della rivista bimestrale a stampa iniziata nel dicembre del 1993 (all’inizio era un mensile) e continua la sua vita in un altro modo, innanzi tutto sul web dove darà vita a un sito, Reset.it. Questo esisteva già, ma aveva una funzione di servizio subalterna alla versione cartacea della rivista, riportava gli indici, qualche articolo e gli indirizzi dei 400 punti vendita di «Reset», che erano sempre troppo pochi per i lettori che non ci trovavano e sempre troppi per il costo della copertura di copie da garantire. Il che già contiene una spiegazione delle ragioni per cui abbiamo deciso di fare il gran passo: l’equilibrio costi-ricavi era diventato insostenibile con quella formula per una piccola struttura indipendente quale siamo, indipendente da sostegni politici, indipendente dai partiti e dai loro lussureggianti finanziamenti, e desiderosa di rimanere tale, nella fedeltà all’impegno iniziale di mantenere sempre la necessaria distanza dalla politica, indispensabile per potere continuare a giudicarla. E a criticarla come sembra indispensabile ora come e più del 1993.

Si cambia e si continua

Il sito, che sarà per una fase iniziale completamente gratuito (poi si vedrà), diventerà ora la sede principale della vita della rivista, con le sue rassegne quotidiane, con i suoi articoli, con le interviste e le recensioni, e con i suoi dossier, che usciranno mensilmente come numeri della rivista, che continua… dunque a tutti gli effetti e si rinnova. Ci ritroveremo qui probabilmente più numerosi, più frequentemente, con una maggiore tempestività rispetto agli eventi e con qualche dotazione in più nel senso della «community», vale a dire della presenza sui social network, dei blog, degli scambi più frequenti di idee che potremo avere, anche con l’aiuto di audio e di video. Confluiranno qui anche quanti hanno seguito in questi anni la rivista web «Caffeeuropa.it» che molti già conoscono e che diventerà una parte di «Reset.it».

Con un clic

Ma non abbandoneremo la carta. No. Continueremo a pubblicare la nostra collana di libri. E vi aggiungeremo quante più volte potremo i nostri dossier monografici: dei volumi a più firme che affronteranno un singolo tema. Siamo in debito con i nostri abbonati, che da qualche tempo non abbiamo sollecitato a rinnovare la sottoscrizione. Restituiremo loro il denaro e riceveranno istruzioni precise sulle opzioni a disposizione nel caso accettassero i nostri volumi in misura tale da compensare il loro esborso o nel caso proponessero di sottoscrivere l’importo loro spettante a favore del sito. Anche la nuova fase, per quanto più leggera nei costi, avrà bisogno di sostegni e quanti più ne avrà tanto più potrà migliorare la sua qualità.

I nostri temi

Qualche altra parola sul sito, che quando avrete tra le mani questa copia di «Reset», sarà già a vostra disposizione con un clic. Esso continuerà a occuparsi dell’area di temi che era nel repertorio della rivista fin dall’inizio: la politica italiana, l’Europa e il mondo, i mutamenti dell’area mediterranea e del Medio Oriente, le comunicazioni di massa, i media digitali e la società della rete, la filosofia e le scienze sociali, la democrazia deliberativa, i mutamenti sociali ed economici, il pluralismo culturale, il dialogo interculturale. Confluiranno su Reset.it anche tante iniziative collegate all’Associazione internazionale, Reset-Dialogues on Civilizations, nata accanto a «Reset» e che della rivista condivide il direttore, cioè chi vi scrive. ResetDoC, che non ha scopo di lucro, ha un diverso comitato promotore, un diverso comitato scientifico, una diversa ragione sociale e uno scopo specifico, che è quello di promuovere il dialogo interculturale, ma condivide numerosi collaboratori ed ha anche molte affinità con «Reset». (trovate tutte le informazioni sul sito www.resetdoc.org, cliccando «chi siamo»). Lo scambio di contenuti tra «Resetdoc.org», che è un sito multilingue e prevalentemente in inglese, sarà frequente.

Qualche riflessione si impone

Il cambio di fase merita qualche riflessione su un ciclo, quello della rivista, cominciato nel dicembre del 1993, con l’appoggio determinante di due grandi vecchi, allora vivi, vitalissimi e partecipi delle scelte di «Reset»: Norberto Bobbio e Vittorio Foa, due nomi che sono anche indicatori di un marchio di fabbrica, di un carattere di origine che è difficile da confondere con altri. Per quanto chi vi scrive possa avere commesso errori, «Reset» ha cercato di tener fede alla sua ispirazione liberale e sociale. Potremmo definirla «azionista» o «socialista liberale», attributi che hanno una storia gloriosa e che, a richiesta, «Reset» assume con orgoglio, se io non avessi il timore, così facendo, di delimitare una identità in modo o presuntuoso o troppo ristretto ed esclusivo; e se non temessi soprattutto di volgere lo sguardo indietro, buttando sul presente la luce di infinite discussioni e frazioni e dissezioni, in cui la cultura e la politica della sinistra italiana si sono esercitate a dismisura in questi anni.

Quel che ho cercato di sfuggire è sempre stata questa forma di «invecchiamento» che impedisce di affrontare con la curiosità necessaria le domande nuove senza spedirle immediatamente dentro i collaudati canali del déjà vu, delle battaglie già fatte, già perse o qualche volta – Dio non voglia – già vinte. E tuttavia l’ispirazione di un pensiero libero, liberale e forte di una ispirazione sociale e solidale c’è, è ancora forte in questa rivista, nei suoi soci fondatori, numerosi, vivi e in buona salute, che ancora ci seguono, chi più at large, chi più da vicino, e nei suoi collaboratori, che hanno in comune proprio questo e non altro, non scelte militanti, non attività di partito o di corrente (sulle quali in sé nessuno di noi ha da obiettare), ma semplicemente un’area di affinità liberamente condivise.

Ma non troppe

Qualche riflessione dunque sì, ma non è il momento dei consuntivi d’epoca, almeno per chi vi scrive, anche perché il momento in cui cambiamo fase non corrisponde a scansioni d’epoca, si poteva forse fare già qualche anno fa, o tra qualche tempo. Da una parte il passaggio ha una casualità amministrativa, costi-ricavi, che non coincide necessariamente con la scansione di fasi storiche, dall’altra la maturazione e diffusione anche in Italia di condizioni tecnologiche nuove consente di guardare al passaggio sul web non come un impoverimento ma come uno sviluppo. E tuttavia se gettiamo uno sguardo ai tempi della politica dal 1993 a oggi, viene facilmente da ricordare che siamo nati – «Reset» – diciotto anni fa durante la stagione più promettente dei sindaci del centrosinistra, che vincevano ovunque le elezioni e spinsero Berlusconi ad accelerare il suo progetto politico.

La fase iniziale della nostra vita è stata subito caratterizzata dall’anomalia berlusconiana e in generale dall’«anomalia italiana», come la battezzò Bobbio, auspicando la realizzazione del sogno di una «Italia normale», con una «destra normale» e una «sinistra normale». Sembrò per un certo periodo che la seconda Repubblica, dopo Mani pulite, potesse rappresentare un passaggio verso questa normalità, ma le riserve su questa aspettativa si manifestarono ben presto, e crebbero nel tempo nonostante le promettenti parentesi uliviste nel lungo ciclo berlusconiano.

La tv naturaliter di destra

«Reset» non ha mai rappresentato un progetto politico, è stata però portatrice di una ispirazione riformista, critica ovviamente verso il mostruoso conflitto di interessi di Berlusconi, verso la televisione commerciale «naturaliter di destra» (ricordate Bobbio?). Siamo in certo senso coevi con il peccato originale della scesa in campo del monopolista della tv, per il quale abbiamo invocato persino il ripristino della tripartizione indoeuropea dei poteri, scomodando Dumézil. A Fini abbiamo in verità aperto il credito molto presto (con Vittorio Foa, nonostante le resistenze di Furio Colombo, ricordate il libretto Il sogno di una destra normale?) e penso che in fin dei conti facemmo bene, anche se Fini ce ne mise di tempo per separarsi dal monopolista. La nostra ispirazione liberal-socialista, inquadrata in una prospettiva internazionale, è stata ben rappresentata dal volume realizzato in collaborazione con «Esprit», da Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber, Socialisti liberali. Ma non rifaremo qui noiosamente tutta la storia.

E qualche cavallo di battaglia

Ricordo solo di sfuggita i grandi temi sui quali «Reset» ha cercato di farsi sentire in questi 19 anni: la globalizzazione e le trasformazioni economiche che hanno sconvolto il paesaggio industriale, la «fine del lavoro salariato» (che cominciammo a chiamare molto presto così con i contributi di André Gorz, di Robert Castel, di Alfredo Salsano), la modernità riflessiva di Beck e Giddens, le nebbie mediatiche, ancora, che hanno affumicato la democrazia (dal nostro Popper della Cattiva maestra televisione – è la versione italiana di «Reset» che è stata poi tradotta anche in inglese, francese e altre lingue) e messo in crisi il discorso pubblico, la democrazia deliberativa da Habermas a Rawls, dalla riflessione filosofica fino alla messa in atto di esperimenti pratici di tecniche deliberative con Fishkin, le battaglie europee, le riflessioni filosofiche sul relativismo, il pragmatismo, il pluralismo, accompagnate da molti contributi dei nostri fondatori, di cui sono particolarmente fiero, insieme a quelli di Rorty e Walzer che ci hanno seguito per un buon tratto di strada.

Abbiamo sostenuto la terza via di Blair e Giddens e non ne sono per niente pentito, anche perché della strategia del New Labour abbiamo sottolineato non solo le virtù propagandistiche e la capacità di conquistare il centro elettorale, ma anche gli aspetti, che essa aveva, di appello alla responsabilità morale del cittadino, che imponeva una nuova considerazione per i processi in corso di «rimoralizzazione» della politica e insieme una riconsiderazione della crisi fiscale degli Stati europei e dei regimi di welfare, nella impossibilità di perseguire una indefinita crescita dei benefici sociali. Blair ha poi dilapidato il capitale di consenso con la guerra in Iraq, come ha sostenuto sulle nostre pagine Will Hutton.

La lettera di Napolitano

Abbiamo certo guardato con simpatia l’avventura dell’Ulivo e le promesse che conteneva, specialmente il primo governo Prodi, e abbiamo seguito con crescente distacco e scetticismo le evoluzioni e le crisi dei partiti italiani di destra e sinistra protagonisti di un ciclo sostanzialmente fallimentare, che è giunto oggi fino alla consegna delle chiavi del governo, per forza di necessità e per merito di Napolitano (e per fortuna), a un governo, quello di Mario Monti, che è espressione inevitabile, utile, provvidenziale, del loro temporaneo allontanamento.
Registro, per contrasto, con una certa soddisfazione il fatto che una delle nostre pagine più significative di quest’ultima fase sia stata la lettera del presidente Napolitano sulla crisi delle leadership europee, della politica italiana e sull’attualità della lezione politica e morale del liberale Einaudi. È una pagina in sintonia con il nostro profilo liberal-sociale fin dall’inizio, nel ’93, quando andavamo a caccia di idee liberali con cui rinnovare, resettare, il bagaglio della sinistra italiana, rivolgendoci a Isaiah Berlin, a Popper, a Rawls, a Sen, a Walzer con i quali riempimmo i nostri primi numeri.

Il resettaggio ancora da fare

L’opera di «resettaggio» non è dunque per niente finita. Se al momento sembra indispensabile la prosecuzione di questa stagione stranamente virtuosa di operoso governo tecnico, è anche vero che questa conformazione tecnica, indirettamente e lateralmente sostenuta dai partiti, sembra riscuotere consensi. La novità fa apparire raccapricciante ogni ipotesi di ritorno alla conflittualità tra una destra e una sinistra palesemente incapaci di esprimere, da se stessi, un prospettiva di governo e programmi di rinnovamento. Il «resettaggio» della politica nazionale oggi avrebbe bisogno di una preliminare fase di smontaggio delle resistenze conservatrici da parte di una classe politica in declino, priva di futuro, ma ancora capace di ostruire gli ingressi a una nuova generazione. Un grappolo di vecchi leader, seguiti da nugoli di seguaci sul piano locale, sono riusciti nella sola impresa in cui abbiano mostrato efficienza, quella di prolungare la loro permanenza alla guida di apparati che riproducono l’amministrazione di se stessi.

Un’agenda del pluralismo

A fatica si riesce a introdurre nel discorso pubblico nazionale una serie di nuovi temi. «Reset» si è impegnata a sviluppare ragionamenti sul pluralismo, sul pluralismo liberale in senso forte, quello delle differenze culturali, della molteplicità dei valori, dell’integrazione e coesione sociale nelle nostre società multietniche. I contributi iniziali alla vita della rivista che sono venuti da Isaiah Berlin, quando, ancora vivo, era possibile incontrarlo a Oxford o a Santa Margherita Ligure, sono stati per me di particolare significato. Mi hanno spinto a individuare e criticare la sordità, di tipo «monista», che caratterizza il pensiero di una buona parte dello stesso pensiero liberale e laico, sensibile e reattivo di fronte alla minaccia clericale, ma spesso sordo rispetto al monoculturalismo, latente, non dichiarato, e per questo forse anche più oppressivo per le minoranze, diverse, che caratterizza la nostra ordinaria vita pubblica. C’è un’agenda del pluralismo culturale, confessionale, etico da aprire e su cui lavorare sul piano politico, sociologico, filosofico. Credo che sia uno dei compiti della nostra rivista. La prospettiva di un pluralismo forte non era chiara nella concezione standard del riformismo, che era fondamentalmente iscritta in un perimetro nazionale e propensa a ragionare su società essenzialmente omogenee.

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