Dieci richieste per le donne

Gentile Presidente Fini,
Verrò subito alla ragione per cui Le scrivo, ma prima qualche parola sull’esperienza da cui le mie righe nascono.
Sono femminista e di sinistra da sempre.
Per quanto riguarda la prima definizione, porto con me soprattutto il gusto e il desiderio di vedere esprimersi nel mondo la libertà, l’autorevolezza e l’intelligenza femminile.

Per quanto concerne la seconda, invece, sono decisamente interessata a nutrire di senso la democrazia e le riforme e a esercitare quel po’ di creatività che coltivo per rendere flessibili le istituzioni e le regole.
Affinché includano, si trasformino, non si dissecchino per diventare puri paraventi del potere. È con questo spirito, e con il talismano degli insegnamenti di Norberto Bobbio, che ha offerto potenti antidoti all’estremismo, che ho scelto di diventare socia fondatrice di «Reset».
Perché scrivo a Lei? Per almeno tre motivi.
Perché appartengo a quel genere di antifascisti che non vivono nel sospetto, che sono contenti di non avere più in Lei un nemico ideologico, e che considerano la sua parabola anche come un esito delle proprie battaglie.
Dell’altro tipo di antifascisti, quelli che se perdono il nemico perdono anche la propria identità, Vittorio Foa sorrideva, mentre guardava alla Sua svolta di Fiuggi con l’apertura e la libertà del suo indimenticabile animo di ragazzo.
Perché non mi dispiace il modo in cui Lei incarna la terza carica della Stato: è capace di autonomia, talvolta di solitudine, di rispetto – oggi non ovvio – verso le istituzioni.
Insomma, non è raro che Lei stupisca.
E che lo stupore, e talvolta la freddezza, siano più intensi in chi Le è stato vicino in passato.

Infine – glielo dico francamente, anche se con imbarazzo – perché temo che il mondo politico a cui mi sento più affine sarà scosso, almeno fino a novembre prossimo, da una tensione di cui è difficile pronosticare gli esiti. Facilissimo invece prevedere che le sue voci, troppo arrochite dalla polemica interna, faranno fatica a conquistare prestigio nell’opinione pubblica. E le sue voci femminili ancor di più, come spesso accade in politica quando la situazione si fa claustrofobica.
E invece temo che non abbiamo tempo da perdere. Per restituire autorevolezza alla politica e portare in primo piano quello che le donne valgono. Insomma, per usare una parola che a Lei piace (ma non dispiace neanche a me) per rendere onore all’una e alle altre.
So già che alcune donne che stimo si stupiranno del mio gesto e forse non lo condivideranno. Ragione di più per essere con Lei molto chiara. Non Le scrivo perché penso che le italiane, dopo la vicenda che ha coinvolto Silvio Berlusconi, siano più fragili e umiliate. Molte hanno semplicemente rafforzato la loro distanza dalla politica e la loro determinazione a far pesare le proprie capacità altrove e altrimenti.
Io mi rivolgo a Lei, invece, perché non sopporto più che il corpo sia in questo momento l’unico protagonista del rapporto fra donne e politica. Non ho nulla contro il corpo che anima una vita: è lo stereotipo che mi soffoca. Dunque non ho nessuna voglia di rivolgere domande al Presidente del consiglio: ogni incursione nella sua vicenda implica, persino inavvertitamente, un giudizio sulle donne che hanno scelto di assecondarlo. Non vedo perché darlo.

Sono molto più appassionata a chiedermi quali speranze di carriera, di successo, di soddisfazione può offrire alle giovani donne di buona istruzione una società così priva di mobilità sociale come la nostra. Sono molto più interessata a capire se scalare l’industria dello spettacolo sia davvero l’unico sogno che una ragazza di talento, ma senza capitali in famiglia, può autorizzarsi a concepire.
Sono assillata, infine, dal desiderio di offrire alle ragazze un patrimonio di simboli e di opportunità che consenta loro di nuotare in mare aperto.

Per questo mi è venuta l’idea di fare dieci proposte a Lei, invece che dieci domande al Presidente del consiglio. Dieci proposte per tener viva l’idea, preparando tempi migliori, che l’intelligenza femminile nella dimensione pubblica può e deve essere vista e coltivata. E, che il corpo non può, neppure nella società dello spettacolo, proclamare la sua dittatura. Lo ritengo – come avrà capito –un servizio alla politica e al nostro paese, forse ancor più che alle donne.
Veniamo dunque alle proposte.

1 – Nomini un board di giuriste, undici al massimo. Le scelga fra le migliori d’Italia nei diversi ambiti, dal diritto di famiglia, a quello del lavoro, a quello costituzionale.
Chieda loro di spulciare lenorme senza dimenticare il proprio genere. Chieda loro di fare proposte nuove, ma anche di abolire anacronismi e paternalismi che ancora esistono.
Valorizzi le loro differenze. Non tema che si dividano fra maggioranza e minoranza ogni volta che occorre. Chieda loro un rapporto nel giro di un anno e impegni tutti i gruppi parlamentari a discuterlo. Nel lontano 1961 John Kennedy istituì un’analoga commissione di indagine sullo «status delle donne» presieduta all’inizio da Eleanor Roosevelt.
Fu la nota d’avvio di una nuova stagione per le donne americane. Molto è cambiato da allora, tuttavia il bisogno che il nostro paese ha di un colpo d’ala è altrettanto assillante; e l’autorevolezza del precedente le può essere d’ispirazione.

2 – Mi pare di ricordare che Lei sia favorevole alle pari opportunità nelle cariche elettive. O, come volgarmente si dice in Italia, alle «quote rosa». Lo sono stata anch’io e mi pare che abbiano portato buoni frutti, non solo nelle democrazie europee, ma persino in India (33% di donne al parlamento federale). Tuttavia temo che oggi nel nostro paese si siano bruciate le messi e inquinati i campi. Il problema è più profondo: riguarda i meccanismi di selezione, le leggi elettorali, il modo in cui si forma e si consolida il ceto politico.
Tuttavia non credo che Lei debba lasciar dimenticare che nel 2003 il Parlamento votò una riforma costituzionale per le pari opportunità nelle cariche elettive e che nel 2005 una ministra della repubblica, Stefania Prestigiacomo, venne umiliata in aula perché tentava di trasformarla in legge ordinaria.
Né può ignorare i modesti risultati delle nostre liste anche alle ultime elezioni europee. Chieda anche su questo un rapporto e una presa di posizione di gruppi e partiti. Se dobbiamo seppellire le quote facciamolo con onore, ma non rinunciamo ad altre strategie: ad agire, per esempio, sulle leggi elettorali e sui meccanismi di selezione dei candidati.

3 – Scelga tre grandi donne parlamentari del passato, di aree politiche diverse, e dedichi alla loro memoria un fondo per un ragionevole numero di borse di studio alle studentesse e alle neolaureate di maggior talento degli atenei italiani.
Esca in questo caso dalle discipline giuridiche, dia ossigeno a quelle coraggiose che studiano fisica, matematica, genetica e spesso approdano dall’altra parte dell’oceano malgrado i loro desideri.

4 – Organizzi una scuola di formazione politica per un centinaio di ragazze brave che studino le discipline adatte.
Ma vera, per carità. Non come fanno I partiti: quattro giorni con le star intellettuali del momento per far notizia ai telegiornali della sera. Penso a mesi di lavoro autentico, con dossier seri, impegnativi.
Sfrutti la professionalità dei funzionari della Camera che sono un patrimonio straordinario e poco noto ai più.

5 – Prepari ogni anno, con grande impegno formale oltre che sostanziale, una lectio magistralis di colei che a suo giudizio è la più eminente del nostro paese. Inviti tutti, dal Presidente del consiglio ai segretari dei partiti. Chissà che dover ascoltare per 45 minuti una donna intelligente non faccia loro del bene.

6 – Adotti una protagonista delle lotte per i diritti umani nel mondo. Ha solo l’imbarazzo della scelta. Ma non si limiti ad affiggerne il ritratto. Si faccia carico del suo patrocinio legale se occorre, della sua rappresentanza nelle sedi internazionali, della moltiplicazione dei suoi sforzi comunicativi e operativi. Le fornisca, insomma, una sorta di staff a distanza.

7 – Proponga, anche in base alle utilissime ricerche di Fare futuro, ai gruppi parlamentari un dibattito serio sulla cooperazione allo sviluppo che metta in primo piano – come ormai suggeriscono tutti i grandi esperti del mondo – l’insostituibilità delle energie femminili per uscire dalla povertà. Suggerisca con determinazione al governo una politica più coraggiosa e chieda che una quota definita e consistente dei fondi per la cooperazione sia destinata a progetti caratterizzati da una leadership femminile.
Lei non ha al momento alcuna funzione esecutiva, dunque tutto ciò che fin qui ho elencato ha un valore soprattutto simbolico, di segnale, di messaggio.
Non lo sottovaluti, però: abbiamo imparato ancora una volta in questi mesi quanto i simboli ci avviluppino.
Talvolta per il peggio. Dunque perché non affidare qualche speranza anche al meglio? Proprio per questo gli ultimi tre sono più suggerimenti che proposte.
Hanno a che fare con il Suo comportamento, il Suo stile e sono altrettanto importanti.

8 – Tenga sempre uno sguardo libero e lontano da certi stereotipi della retorica politica. Le donne avrebbero maggiori doti di cura anche nei confronti della vita sociale, le donne porterebbero un’anima più pulita e disinteressata nella dimensione pubblica: sono ingredienti classici da campagna elettorale.
Le donne hanno diritto a esserci in quanto cittadine. Chi sono, come sono, lo diranno loro, ciascuna a suo modo.

9 – Lei ha dichiarato meritoriamente, al congresso di fondazione del Partito delle libertà, la sua affezione allo Stato laico. Ottimo. Non viviamo più nel vecchio Stato liberale: non si tratta quindi di negare il valore della religione come alimento del legame sociale, né di disegnare soltanto confini formali. Oggi spesso i problemi stanno in una sfera infinitamente più intima, fra corpo, responsabilità e consapevolezza. Una sfera che tocca l’aborto, la fecondazione assistita, la cura e il dolore, su cui le donne, sia laiche che credenti, hanno molto pensato e scritto, lungo sentieri inediti. Le studi e le consulti.

10 – Ci faccia ignorare tutto di Lei, tranne ciò che fa e dice in quanto presidente della Camera. Non vogliamo sapere né i suoi hobby, né i suoi amori, né i suoi gusti in fatto di vacanze, né le sue ire, né le sue debolezze. Tenga tutto per sé e per i suoi cari. Anche a costo di qualche sacrificio.
È un prezzo che si può pagare all’esercizio di una funzione importante come la Sua. E non creda che sia penalizzante o fuori moda. Quando il troppo è troppo anche la moda cambia.

Cordialmente,
Mariella Gramaglia

 

Questa lettera di Mariella Gramaglia pubblicata su Reset ha raccolto consensi da destra a sinistra e giornaliste, scrittrici, politiche attive in vari campi, come Gea Schirò, Nadia Urbinati, Michela Marzano, Lella Costa, Marina Calloni, Emma Fattorini, Mirella Serri, Sesa Tatò, Lidia Ravera, hanno deciso diriproporla al Presidente della Camera come appello collettivo.

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