MALA TEMPORA

Marco Vitale

Ricostruzione

La recessione prolungata si è trasformata in depressione. Chiamiamo recessione l’esistenza di un reddito negativo che si prolunga oltre un certo tempo. Chiamiamo depressione la perdita di valore dell’attivo (immobili, aziende, disponibilità finanziarie) che si riflette in una perdita dei patrimoni familiari. L’Italia aveva due pilastri di resistenza contro la crisi: un buon tessuto imprenditoriale diffuso, una buona situazione patrimoniale delle famiglie. Entrambe i pilastri si sono sgretolati e si stanno sgretolando, sotto i colpi di una politica economica errata o assente.

La depressione è particolarmente pericolosa e dolorosa quando essa colpisce in particolare il tessuto delle imprese, come è avvenuto e sta avvenendo da noi. Infatti ciò aumenta la disoccupazione e rende più difficili e differite nel tempo le possibilità di ricupero. In questa situazione è molto elevato il rischio che dal mondo imprenditoriale vengano esercitate forti pressioni per l’introduzione di agevolazioni, stimoli, sostegni settoriali di vario tipo. Questi strumenti portano un momentaneo sostegno ai consumi ed ai profitti, ma rendono la situazione strutturale generale ancora peggiore. Non sono mancate voci in tal senso, ma sino ad ora si tratta, fortunatamente, di voci minoritarie. La linea di fondo che emerge dalle richieste del mondo imprenditoriale è corretta, riflette l’interesse generale, è funzionale alla ricostruzione dell’economia del paese, che è il compito dei prossimi anni. I pilastri delle richieste della Confindustria sono tre: il pagamento dei debiti verso i fornitori da parte dello Stato e delle sue articolazioni territoriali (e questa non è un’agevolazione ma un dovere del debitore ed una premessa per un’economia funzionante normalmente); l’alleggerimento della pressione fiscale, che nel 2012 ha raggiunto il 53% e nel 2013 salirà di un altro punto del PIL al 54% (e anche questa non è un’agevolazione ma un aggiustamento indispensabile di una grave penalizzazione del sistema produttivo Italia; e per fare questo non vi è altra via che la tanto auspicata  ma mai realizzata drastica riduzione dei costi della politica che è possibile, necessaria e sufficiente); la riduzione del prelievo fiscale sui costi del lavoro (misura indispensabile per un ricupero, al tempo stesso, dei consumi e della competitività italiana: misura possibile, necessaria ma non sufficiente; essa dovrà, infatti, essere accompagnata da un nuovo patto sociale tra imprese e sindacati, al quale è meglio che le parti sociali mettano mano da sole senza il rischio di altri disastri alla Monti-Fornero).

Su questa linea seria e costruttiva si pongono numerose altre prese di posizione di associazioni imprenditoriali, territoriali o settoriali. Tra queste mi fa piacere citare il “Manifesto di Confindustria Cosenza”, guidata da Natale Mazzuca, perché proviene dal profondo Sud che è ancora più colpito non dalla crisi ma dalle disfunzioni del sistema Italia e che è stato rovinato da decenni di irresponsabile assistenzialismo. Il Manifesto identifica tra le maggiori cause della sofferenza le seguenti: “ritardi e farraginosità della burocrazia, la restrizione nella concessione di prestiti attuata dalle banche, un carico fiscale intollerabile, la scarsa dotazione e qualità dei servizi pubblici, il modesto utilizzo dei fondi europei, i bandi di gara anomali, le procedure di aggiudicazione dei lavori pubblici riservati a pochi, i mercati chiusi e gli affidamenti in house”. E formula le seguenti richieste: “Drastica riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese, messa a sistema di servici pubblici articolati e moderni, un sistema di trasporti efficiente, un sistema della ricerca e della formazione, un atteggiamento più collaborativo delle banche nei confronti delle imprese, procedure di gara trasparenti e aperte alla libera concorrenza, la manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio”. Come si vede non si tratta di richieste di agevolazioni settoriali, ma di richieste per un sistema che funzioni normalmente. Quello che si chiede qui è, semplicemente, un’Italia normale. Si chiedono cose dovute da un qualsiasi medio livello di buon governo. 

E’ per questa Italia normale, premessa indispensabile per una ricostruzione, che dobbiamo impegnarci tutti, contando più sulle nostre forze che su quelle del Governo. Auguriamoci che lo lascino lavorare, ma esso deve essere incalzato senza respiro per quella drastica riduzione dei costi della politica, senza la quale è tutto un vano ciarlare. Così come deve essere incalzato su altri due temi centrali di sua specifica competenza: perché in un mondo che annega nella liquidità noi dobbiamo soffrire una politica di restrizione creditizia esasperata (dall’inizio del 2012 i crediti alle imprese si sono ridotti di 34 miliardi)? Perché abbiamo due dei maggiori enti energetici del mondo (ENEL e ENI) ed, al contempo, una delle energie più care del mondo?

Marco Vitale

www.marcovitale.it

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