L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Percezione

Il ciclo annuale del clima, le lamentele per il freddo eccessivo o per il caldo insopportabile hanno sempre aiutato a risalire i piani con lo sconosciuto compagno di ascensore, a socializzare con i clienti del bar o del supermercato, a nutrire speranze per futuri purificatori temporali, si spera non troppo violenti. È il sistema dell’informazione – rete, giornali, radio e televisione – a non partecipare all’amichevole scambio di impressioni sull’agosto canicolare. Il tono diviene minatorio, apocalittico: la settimana più calda dell’anno, città a rischio, persone che è meglio restino in casa per non esporsi a gravi pericoli. Così si comincia a stare male con eccessivo anticipo, si comprano scorte per non dover sfidare gli incombenti 40 gradi e oltre, ci si sente esposti alla furia degli elementi quasi si regredisse improvvisamente allo stato di popolazioni primitive costrette a convivere con il deserto e le tempeste di sabbia.
Ma in questi ultimi anni si è delineata una ulteriore minaccia che rappresenta oltretutto una sfida alla nostra secolare tradizione culturale. Non è necessario risalire allo scetticismo greco con le sue considerazioni sulle sensazioni diverse che la stessa esperienza può suscitare in persone diverse o in diverse condizioni di salute. I filosofi di tutte le epoche, senza neppure dover aderire a posizioni scettiche, sanno che quello che a me pare dolce a un altro può risultare amaro, il suono che trovo gradevole può risultare sgradevole a un orecchio educato diversamente, ciò che mi sembra evidente in quanto mi appare può non essere altrettanto evidente per tutti gli altri.
Sembrava assodato in modo definitivo nella storia del pensiero occidentale che le percezioni sensibili siano – almeno in gran parte – soggettive e sono secoli che ci affanniamo per cercare di capire se qualcosa di oggettivo possa corrispondere, e in che termini, a sensazioni irrimediabilmente diverse. D’altra parte è esperienza di quasi tutte le coppie, per affiatate e innamorate che siano, la difficoltà di trovare una forma di copertura notturna in grado di soddisfare le esigenze di entrambi i dormienti e forse qualche relazione sentimentale si è consumata proprio perché lei o lui hanno troppo freddo quando lui o lei hanno ancora caldo.
Ci deve essere qualcosa di più rilevante dal punto di vista culturale e filosofico che non una semplice moda giornalistica, in un mondo come il nostro dominato – lo sappiamo – dalla complessità che rende difficile da comprendere con chiarezza qualunque aspetto della vita individuale e sociale. Non che anni o secoli fa fosse più semplice capire il mondo o la vita, ma ci si illudeva fosse così; mio nonno capiva assai poco ma era convinto che la sua tradizione culturale gli fornisse gli strumenti necessari e sufficienti, anche se in effetti lo conduceva a conclusioni molto molto discutibili. Oggi siamo più consapevoli delle difficoltà, ma proprio questa consapevolezza produce una sorta di nostalgia di qualche certezza, di qualche verità, meglio se quantificabile. Abbiamo attraversato decenni di ermeneutica filosofica e oggi la vita universitaria si regge su valutazioni che si pretendono quantificabili persino delle ricerche di filosofia o storia della filosofia; sembrava assodato che la felicità fosse del tutto personale e che forse consistesse più nella ricerca che nel conseguimento di qualcosa, ma oggi si pretende esista una scienza della felicità; abbiamo spesso affermato che ci sono gusti e gusti, ma oggi si incontrano sempre più spesso esperti che sanno quale sia la vera ricetta di questa o quella specialità gastronomica.
Ma il peggio si annida proprio nel lessico delle previsioni del tempo e delle considerazioni sul caldo eccessivo di questi giorni, ed è la famigerata temperatura percepita. Come è possibile quantificare la percezione? Come ci si permette di quantificare le sensazioni soggettive? Occorrerebbe un movimento di liberazione dalla oggettività, una raccolta di firme: libertà di caldo e di freddo, giù le mani dalla soggettività perché Dio me l’ha data e guai a chi la tocca.

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