MALA TEMPORA

Marco Vitale

Il Meridione vive e soffre. Il meridionalismo è morto. Intervento di Marco Vitale all’incontro di approfondimento presso Fondazione Edison

“I problemi non si possono risolvere

con il modello di pensiero

che li ha originariamente provocati”

Albert Einstein

 

Il 21 marzo 2013 il Sole 24 Ore intitolava a quattro colonne: “Un divario da colmare. La crescente distanza Nord-Sud rallenta la ripresa di tutta l’area”. Si riferiva  però al divario tra il Nord e il Sud dell’Unione Europea. Questa è la nuova cornice nella quale va inquadrata anche la problematica del Mezzogiorno. Il problema non è più cosa farà la Calabria ma cosa farà l’Italia e cosa faranno Italia, Spagna, Grecia, Portogallo nei confronti del Nord Europa e dell’euro. Sopravvivremo come paese autonomo, democratico, partecipe dell’UE e dell’euro? La risposta che nessuno può dare, è diventata dubbia.

Nel dicembre del 1901, in uno spirito di solennità e di severo impegno morale, in linea con la veneranda figura del  presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, si svolse alla Camera la prima discussione generale sul problema del Mezzogiorno e questo avvenimento fu interpretato come il primo riconoscimento ufficiale del problema. Dopo 112 anni quella stagione, che ha visto tante diverse fasi, è definitivamente chiusa. L’Italia è diventata tutto Mezzogiorno. Con questo non voglio dire che non dobbiamo più interessarcene. Al contrario intendo dire che mai come ora il problema è generale e comune, ma non ci sono più spazi per piagnistei e rivendicazioni. Dobbiamo tirare su le maniche e lavorare insieme ai problemi veri che non sono finanziari ma politici e culturali. Il Mezzogiorno vive e soffre, come noi,  ed è problema comune italiano ed europeo. Il meridionalismo è morto.

Anche l’ultima fase del meridionalismo,  quella iniziata nel secondo dopoguerra, con profeta principale Pasquale Saraceno, si è conclusa. E questa si è conclusa con un grande successo strategico, se per successo strategico intendiamo coerenza riuscita tra obiettivi e risultati.  Nel 1952 Pasquale Saraceno scriveva:

“In un paese sovrappopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità[1] rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pubblica… Ora il fatto che il problema economico italiano risulta dalla combinazione di un ristagno industriale nel Nord e di uno stato di sovrappopolazione agricola nel Sud addita, di per sé, una linea direttiva per la soluzione dei nostri problemi: una politica di larghi investimenti al Sud crea infatti quella più larga base di mercato interno che si richiede per una piena utilizzazione industriale del Nord e per una sua estensione al Sud… Una politica di spesa a favore del Mezzogiorno rappresenta una forma di intervento a favore dell’industria (del Nord) e in particolare di quella meccanica, tra le più efficaci… “Obiettivo centrato in pieno.

C’era una strategia alternativa ed è quella illustrata da Giorgio Amendola nel corso della discussione parlamentare del disegno di legge concernente l’”Istituzione di una cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale. Nel suo, straordinario, lucidissimo ed appassionato discorso alla Camera (1950), Amendola disse:

Il Mezzogiorno non può essere considerato come una zona depressa. Per superficie e popolazione, esso è un terzo di tutto il paese. La sua popolazione si accresce con continuità dal 1861 ad oggi, anche se non riesce a trovare un impiego nella produzione. E le regioni meridionali hanno dietro di sé una storia millenaria. Esso respinge, pertanto, il concetto di colonizzazione, che è intimamente legato a quello di area depressa. Ed invece il termine area depressa è usato non a caso nella relazione governativa.

La via per la soluzione della questione meridionale non è quella di un intervento dall’esterno o dall’alto, a mezzo di un ente speciale che, sotto la copertura di un’azione tecnica, aprirebbe la strada all’espansione di gruppi monopolistici anche stranieri. La via è un’altra: quella di permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo, con una svolta della politica dello Stato italiano verso il Mezzogiorno, ma non solo con l’esecuzione di determinate opere pubbliche, le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1860 in poi, determinato il formarsi di una questione meridionale. Questa, del resto, è la via indicata dalla Costituzione, che afferma la necessità delle riforme di struttura e che invita le stesse popolazioni interessate, attraverso l’autogoverno regionale, ad essere le protagoniste del processo di valorizzazione e di sviluppo economico di cui esse dovranno anche essere le beneficiarie….”

Si è preferito seguire un’altra via ed è oggi inutile piangere sul latte versato anche perché la via scelta ha centrato i suoi obiettivi ed ha dato quello che poteva dare. Si è seguita la via che Amendola chiamava della colonizzazione, che è lo stesso termine usato da James Shikwati, giovane e brillante economista africano di statura internazionale (creatore dell’Istituto Interregion Economic Network a Nairobi, editorialista di importanti giornali occidentali) che alla domanda: “Professor Shikwati, il G8 sta per aumentare gli aiuti per lo sviluppo dell’Africa, che ne pensa?” ha risposto: “ Per l’amor di Dio, per favore fermateli. Io voglio  bene alla mia terra. Con questi aiuti vengono finanziate le enormi burocrazie, e promosse corruzione e compiacenza; gli africani imparano a essere mendicanti e non a essere indipendenti”. Ed ha sviluppato il suo pensiero affermando in successione: alla mia terra serve meno carità e più responsabilità; con questi aiuti di colonizzazione si agisce senza incentivare le produzioni tipiche locali; quel denaro va a finanziare burocrazie e corruzione; gli interventi promuovono gli interessi di Paesi donatori; si crea una mentalità pigra e non politiche lungimiranti.

Altri economisti africani hanno detto le stesse cose e questo è sostanzialmente anche il pensiero di Lino Cardarelli, che è da tre anni il Senior  Deputy Secretary General  dell’Union for the Mediterrean, che riunisce circa 43 paesi  africani e dell’area di influenza turca[2]. In questa importante responsabilità, che si accinge a lasciare tra pochi giorni, Cardarelli ha acquisito una grande esperienza relativa allo sviluppo dei paesi dell’area mediterranea, che sarebbe bene utilizzare a livello nazionale. Pochi giorni fa mi diceva che nei loro progetti lo strumento dei contributi e dei “grant” è bandito, anche perché la maggior parte dei paesi che partecipano all’Unione, sono più interessati a trasferimenti di know how, a partnership imprenditoriali, a collaborazioni paritetiche piuttosto che a contributi finanziari.

Anche se ci limitiamo ad inquadrare il nostro Mezzogiorno nell’ambito della sola area mediterranea, dobbiamo dunque cambiare registro. La maggior parte dei paesi del Nord Africa e dell’area turca (l’ex impero ottomano) corrono ad una velocità molto maggiore del nostro Mezzogiorno e questa può essere non una minaccia ma una nuova grande opportunità.

Ho invitato Cardarelli a partecipare al dibattito odierno, ma essendo impossibilitato a partecipare gli ho chiesto di farmi avere un appunto con le riflessioni che derivano dalla sua esperienza. In estrema sintesi le sue idee di fondo sono le seguenti:

–          dobbiamo vedere il nostro Mezzogiorno inserito non tanto in Italia, quanto, assieme all’intero paese, nel Nord  Africa ed in tutta l’area mediterranea;

–          dobbiamo dedicare le nostre energie e la nostra intelligenza diplomatica perché  l’Europa veda nel Mediterraneo qualcosa di molto più importante del fastidio (paura) che oggi provoca; l’Europa dovrebbe essere consapevole della ricchezza che apportano agli europei: 15 milioni di migranti dell’area mediterranea;

–          il termine “logica industriale meridionalista”, contenuta nel programma odierno, evoca approcci antichi che rischiano di ignorare che i sistemi produttivi sono oggi molto diversi dal passato. Il Mezzogiorno italiano ha bisogno di più Stato efficiente dotato di una visione strategica e di competenti strutture amministrative;

–          il Nord Africa con i suoi 180 milioni di abitanti rappresenta circa il 18% delle popolazioni e il 35% del GDP del Continente Africano; è la zona di maggior traffico del mondo del trasporto delle materie prime energetiche (vi transita 1/3 del traffico petrolifero mondiale); è la zona dove esportiamo 60 miliardi di euro ( più di quello che esportiamo in USA o Giappone o Cina); è uno dei maggiori mercati turistici del mondo; è uno dei luoghi più ambiti per lo sviluppo di energie alternative (sole e vento); dispone di  mano d’opera giovane, potente, desiderosa di emergere, più preparata di quanto si dice, giovani che non chiedono “soldi” ma dignità, mobilità, education;

–          Il Mezzogiorno deve essere sempre più cerniera tra Europa del Nord e Mediterraneo e diventare parte di un più ampio disegno di sviluppo.

Oggi non c’è più per fortuna nel Mezzogiorno la miseria avvilente e spesso subumana e la rabbia sociale che guidavano i contadini siciliani nel primo decennio del dopoguerra quando andavano a occupare le terre incolte dei feudi con le bandiere rosse ma sempre appaiate al tricolore, a segnare che la loro era una lotta condotta non solo per se stessi ma per la Nazione. Ha detto molto bene, con efficacia e passione, Rosario Amodeo, consigliere delegato e socio di Engineering, siciliano e patriota, in una recente lezione ai licei riuniti di Mazara del Vallo:

Qual è oggi la situazione? Quella condizione di miseria – miseria nera – per la scarsezza del cibo, per la difficoltà delle cure mediche, per le abitazioni, più tuguri che case, quella miseria oggi per fortuna non c’è più. Purtroppo, però, è subentrato un crogiolarsi nel minimo vitale raggiunto per una notevole parte della popolazione. Decenni di maldestro assistenzialismo hanno consentito di sanare le piaghe più purulenti. Tale assistenzialismo non era congiunto a un’illuminata prospettiva di sviluppo, ma piuttosto a “comprare” una pace sociale mediante la distribuzione di risorse disponibili in un momento di grande crescita dell’economia nazionale. In effetti riuscì nell’obiettivo di conseguire una qualche forma di pace sociale che, assieme al progressivo affermarsi di principi e metodi democratici, viene attestata tra l’altro dalla fine delle manifestazioni di piazza con esito sanguinoso. Chi oggi percorresse le strade che collegano i nostri paesi e le nostre cittadine resterebbe sorpreso dalla scarsezza del traffico. I commerci e gli scambi languono, le attività economiche quindi ristagnano, ma, dentro i paesi, le pensioni, i lavori inventati, i contributi a vario titolo, i rimboschimenti fasulli e tante altre attività precarie, l’espandersi vergognoso della burocrazia pubblica, tutto ciò consente a quasi tutti il minimo vitale che permette persino la pizza e la birra con la famiglia la sera del sabato. E così si aspetta che qualcosa o qualcuno venga dall’esterno a buttare una pietra nello stagno e a rimettere in movimento le acque. Un circolo vizioso dal quale non è facile uscire. Ma qui è la sfida. La sfida non solo e non tanto per la dirigenza politica, ma anche, e forse soprattutto, per un risveglio civile dei cittadini, i soli in grado di stimolare e condizionare chi ci governa.

Io non ho toccasana. Neanche una improvvisa cospicua immissione sul mercato di denaro fresco (peraltro oggi quasi impossibile) darebbe necessariamente agli investitori la spinta sufficiente per riprendere. C’è una efficace espressione del gergo economico: il cavallo non beve. Si dice quando, pur in presenza di risorse disponibili, le medesime non si usano, o si usano poco. E così si torna al presupposto: qualunque rilancio richiede milioni di comportamenti individuali attivamente finalizzati allo sviluppo e alla crescita”.

Non c’è più la miseria nera per fortuna. Ma non c’è neanche la rabbia sociale, che si  manifesta solo con l’astensionismo elettorale. Ma anche questo è meglio di niente, se qualcuno lo sa leggere ed interpretare. Dunque quello che possiamo, forse, fare è ricominciare da Giorgio Amendola, con 62 anni di ritardo, peraltro non tutti buttati via, perché qualcosa, sia pure nel modo più sbagliato, è stato fatto. Forse oggi Antonio Gramsci non scriverebbe più che: “L’Italia meridionale è una grande disgregazione sociale” come scrisse nel 1926. Oppure potremmo anche ricominciare dal vibrante discorso sulla questione meridionale che Luigi Sturzo tenne a Napoli il 18 gennaio 1923, un testo organico di grande attualità. Ma, in ogni caso, ficchiamoci bene in testa queste parole di Albert Einstein: “I problemi non si possono risolvere con il modello di pensiero che li ha originariamente provocati”.

Come Fondo d’Investimento Italiano, coerentemente alla missione che ci è stata assegnata, noi abbiamo cercato di seguire più la via indicata da Amendola e Sturzo che quella indicata da Saraceno. Come sapete la missione del fondo è di fornire capitale di rischio, in posizione minoritaria, e supporto professionale a imprese di medie dimensioni che abbiano progetti di sviluppo per far crescere il tessuto imprenditoriale locale.

Sul piano nazionale, in due anni di attività, abbiamo concluso interventi, diretti ed indiretti in 56 imprese per un totale di fatturato di oltre 3 miliardi di euro e più di 21.000 dipendenti. Gli investimenti approvati dal consiglio ammontano a 660 milioni di euro, pari al 61% del capitale disponibile. Purtroppo nel Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) siamo riusciti a realizzare solo 2 investimenti (uno in Sicilia ed uno in Campania) per un totale di 24 milioni di euro, su 196 dossier esaminati. Abbiamo poi assunto un commitment per un investimento di 15 milioni di euro in Vertis Capitale, un fondo con sede a Napoli ed uno dei pochi fondi specializzati in investimenti nel Centro-Sud. Ritornando agli investimenti diretti abbiamo in esame, ad uno stadio avanzato,  altri 15 dossier del Sud e ci auguriamo di poter concludere altre operazioni per alzare la media. Allo stato attuale gli investimenti realizzati nel Sud sono, infatti, deplorevolmente pochi e personalmente ne sono molto dispiaciuto. Tra le cause di ciò mettiamo pure una nostra inadeguatezza e scarsa esperienza nel Sud. Ma sarebbe sbagliato limitarci a questa lettura. La situazione, infatti, segnala anche lo scarso spessore imprenditoriale di queste regioni e la mentalità di molti imprenditori e dei loro professionisti schiacciati in una dimensione culturale di assistenzialismo finanziario, opportunismo e familismo. La materia che più scarseggia è, dunque, una mentalità imprenditoriale contemporanea, all’altezza dei tempi. Forse qui si può lavorare per creare una rete di tutor e delle partnership, capaci di guidare l’imprenditoria locale, fuori dalle sabbie mobili dell’assistenzialismo finanziario e del familismo. Ma anche questo è più facile a dirsi che a farsi.

Marco Vitale

www.marcovitale.it

Milano, 9 aprile 2013

 

 

 

 

 

 

 



[1] Sottolineatura aggiunta

[2] L’Unione per il Mediterraneo è Istituzione Multilaterale di 43 paesi operativa da tre anni con sede a Barcellona per la realizzazione di progetti di sviluppo dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ne fanno parte i paesi dell’Unione Europea e della Lega Araba e riunisce 830 milioni di persone ed il 35% del Pil del  Continente africano.

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