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Massimo Rosati

Docente sociologia generale Università di Roma Tor Vergata

Epifanie nascoste: i luoghi di culto in Italia

Paesaggi

Per le religioni, diceva Max Weber, ci vuole orecchio (salvo definirsi religiosamente ‘stonato’, eppure avere offerto anche in proposito contributi di inestimabile valore). Per le religioni, si potrebbe aggiungere, ci vuole però anche ‘occhio’. Questo, tra l’altro, è quanto emerge dal volume curato da Enzo Pace Le religioni nell’Italia che cambia. Mappe e bussole (Carocci 2013). È lo stesso curatore a suggerire l’importanza della dimensione visiva per cogliere i cambiamenti  in atto nel panorama religioso italiano. Abituati “con un batter di ciglia a riconoscere una chiesa cattolica”, facciamo fatica al contrario a riconoscere luoghi di culto di altre religioni, e la stessa ricerca sociologica incontra molte difficoltà nel ricavare stime attendibili. E tuttavia, proprio un tentavo di messa  a punto di queste ultime rappresenta una condizione necessaria per iniziare a vedere come la geografia socioreligiosa dell’Italia sia cambiata (p. 10).

Il volume copre un ampio spettro di studi di caso, ‘censendo’ nella misura del possibile luoghi di culto di diverse tradizioni presenti nel nostro paese: Chiese ortodosse, gurdwara sikh, moschee, templi legati alle grandi correnti del buddismo o ai nuovi movimenti religiosi giapponesi, chiese neopentecostali, chiese carismatiche africane, chiese legate ai molti rami del protestantesimo storico, sinagoghe, mandir induisti. Una pletora di luoghi sacri che punteggia le mappe sociologiche disegnate da Pace e colleghi, mappe che restituiscono una situazione paradossale: “se un viaggiatore percorresse dal Nord al Sud e dall’Ovest all’Est il nostri territorio, non scorgerebbe certamente a prima vista né templi sikh, né moschee, così come non saprebbe riconoscere chiese ortodosse (fatte poche eccezioni, se capitasse a Trieste o Venezia oppure, al Sud, a Bari o a Reggio Calabria, dove esistono chiese che costituiscono il segno e la testimonianza di una storica presenza di fiorenti comunità ortodosse, greche o albanesi) e tantomeno mandir hindu, templi buddhisti, meno ancora avvertirebbe la presenza di chiese neopentecostali africane, latino-americane o cinesi” (p. 11). Si tratta, insomma, sostiene Pace, di “una rete estesa sul territorio, ma ancora invisibile”. In questo sta il paradosso: il paesaggio socioreligioso italiano è punteggiato da Nord a Sud, da Est a Ovest, di luoghi di culti di religioni diverse da quella maggioritaria, eppure essi sono come invisibili.

Un esempio, il più vicino a chi scrive: Roma (al cui caso e “laboratorio” nel volume pure si dedica specifica attenzione) e la sua provincia presentano luoghi di culto cattolici, ortodossi (con le loro molte differenziazioni), protestanti (non meno diversificati), ebraici, musulmani, buddisti, a volte racchiusi in fazzoletti di strade, in singoli quartieri ad altissimo tasso di pluralismo culturale e religioso. Strade in cui sale di preghiere musulmane lasciano spazio dopo pochi metri a teche con tradizionali madonnine, e poi ancora, poco più in là, a un piccolo tempio buddista. Nello stesso quadrante ‘periferico’ della città, chiese cattoliche progettate da architetti di fama mondiale si dividono pochi kilometri quadrati con il più grande tempio buddista d’Europa (che si aggiunge come record cittadino alla più grande Moschea d’Europa), riferimento soprattutto per la comunità cinese di Roma, oltre che con decine di ordinarie parrocchie e spazi semi-pubblici in cui il sacro si affaccia con circospezione.

E allora? Cosa spiega il paradosso? Perché tutto ciò è per lo più ‘invisibile’? Per un insieme di ragioni, che Pace tratteggia in conclusione: perché il pluralismo religioso in Italia è ancora timido, e le diverse tradizioni non hanno la libertà e confidenza necessarie per manifestarsi ad esempio secondo stili architettonici coerenti con le loro tradizioni, insomma a volte devono dissimularsi; perché la libertà di culto non è egualmente garantita a tutti, è ancora ‘concessa’ in modo selettivo; e perché, da ultimo, le nostre ‘abitudini del cuore’, le lenti cui siamo affezionati, rischiano di impedirci di guardare realisticamente ‘come la realtà è cambiata davanti a noi’ (p. 246). Mircea Eliade sosteneva che la secolarizzazione almeno in parte sia da considerare un errore, un errore ottico: il sacro non ha cessato di manifestarsi, semplicemente bisogna saper guadare.

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