L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Disegnare i pensieri

Ricordo ancora, e un po’ me ne vergogno, la fatica che feci in prima elementare ad accettare il fatto che era lecito tracciare la “c” sul quaderno in modo diverso da come il maestro faceva alla lavagna, partendo dalla gambetta che pareva sorreggere la lettera, alzandosi poi nella semicirconferenza superiore, per tornare sui suoi passi e completare la parte inferiore. Tutto in un tratto solo, senza sollevare il gesso dalla lavagna. Io non ci riuscivo e, dopo aver disegnato la gambetta, sollevavo il pennino e tracciavo la semicirconferenza partendo dall’alto.
Il mio dogmatismo infantile mi spingeva a ritenere che il disegno del maestro fosse indiscutibile e non mi pareva rilevante che il risultato finale, pur ottenuto in modi diversi, fosse sostanzialmente uguale. Imparavo in quei mesi non solo a scrivere, ma soprattutto a disegnare i caratteri in quel modo; imparavo cioè quella scrittura corsiva che negli anni sarebbe diventata solo mia e avrebbe manifestato quanto volevo scrivere, ma anche aspetti del mio carattere, dei miei interessi, della mia visione del mondo.
Poi si cominciò a scrivere a macchina – la famosa e ormai antica dattilografia – ma la scrittura corsiva rimaneva lo strumento fondamentale per prendere appunti, per scrivere pensando, disporre qua e là sul foglio idee che poi venivano unite da frecce, segmenti, colori diversi. Venne quindi il personal computer, si cominciò a digitare – straordinaria espressione che ha restituito al primitivo latino digitus il significato originario dopo un lungo soggiorno nell’inglese digit (cifra) – e il corsivo cominciò a perdere di importanza.
Rimaneva però il gusto dell’inchiostro, per alcuni quello della penna stilografica, malgrado le dita sporche e i taschini della giacca talvolta rovinati, ma il tempo dedicato a questi mezzi espressivi si va sempre più restringendo. Mi sono reso conto recentemente che è ormai da molti mesi che non scrivo qualcosa a mano, neppure sull’agenda sostituita ormai anch’essa dai programmi del pc. Sopravvive solo un bellissimo librettino di fogli bianchi sul quale insisto a scrivere appunti solo perché mi piace l’oggetto.
Tuttavia, quando leggo che in alcuni stati degli USA è stato eliminato dai programmi scolastici l’insegnamento della scrittura corsiva e che proprio in questi giorni se ne sta parlando in Finlandia, la reazione è di difesa, di arroccamento: verrà danneggiata la coordinazione tra pensiero e scrittura, perderemo i tratti individuali per trovarci tutti omologati sul times new roman, sul garamond o sul courier, ne risentirà la nostra memoria, perderemo la capacità di decifrare lettere, cartoline e biglietti scritti a mano.
E’ proprio difficile vivere i fatti e le discussioni della nostra vita assumendo un punto di vista più ampio, come facciamo quando si considerano i fenomeni storici del passato. Abbiamo pure abbandonato la scrittura gotica o la minuscola carolina, abbiamo dimenticato le abbreviazioni usate dagli amanuensi medievali, la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei non è più in grado di leggere un papiro, una pergamena e forse neppure i fogli dei primi libri a stampa. Probabilmente sta succedendo di nuovo qualcosa di simile, ma è difficile – forse impossibile – comprendere se si tratta davvero di un fenomeno storico oppure di resa di fronte alle mode e di esaltazione delle conseguenze della tecnologia.
Può comunque fare bene rileggere quel fantastico passo di Elogio degli amanuensi in cui G. Tritemio (1462-1516) difende la scrittura a mano su pergamena di fronte al diffondersi della stampa:

La scrittura, se posta su pergamena, può durare anche mille anni, la stampa invece, poiché è abitualmente prodotta su carta, per quanto tempo potrà durare? Se un volume di carta può resistere duecento anni è già molto. […] senza gli amanuensi la scrittura non potrebbe resistere a lungo, poiché verrebbe corrotta dal tempo e dispersa dal caso […] I testi a stampa infatti essendo su carta saranno destinati a consumarsi in breve tempo. Al contrario, il copista, trascrivendo su pergamena, ha diffuso in tal modo, lontano nel tempo la propria forma e quella di ciò che ha scritto. Se, nonostante tutto, molti scelgono d’impiegare la stampa per diffondere le proprie opere, di ciò giudicheranno i posteri.
E se anche tutti i libri del mondo venissero stampati, il devoto amanuense non dovrà mai desistere dal proprio compito, ma anzi dovrà impegnarsi nel preservare su pergamena, mediante la scrittura manuale i libri a stampa più utili, che altrimenti non potrebbero conservarsi tanto a lungo per la natura effimera del materiale cartaceo. […] I codici manoscritti non potranno mai essere paragonabili a quelli a stampa, in particolare perché l’ortografia e l’ornato dei libri a stampa sono spesso molto trascurati, mentre la scrittura è sempre prodotta con estrema cura e attenzione.

  1. Perché nessuno ha preso in considerazione la provocazione rappresentata dal passo di Tritemio? Le stesse lamentele nacquero con il superamento degli amanuensi e della pergamena. Non c’è il rischio che ci attacchiamo continuamente al passato senza impegnarci invece a contribuire criticamente al futuro?
    E, come Tritemio fece stampare il suo libro a difesa degli amanuensi, così noi stiamo facendo una discussione telematica a difesa della scrittura corsiva, che certo non ci permetterebbe un confronto di idee di questo tipo.

    • Nel mio caso non è passata indifferente, anzi. Non ho affatto usato la tecnologia per sminuirla ed elogiare lo scritto fisico, anzi. Del resto, laddove dico: pur apprezzabile (ne sto dando prova ora) progresso tecnologico quel ne sto dando prova ora testimonia il riconoscimento del giusto valore dello strumento internet\computer. Del resto, la discussione stessa sarebbe impossibile sul formato cartaceo.
      Ciò detto, una precisazione. Sicuramente la tendenza ad un nostalgismo un po’ facilotto è presente in ogni cultura ed in ogni epoca. Non ci è pervenuto senz’altro il testo dell’anonimo scriba egizio intitolato: Perché preferire il papiro alla vile pergamena. O l’appunto agitato del senatore Caio al pretoriano Sempronio in cui, l’illustre senatore, testimonia nel II sec. D.C. il preoccupante dilagare del codex a fronte del buon vecchio volumen.
      Ma, nel mio caso, ho inteso leggere il fenomeno del mancato insegnamento del corsivo come uno dei sintomi della tendenza ad un omologazione del pensiero, tendenza della nostra società perpetrata anche nella scuola. Tendenza che NON mi piace, forse perché, da docente privato, assisto all’interessante fenomeno dei ragazzi che sanno usare splendidamente il computer ma, in molti casi, non sanno usare la punteggiatura in maniera adeguata.
      Uno strumento è sempre buono o cattivo a seconda dell’utilizzo che se ne fa (diamine, persino nel caso della televisione!) come la pietra levigata dei diari minimi di Eco: capace di rompere la noce di cocco come di uccidere. E sicuramente non abbiamo scoperto ancora la pittura rupestre dell’anonimo neandertaliano che esaltava il valore della pietra levigata a fronte della forgiatura di lance in stagno e ferro.
      Ma dire che non mi piace la cultura uniformata ed uniformante delle masse significa essere un Tritemio? Non credo che esista solo la cieca esaltazione e la cieca demonizzazione. Può esistere anche la libera riflessione… e la libera preoccupazione.
      Insomma: è bello che vi sia il digitale laddove serva (come spesso già accade, ma voglio sperare nel mio caso non qui) solo a promulgare l’ignoranza d’una cultura omologata?

  2. Buongiorno,
    gli spunti che è possibile estrarre dall’articolo sono così tanti che in effetti non saprei da che parte entrare. Proviamo questa strada: concentrarci sul significato implicito della questione, nel suo provenire dall’ambiente scolastico. Dietro questa proposta si cela la filosofia di una scuola che insegna lo strettamente utile al proprio cittadino. Rifiutarsi d’insegnare il corsivo perché cosa inutile alla società significa non fornire ai propri educandi la possibilità di un tratto personale, a fronte dell’omologazione del pensiero. Perché il corsivo (e il soggettivismo) sono di fatto oramai inutili (a volte controproducenti), nell’ottica della società produttiva, almeno. Il punto è che, ad essere sincero, gran parte delle mie (e non solo mie) gioie provengono, strettamente parlando, dall’inutilità; da ciò che apparentemente è superfluo: la musica, la filosofia, l’arte, la letteratura … quindi questa scuola che abolisce il corsivo non educa l’individuo alla crescita personale, ma gli insegna solo quanto gli potrà essere utile. Senza facili catastrofismi, io lo trovo un indizio dei tempi.
    E’ un fatto, e mi sia detto se qualcuno non condivide, che dietro la menzogna globale si celi una tendenza all’omologazione del pensiero, a qualsiasi livello e strato sociale. Mi viene in mente, non so perché, una frase del mio maestro: E un domani state pur tranquilli. Ci saranno sempre più poveri e più ricchi. Ma tutti più imbecilli.
    Sarò nostalgico, ma non credo che Gaber e Luporini abbiano scritto questo verso a computer, almeno in prima battuta.
    Quindi, tornando alla questione principale: una scuola incoraggia l’inserimento nella società dell’omologazione e sminuisce quella squisita crescita (e affermazione) personale data dal rivelatorio corsivo? Non mi stupirebbe, andrebbe di pari passo con il dilagare delle impersonali crocette a fronte dell’agonia del buon vecchio svolgimento.
    Se così stanno le cose, il fenomeno in questione va ad inserirsi all’interno della parabola, ora discendente, del nostro ciclo economico. Se vogliamo, un effetto della crisi. Mi spiego meglio. Posto infatti che (con immenso orrore) sono convinto che il corsivo verrà pressoché cestinato, proprio perché non trova una sua applicazione economica, e detto anche che questo fenomeno rientra nelle frattaglie lasciate dal pur apprezzabile (ne sto dando prova ora) progresso tecnologico, mi e vi chiedo: cosa rappresenta il corsivo? Lo ha detto bene il professor Parodi:

    imparavo cioè quella scrittura corsiva che negli anni sarebbe diventata solo mia e avrebbe manifestato quanto volevo scrivere, ma anche aspetti del mio carattere, dei miei interessi, della mia visione del mondo.

    Dove la correlazione con la crisi? Venendo spesso meno, ai giorni nostri, le possibilità di far fronte ai bisogni primari tanto l’individuo quanto le strutture collettive tagliano giocoforza sulla cultura e sull’arte, espressione massima di quel taglio soggettivo di cui il corsivo è segno. Quando l’umanità apri gli occhi, con la nascita della filosofia e del teatro? Nell’agiata Grecia ove, soddisfatti i bisogni di sfamarsi, vestirsi ed avere un’abitazione gli uomini cominciarono ad interrogarsi sul mondo. Fenomeno che si scaglia contro ogni omologazione di pensiero, a volte a rischio dei suoi promulgatori (vedi Socrate). Ammetto che mi riesce difficile vedere un progresso culturale nel non-insegnamento di uno strumento che, nell’esperienza di tutti, è espressione della propria soggettività. Ma è forse un segno dei tempi: di un regresso alla sola soddisfazione delle esigenze primarie, non insegnando né promuovendo di fatto quel superfluo che è il sale della vita. Non è forse questa la tendenza della contemporaneità?
    … Mi sa che come il solito sono uscito un po’ dal tracciato… 😀

  3. Ammiravo molto Robespierre che in piena rivoluzione vestiva ancora con le culottes e il parrucchino! era per me l’immagine di una modernità che non dimentica 🙂

  4. A volte ricordo il grande fascino che esercitavano su di me i pennini, ricordo solo il nome di uno Il pennino campanile; chissà che fine hanno fatto, forse da qualche antiquario è possibile rivederli ed immagino l’emozione che potrei provare …

  5. Io credo che la scrittura digitale organizzi e imponga (mostruosità della techne che ci possiede), una organizzazione sintattica e semantica del nostro pensiero e del nostro linguaggio che noi dobbiamo temere. Infinite sfumature ed emozioni si perdono nella scrittura digitale. Perché? Perché domina la fretta, la necessità della brevità, della concisione, della sintesi, domina il tempo cronologico a spesa del tempo interiore, della distensio animi. Ne valeva la pena? Io penso di no, abbiamo perso tanta ricchezza, tanti neuroni e tante diottrie scrivendo al computer. E soprattutto si è creato un mondo di spudoratezza e di comunicazioni virtuali che io ritengo davvero pericoloso per la nostra soggettività e per il nostro mondo relazionale. Mi dispiace di dover citare i siti pedo-pornografici, ma non è l’unico esempio possibile, ce ne sono infiniti. Se io voglio comunicare realmente, lo voglio fare con la mia grafia, che esprime la mia storia, con il mio timbro di voce, con la mia immagine …

    • Come ti sento lontana! Con la tastiera si possono scrivere articoli scientifici, romanzi, tesi di laurea, prendere appunti minuziosi e organizzarli in modi meravigliosi con programmi utilissimi come quello che sto usando in questo momento, e che non è Word 🙂 E la difesa o il superamento della scrittura corsiva non ha niente a che vedere con la pedofilia virtuale, pericolosa comunque come quella reale che già esisteva, né con i siti pornografici, talora volgari e talora no, come i giornali che esistevano già da tempo nelle nostre edicole tradizionali.

      • Questo è l’aspetto positivo, ma non è in contraddizione con gli aspetti negativi, che sono comunque innegabili, e tu sai che io non sono contro la modernità … tutt’altro.

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