L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Bastian contrari

Sembra proprio che la discussione sulle due culture si ripresenti e si rinnovi periodicamente nella cultura occidentale. In fondo già la distinzione tardo-antica nelle arti liberali fra trivio e quadrivio – fra le arti cioè che si occupano del linguaggio e quindi della comunicazione e quelle che si occupano della realtà – alludono a una distinzione che torna infinite volte, sotto l’aspetto della discussione sull’opposizione teorica fra Naturwissenschaft e Geistwissenschaft, della proposta della nuova retorica nel secondo dopoguerra, del famoso libro di Snow sulle due culture, della risposta – per così dire – di Giulio Preti in Retorica e logica o del recente intervento di Martha Nussbaum in Non per profitto.
Negli ultimi tempi, in Italia, la discussione è ripresa e si diffonde sui giornali e sulla rete, provocata dalla scomparsa della filosofia dalle tabelle di alcuni corsi di laurea e dall’ipotesi di sperimentare un ciclo finale delle scuole superiori di solo due anni.
Il problema è stato sollevato inizialmente da un intervento di Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito ed Ernesto Galli della Loggia pubblicato su Il Mulino (6/13), ed è stato ripreso da diversi interventi su Huffington Post – due articoli, per così dire, uno a favore e uno contro -, Repubblica, Corriere della sera, Manifesto, da un commento sul sito della università di Padova, da un appello promosso dall’editrice La Scuola e da un ulteriore intervento sul sito di Linkiesta. Questi almeno sono i riferimenti che sono riuscito a individuare, ma probabilmente ne esistono altri.
E’ impossibile non condividere quasi tutti gli argomenti messi in gioco per quanto riguarda il valore della cultura umanistica, l’importanza di non rompere i legami con le tradizioni della nostra storia, i risultati almeno discutibili di una progressiva tecnicizzazione della pedagogia e della stessa onnipresente valutazione universitaria, la deprecabile inclinazione ad accettare l’egemonia della lingua inglese che inevitabilmente porta a concepire la didattica di ogni livello come un fatto essenzialmente tecnico. Il documento pubblicato su il Mulino sottolinea alcune componenti specifiche della tradizione umanistica italiana, in particolare quello che viene definito timbro politico di autori rilevanti in ambito letterario, filosofico e storico, per cui la crisi del sapere umanistico risulterebbe uno dei motivi decisivi della crisi stessa del politico.
Tuttavia, dopo aver letto tutti gli interventi, rimane un retrogusto amaro: con gli argomenti portati si ottiene facilmente il consenso di chi della cultura umanistica si sente espressione e in qualche misura rappresentante, ma è difficile credere che si riesca a modificare le opinioni di chi non sia già affatto convinto. Non occorre naturalmente farsi prendere dal complesso di Orfeo, per cui è pericoloso guardare indietro, però sarebbe opportuno guardare anche avanti – possibilmente lontano – e, nella consapevolezza che nella storia tutto è in movimento, provare a immaginare la funzione e il ruolo della cultura umanistica – in particolare della filosofia – nel mondo che si sta costruendo nei nostri e nei prossimi anni. Sarebbe meglio evitare qualunque tentazione di prendere le distanze dalla cultura scientifica o dalla tecnologia e impegnarsi piuttosto a costruire nessi, relazioni, dialogo, proprio perché siamo convinti che in questo dialogo – almeno anche in questo dialogo – si debba venire configurando il nuovo statuto del futuro umanesimo.
Basti pensare a quanto di filosofia, di logica, di retorica, di arte sia incorporato negli strumenti tecnici che la rivoluzione informatica ha messo a nostra disposizione e quanto senso critico sia necessario per usarli non lasciandosi plagiare e guidare senza opporre resistenza. Criticare il presente è uno dei compiti fondamentali della cultura umanistica, ma questo non deve significare difesa del passato, quanto soprattutto capacità di immaginare il futuro: dobbiamo essere, come sempre, bastian contrari non per dire che era meglio ieri – anche se talvolta può essere vero – ma per convincersi che domani potrebbe essere meglio.

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